LUCIO DALLA: vorrei piangere sul suo jazz e sul suo mare

Italo Moscati lo ricorda su TvBlog


Voglio ricordare in breve (ci riuscirò?) Lucio Dalla. Amico ma soprattutto un Grande Talento. Due righe di notizie. Ho conosciuto a Bologna Lucio dopo alcuni anni dall’arrivo da Milano dove sono nato. Lui amava il jazz e io amavo il jazz. Lui sognava lo stile new orleans, e lo faceva, con il suo clarinetto, non cantava ancora. Io amavo Chet Baker, Jerry Mulligan, Charlie Mingus ma le vecchie, leggendarie note del new and old orleans mi piacevano, non facevo certo l’avanguardista per partito preso.

Anche Lucio amava questo e quello , ed aveva, nel campo del clarinetto, un competitore: Pupi Avanti, che suonava nella sua stessa orchestra (o anche in un’altra che si chiamava Criminal Jazz Band, bei tempi). Un bello o brutto giorno consigliai a Pupi su un giornaletto studentesco, dove compitavo di jazz e varia umanità, di cambiare mestiere: lasciare il clarino ad uso del solo Lucio e di darsi all’ippica, nel senso di teatro o cinema, avendo visto un suo pregevole tocco di regia in uno show little little, in cui il futuro autore del grande schermo metteva in scena un funerale jazz, musica jazz e festa di paese nella America dei campi, delle piantagioni di cotone.

Pupi cambiò mestiere. E ce lo dicemmo anni dopo in una diretta radio nel corso della quale, ma poi anche in altre occasioni, rivelò di avere sempre odiato Lucio per la sua bravura e di avere tentato persino di buttarlo giù da un terrazzo. Fantasie.tra amici.

La vita in diretta ricorda Lucio Dalla
La vita in diretta ricorda Lucio Dalla
La vita in diretta ricorda Lucio Dalla
La vita in diretta ricorda Lucio Dalla
La vita in diretta ricorda Lucio Dalla

Fine delle cronache del tempo jazz. Per chi volesse saperne di più, non mi vergogno di citarlo: il mio libro recente intitolato “L’albero delle eresie”.
Fantastici e suggestivi i funerali jazz. Come sarebbe indovinata ed emozionante nel momento del dolore una regia di Pupi al funerale dell’amico scomparsi : una festa di suoni e di sorrisi, di noi facce di neri finti grazie alla musica di quelli che erano chiamati negri; negri dalle voci meravigliose tra i fiori del cotone nel cantare la fatica con le parole dell’amore; e noi negri per solidarietà ed istinto, per gratitudine e rabbia educata dal sentimento; noi negri per vocazione di diversità e disperazione di offrire solo l’omaggio di un canto riproposto, di un ascolto che viveva di un’eco lontana.
Il canto dei gospel della Lousiana , dio e lavoro, lavoro e dio, e in più l’amore dei peccati d’amor sessuale nelle stalle per poi recitare una preghiera senza pentirsi, provando anzi gioia. Urlando in silenzio “nun è peccato, nun è peccato”, come grida un popolano nel “Decamerone” di Pasolini, avendo scoperto che il peccati, senza violenze, sono il nostro bagaglio migliore per il paradiso o al massimo il purgatorio.
Tanti sarebbero i ricordi. Ci volo sopra, camminando tra i solchi di una straordinatio lp di Lucio: “Futura”, da ascoltare abbracciando una donna o, come Lucio, un uomo. Saltando di onda in onda nei versi e nelle melodie ritmate (il ritmo Lucio lo portava in vena) come nelle canzoni.
Lucio appese come Pupi il suo clarino al chiodo della sua storia. Prese a cantare.
Cantava un suo brano in una cantina di Bologna, “Il fazzoletto rosso”, dedicandolo a Gianni Morandi di Monghidoro che gli stava dando una mano per entrare nel mondo della canzone, e arrivare a Sanremo. Odiavo Sanremo e Lucio non era d’accordo, convinto com’era che anche lì si potesse fare buona musica, e lui la fece. Per scoprire che il festival del 2012 è stato il più brutto della storia non solo sua.
Salto ancora di onda in onda nei solchi della vecchia canzone del non ancora vecchio Dalla, solo 68 anni, se non sbaglio. Mi tuffo in “Com’è profondo il mare” per scoprire che ” i pesci, da cui discendiamo tutti, assistettero curiosi al dramma collettivo di questo mondo…”; che,dopo avere massacrato la terra, gli uomini stanno “bruciando il mare, uccidendo il mare, umiliando il mare, piegando il mare…”
Salto qui nel nostro tempo, e ascolto, dal profondo dell’orecchio e del cuore: “Non c’è più lavoro, non c’è più decoro, dio o chi per lui, sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare…”
Sarebbe meraviglioso che Pupi riprendesse il suo clarino impolverato e facesse la regia del funerale del nero Lucio, con una di quelle musiche che arrivarono da New Orleans sotto le Due Torri per fare la gran festa della vita, di chi non si arrende, di chi non muore…anche se muore.
Italo Moscati

La vita in diretta ricorda Lucio Dalla

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La vita in diretta ricorda Lucio Dalla

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