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Carlo Paris a Tvblog: “Troppe voci nelle telecronache Rai: i protagonisti sono in campo, non davanti al microfono”

Carlo Paris in esclusiva a Tvblog: “Nel giornalismo sportivo ci sono troppe chiacchiere, troppe parole e poche immagini”.

Carlo Paris, in Rai dal 1978, a Londra 2012 sarà alla settima Olimpiade (comprese due edizioni dei Giochi invernali) come inviato.

Di cosa ti occuperai?

“Curerò una striscia quotidiana insieme con Antonio Caprarica, corrispondente della Rai da Londra. Racconteremo spigolature, curiosità, situazioni particolari. Il costume, insomma, invece della parte tecnica”.

Temi la concorrenza di Sky?

“No, perché sono convinto che il pubblico certi appuntamenti sia abituato a seguirli sulla Rai. La Rai fa parte della storia, e sa come trattare le Olimpiadi. Rispetto a Sky, noi abbiamo un valore aggiunto, cioè il know how di giornalisti che seguono la disciplina che raccontano per tutto l’anno, sempre, non solo per venti giorni. Credo, insomma, che possiamo contare su una migliore professionalità, senza nulla togliere ai colleghi di Sky”.

Sei reduce dall’esperienza agli Europei, anche se in una veste nuova: ti abbiamo visto inviato tra i terremotati dell’Emilia.

“È stata un’esperienza abbastanza pesante, ma sono contentissimo di averla fatta, anche perché abbiamo proposto cose nuove. Per esempio abbiamo inventato una formula, dando la possibilità a un bambino di intervistare un calciatore della Nazionale. Qualcosa che non si era mai visto e che ci ha fatto ricevere molti complimenti”.

Però siete anche stati sommersi dalle critiche.

“Guarda, io credo che le critiche non debbano essere rigettate in toto. Non dobbiamo considerarci assediati in un fortino, ma prendere atto dei consigli costruttivi. È vero, alcuni commenti erano pretestuosi, ma dobbiamo sempre pensare che possiamo migliorare”.


In cosa, per esempio?

“Nella fantasia e nella novità delle trasmissioni collaterali all’evento. Sia chiaro, è un giudizio personale, ma credo che sia opportuno procedere a un rinnovamento degli uomini, dei collaboratori e dell’impostazione personale”.

Anche le telecronache sono state spesso nel mirino degli spettatori.

“Però lì è un discorso diverso, perché si tratta di gusti personali. C’è chi vuole il bianco e chi vuole il nero, chi vuole la telecronaca urlata e chi non la vuole, chi vuole tanti interventi da bordocampo e chi non li vuole. Io personalmente preferisco una cronaca senza voci invadenti. Se penso a come raccontava le partite Niccolò Carosio, ricordo delle pause lunghissime. Ora, se è vero che innestare una retromarcia rivoluzionaria e tornare a quei tempi è difficile, è comunque vero che ora le voci sono troppe”.

Un ritorno al passato, insomma.

“Sì, però trent’anni fa veniva criticato Martellini e oggi tutti lo rimpiangono. Un maestro assoluto come Rino Icardi, che pure era un radiocronista, quando insegnava nei corsi per telecronisti interni in Rai, diceva sempre: ‘Quando raccontate, mi dovete far sentire i profumi. Se siete a Istanbul, io – spettatore – devo sentire l’odore del kebab'”.

Oggi i corsi per telecronisti non si fanno più, però.

“No, anche se spero che questa tradizione venga recuperata. Da lì sono passati tutti, compresa gente come Bruno Vespa o Paolo Frajese: non erano corsi per telecronisti sportivi, ma corsi per telecronisti. Bisognerebbe pensarci”.

C’è qualche telecronista che ti piace particolarmente?

“Io penso che Bruno Pizzul sia inarrivabile: è difficile riuscire a togliere dalla testa delle persone quell’umanità, quella cadenza particolare. La sua è una voce che è rimasta, come conferma una pubblicità che abbiamo visto spesso durante gli Europei. Se lo imitano ancora, un motivo ci sarà. Ecco, la sua telecronaca era un racconto, non descriveva quello che succedeva, senza eccedere nei dati. Oggi vedo persone che si preparano con cartelle e cartelle, per poi raccontare agli spettatori chi è la fidanzata del vice-allenatore della tal squadra. Ma chissenefrega! I protagonisti e gli attori sono in campo, non davanti al microfono. I personalismi sono sempre sbagliati. In tutti i sensi”.

Cioè?

“Mi riferisco anche alle polemiche che hanno coinvolto alcuni miei colleghi durante gli Europei. Non è deontologicamente bello che i giornalisti parlino l’uno contro l’altro. Sarebbe meglio evitare di rispondere ai colleghi, i battibecchi personali non portano a nulla”.

Torniamo alle telecronache. Secondo te c’è uno stile Rai diverso dallo stile Sky?

“Si potrebbe dire che oggi ci siano tre scuole diverse, una scuola Rai, una scuola Mediaset e una scuola Sky. Ma in realtà non c’è più una scuola, e si sente. Credo che una linea guida aziendale dovrebbe esserci. Per esempio, nel 1998 ai Mondiali in Francia avevamo provato con le telecronache realizzate da due giornalisti (invece che da un giornalista e un commentatore tecnico) sulla scia di quanto visto proprio sulla tv francese. Credo che si tratti di un modello che potrebbe essere riprovato”.

Non ti piacciono gli attuali commentatori tecnici della Rai?

“Di Capello ce n’è uno, e trovare successori non è facile. Anche perché Capello sarebbe un numero uno in qualsiasi campo, anche se facesse l’ingegnere nucleare. Quando commentava le partite era fantastico, nessuna banalità, solo cose essenziali. Comunque, per tornare alle telecronache, aggiungo una cosa: che secondo me ci sarebbe bisogno di differenziare le telecronache della Nazionale rispetto a quelle delle altre partite. La Nazionale la vede anche mia mamma, viene vista da molti più telespettatori. Il racconto, quindi, dovrebbe essere più semplice e popolare”.

Però, come dicevi prima, non tutti potrebbero pensarla così. Insomma, se la fai cruda la vogliono cotta, e se la fai cotta la vogliono cruda.

“Sai, mi piacerebbe organizzare un forum, una conferenza, una tavola rotonda, con colleghi e addetti ai lavori, Grasso, Dipollina… Sarebbe interessante. Siamo servizio pubblico, potremmo anche organizzare un evento simile un giorno”.

Carlo, secondo te c’è un problema nel giornalismo sportivo in tv?

“Come no: troppe chiacchiere, troppe parole, poche immagini. Però è normale che sia così, mettere cinque persone davanti a una telecamera e farle parlare è molto più semplice che realizzare servizi e reportage, andare sul posto, trovare storie, raccontarle, filmarle e montarle. Però la Rai dovrebbe continuare a cercare storie e raccontarle. Se non ci pensa il servizio pubblico, chi lo fa? Gli altri canali in Italia no di certo: la Bbc e France 2 sì, ma non i nostri concorrenti”.

Quel tipo di servizio, poi, è più costoso.

“Sì, ma anche gratificante. Nella mia carriera ho raccontato le Olimpiadi dei tibetani in esilio, lo sport vissuto nei campi profughi palestinesi, la storia di un condominio in Cina con 100mila abitanti, le Olimpiadi mongole (le seconde più antiche al mondo), le torture subite dai bambini cinesi per farli diventare campioni di ginnastica, il calcio in Angola. Tutte storie che il servizio pubblico dovrebbe sempre raccontare”.

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