APPUNTI SULLA POST TELEVISIONE (12)- COMENCINI, GUARDARE INDIETRO PER PREPARARSI AL FUTURO

I giornali e le tv ne hanno dato una larga informazione: nei giorni della Pasqua se n’è andato a 90 anni, dopo circa 30 di malattia, il regista Luigi Comencini, autore di molti film di successo e di qualità. Lo chiamavano, e lo hanno chiamato anche nel lutto, un artigiano o un autore di cinema

luigi comenciniI giornali e le tv ne hanno dato una larga informazione: nei giorni della Pasqua se n’è andato a 90 anni, dopo circa 30 di malattia, il regista Luigi Comencini, autore di molti film di successo e di qualità. Lo chiamavano, e lo hanno chiamato anche nel lutto, un artigiano o un autore di cinema popolare. E’ vero. Luigi, con il quale ho avuto la fortuna di lavorare come collaboratore alla sceneggiatura, ha fatto film con l’onesta e la continuità di un artigiano, ovvero di un cineasta paziente e appassionato, esperto di tecnica, senza impancarsi come capita a quei registi che si sentono maestri e soprattutto maestri. E’ vero. Luigi ha realizzato film campioni di incasso, vicino al grande pubblico come “Pane, amore e fantasia” o “Tutti a casa”, e come tanti altri, con attori comici come Totò o attori italiani e stranieri di calibro, spesso vincendo premi, spesso no benchè fossero meritati, ma prendendo le cose con calma e con umiltà, senza arrabbiarsi e fare la vittima.
Sarebbe il caso, ora che non c’è più, di ripensare meglio alle tappe di una carriera che coincide con la fine e la inevitabile trasformazione del neorealismo (“Pane, amore e fantasia” è del 1953) e con la nascita di quella poderosa avventura di analisi sociale e ideologica che si è rivelata la commedia cosidetta all’italiana, firmata da Comencini (“Tutti a casa” è del 1960), Dino Risi, Mario Monicelli, Antonio Pietrangeli, e pochi altri. Bisognerà farlo urgentemente, lo farò. Ci sono degli equivoci da togliere di mezzo. Ad esempio che il neorealismo con il citato film “Pane, amore e fantasia” e il suo seguito “Pane, amore e gelosia”, oltre che con “Tutti a casa”, sia degenerato. Non è così. Finiva un grande cinema elevato spesso retoricamente -da troppi critici- ad epico monumento costruito sul sollievo e le speranze degli italiani dopo le morti e gli stenti della guerra, e iniziava la stagione delle domande, delle analisi più stringenti, dei comportamenti di un popolo che aveva sostenuto in massa una dittatura e se ne era liberato con una Resistenza sorta sulla marcia vittoriosa degli Alleati dopo il luglio ’43 nella penisola occupata dai nazisti.
Se ne riparlerà. Qui, in questi appunti, voglio rimediare a una mancanza. Pochi o nessuno si sono ricordati del Comencini televisivo. Quello di “I bambini e noi” (1972), “Le avventure di Pinocchio” (sempre del 1972), “Cuore” (1984) e “La storia”, dal romanzo della Morante (1986). I titoli sono di film o di inchieste come “I bambini e noi”. Qui mi voglio soffermare però su un altro titolo. Si tratta di “L’amore in Italia” (1978) che Luigi diresse avendo a fianco Fabio Pellarin e il sottoscritto.
Sei puntate girate dal Nord al Sud per capire i sentimenti, i rappori sessuali, le scoperte, le illusioni, le gioie, i tormenti dell’amore. Lavorammo sodo per cercare personaggi e situazioni capaci di fotografare una realtà senza avere l’idea di esaurire ogni dubbio, ogni possibilità. Prima ancora avevamo interrogato psicologi, sociologi, esperti nei rapporti umani, pensatori sensibili. Quando partimmo per le riprese eravamo carichi di ipotesi e di nodi da verificare. C’era una sceneggiatura che veniva di continuio disfatta e rifatta. Luigi aveva anche il ruolo di conduttore, oltre a quello di regista, e assistemmo allo spettacolo di un signore di 62 anni vivace, acuto, maieutico.
Fu un successone. Dalle sei puntate ricavammo un libro con lo stesso titolo per la Mondadori. Il programma cominciò poi una navigazione che ancora continua nelle varie reti Rai, alle più diverse ore del giorno e della notte, approdando nei satelliti, venendo trasmesso per intero o come serbatoio inesauribile per altre trasmissioni, altre inchieste. “L’amore in Italia” rimane come un punto di riferimento obbligatorio per chi vuole riconsiderare il tema che non tramonta mai e capire com’era la televisione e come può ancora essere, con la sua carica di lunga novità e di sperimentalità nella preparazione, nel taglio, nelle riprese, nel montaggio.
Oggi qualcuno, a proposito di “L’amore in Italia”, potrebbe venire in mente di usare la etichetta del “reality show”. Le sei puntate erano e sono cariche di realtà, e sono uno spettacolo. Ma non hanno niente in comune con Il Grande Fratello e le sue degerazioni che vanno in onda in queste serate, mentre altre se ne preparano.
La lezione di Comencini partiva da una fuga calcolata dagli studi tv- regno delle fiction e delle manipolazioni- per andare a cercare sul campo con il dono della concretezza, della curiosità, della emozione e soprattutto della intelligenza.
Luigi, maestro di tv senza salire in cattedra. Un maestro che se n’è andato in silenzio. Mi piace ricordarlo per quella esperienza che si univa ad altre e in particolare a un progetto purtroppo non andato in porto a cui collaborai, imparando meglio un mestiere : un film intitolato “Sovversivo” sul giovane Serantini morto a Pisa in uno scontro con la polizia, una storia che annunciava gli anni di piombo.
Sarebbe bello fare oggi in tv una inchiesta sull’amore in Italia. Per uscire dal gossip e dal mondo delle gnocche senza testa e degli uomini che in onda fabbrica definizioni come questa.

ITALO MOSCATI

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