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APPUNTI SULLA POST TELEVISIONE (5)- DIAMO SOLO I NUMERI?

Basta sfogliare i giornali e inseguire i blog, compreso il nostro a cui sono affezionatissimo, per capire che se la post televisione (cos’è?) sta vincendo le battaglie della curiosità, per lo meno tecnologiche, un altro risultato sicuramente lo ha acquisito magari contro la sua…volontà: quello[…]

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Basta sfogliare i giornali e inseguire i blog, compreso il nostro a cui sono affezionatissimo, per capire che se la post televisione (cos’è?) sta vincendo le battaglie della curiosità, per lo meno tecnologiche, un altro risultato sicuramente lo ha acquisito magari contro la sua…volontà: quello dei numeri. Non c’è foglio o schermata video che non registri puntualmente, puntigliosamente, caparbiamente, gli ascolti. E c’è poi disponibile una grande quantità di persone che danno i numeri in nome degli ascolti stessi. Il campionato di share ha continue stagioni di punta e trascina con sè gli interessi di tanti spettatori ma anche di tanti tantissimi addetti. Un pò perchè i numeri, questi numeri , sono legati alla spietata, resistente, seducente logica dell’acquisizione di spazi pubblicitari dove si parla di soldoni; e un pò perchè i numeri danno meno da pensare, capita persino a certi dirigenti tv . Il bello è che tutto questo accadde in una situazione che viene criticata aspramente per i criteri con cui sono rilevati i consensi o i dissensi del pubblico, la piccolissima porzione di pubblico selezionata per fare da campione. Sono i forzati del televisore, ognuno di loro porta ben in vista il numero del suo incarico che equivale a quello delle vecchie tute-pigiama da carcerati.
Anch’io, come altri, pur non facendo da cavia all’auditel, mi sento da carcerato in parte consapevole in parte non consapevole del ruolo che un osservatore di fatti tv finisce per interpretare. Sto cercando di scrollarmi di dosso con pazienza la tuta-pigiama. Insomma, mi piacerebbe prescindere dai dati statistici. Vorrei buttare giù il totem degli indici. Idolatria pura. Lo vorrei fare dicendo un paio di cose sulla serie “Raccontami“, di cui apprezzo il buon successo. Non m’interessa chi lo abbia prodotto, diretto, sceneggiato, interpretato. Non m’interessa di sapere se viene – e viene – da un format straniero (spagnolo nella fattispecie). Voglio discuterne la fattura e il linguaggio. Sono, ripeto, contento che “Raccontami” vada bene e dia i numeri, e riconosco che questo non è affatto un particolare trascurabile: non sono un moralista che si scaglia contro il dio Share. M’interessa stabilire un principio di partenza. Facendo un confronto tra un tipo di fiction e un altro tipo di questo popolare genere. Noi sappiamo che nelle fiction sentimentali (tutte o quasi) la pasta con cui si fa la pizza emozionale consiste nelle scene d’amore; che in quelle sociali (immigrati inclusi) la pasta è fatta di caricate cronache dolorose, colme e saettanti di acido lacrimogeno come una cipolla; che in quelle epico-popolari la pasta è composta dalla farina del sudore dei pugni o delle chiappe (i ciclisti, Bartali ad esempio), e così via.

“Raccontami” – modesto ma non infame prodotto – mi, ci permette di vedere in primo piano una curiosa analogia. Fiction di questo tipo – anche “La meglio gioventù” lo è, al di là delle sue qualità cinematografiche – usano la cronologia dei fatti degni di nota e le esperienze storiche in senso lato (in questo senso storia può diventare una canzone o un pezzo di tg o la sequenza di un film) come le fiction sentimentali fanno con gli innamoramenti, le passioni, i conflitti, il crogiolo di cuore e sesso.
Il racconto che tenta di attrarre gli spettatori squadernandogli sotto gli occhi una sorta di disordinato, ma coerente, album di famiglia preferibilmente generazionale, non fa altro che invitarci nel supermarket dei ricordi, della nostalgia e del “io c’ero o almeno guardavo la tv”. In termini tecnici, questo modo di raccontare altro non è che il didascalismo didattico tanto caro agli occhi dei docenti in realtà senza occhi nè orecchi. E’ la dimostrazione di gran voglia di cattedra , una cattedra da cui i docenti-sceneggiatori-registi esprimono il meglio di se stessi in noia e in superficialità (o indottribamento senza ritegni). La citazione di qualsiasi avvenimento, dal viaggio di un leader americano al dilagare ad esempio dei telefonini, assume il significato, il valore – che poi diventa subito disvalore – di un colpo di scena amoroso, della cattura di un birbante a caccia di gonne e denaro. Mostrare, sfogliare il calendario è puro sterile esercizio di specchietto per allodole. A meno che non sia possibile per il futuro realizzare qualcosa di diverso. Ovvero, partire, sviluppare una narrazione capace di digerire il temibile didascalismo didattico ed elimarlo per via naturale. Purtroppo la fiction di questo taglio, elencazione carina e sommersa dagli stereotipi, cade in un fastifioso inconveniente: l’artificiosità. Tutto pare troppo meditato, preordinato, schematico, fra una messa cantata dal calendario e l’ottimismo da catalogo “speciale”. La post televisione non andrà avanti, non verrà mai a galla se la vecchia tv. quella che c’è, continuerà a preparargli la bara e a oscillare tra fiction dei sentimenti e fiction delle riflessioni findus perfettamente confezionate.
Gli intrecci fra linguaggi e drammaturgie hanno bisogno di basi ma non di piattaforme marmoree fatte di abusi e ripetitività. I bigini di storia o di storia del costume volano via come una canzone. Ma “Volare” di Mimmo Modugno resiste meglio di “Raccontami” (che procede e magari conquista spettatori: dimostrazione di quanto andiamo dicendo).
ITALO MOSCATI

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