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Non lasciateci soli con la TV

Due o tre cose che so di lei, e fine. Mi riferisco alla Mostra del cinema di Venezia, sulla quale ho fornito qualche opinione qualche giorno fa, opinioni onorate da diversi e graditi commenti dei blogghisti. Ora mi è venuta in mente,a proposito dei premi e del bilancio della Mostra, un’idea che vi[…]

Due o tre cose che so di lei, e fine. Mi riferisco alla Mostra del cinema di Venezia, sulla quale ho fornito qualche opinione qualche giorno fa, opinioni onorate da diversi e graditi commenti dei blogghisti. Ora mi è venuta in mente,a proposito dei premi e del bilancio della Mostra, un’idea che vi sottopongo. Dico subito che il verdetto della giuria guidata dalla presidentessa Catherine Deneuve, con Michele Placido nel gruppo, ha fatto scelte certamente autonome ma anche stranamente autonome, nel senso che vi riscontro non tanto la lunga mano del direttore della Mostra il capace Marco Muller quanto una sorta di adieu al cinema, un adieu di sapore commemorativo. Come se la lista dei premi precipitasse come una lastra marmorea tra ieri, oggi e soprattutto domani. Con la tv a fare da biografa (attraverso le dirette e le cronache) e da testimone odiato-desiderato.

Vediamo nel dettaglio la lastra con le sue iscrizioni, in alcuni casi autentiche epigrafi (e conviene fare gli scongiuri). Il Leone a “Still life” del cinese Jia Zhang-Ke corrisponderà pure alle vedute della giuria ma corrisponde molto a quell di Muller che di quel cinema e dell’Asia è conoscitore e innamorato. Come pure il Leone d’argento per la migliore regia ad Alain Resnais per “Coeurs” è, senza dubbio, un premio che sta benissimo a Muller che come i cinefili degli anni Sessanta e Settanta si è abbeverato alla nouvelle vague e al suo concetto autoriale, grande vecchio di una stagione che conserva i suoi accaniti estimatori. Lo stesso Leone d’argento rivelazione, per il rotto della cuffia, a Emanuele Crialese per “Nuovomondo” cosa non è se non una riaffermazione del concetto d’antan che sta diventando croce ( di autori se ne trovano davvero pochi) e delizia (scarsa) di tutti i festival, alternativi e non. Anche “Daratt” di Mahamat-Saleh Haroun, film di un paese africano, ha ricevuto un premio speciale che racchiude la stessa attenzione, la stessa coerente visione “da cinema da salvare” che s’intona con le scelte principali. Infine, senza cercare altri esempi, il Leone speciale a Jean Marie Straub e Danièle Huillet altro non è che un atto di simpatia e di sollecitudine verso cineasti da sempre militanti nella politica forse di sinistra e certamente nella politica degli autori, secondo le propensioni d’antan sopra accennate.
Ecco, il sapore della Mostra, in questa luce, non ha il sapore di un rilancio del cinema ma il significato di onoranze che si è sentito il bisogno di esternare, secondo un bel filo grosso che lega la direzione di Muller (alla vigilia del suo quarto e ultimo mandato) ai giurati non si sa se consapevole fino in fondo da quel che traspare dai loro giudizi-verdetto.

In questo senso, la Mostra 63 è un sipario che si cala, una sorta di testamento di trenta-quarant’anni di cinema. La designazione ratificata, e celebrata, di un’epoca da lodare e da mettere in teca. Come sarebbe stato più provocatorio, bello e vitale se il Leone alla carriera, anzichè a David Lynch (che ha i suoi capelli grigi ma avrà altra pellicola da tessere) fosse stato assegnato alla coppia Straub-Huillet, senza costringere questi due cari amici -sui quali è corretto non essere d’accordo quando serve- a scrivere una lettera dove si reclamava un “Leone ruggente” dalla giuria, con una forma di protesta politica candida come l’incoscienza di un neonato al cinema e ai suoi traffici. Ipocrisia? Scarso coraggio? Memento da viale del tramonto? A voi la risposta.
E la tv? Una Mostra così, al di là dei calci in faccia o nel sedere della tv, ha solo da perdere a perseguire vecchie strade e a commemorarsi e commemorare, o celebrare, incensare, ogni anno i suoi miti e le sue mitologie. Ho visto ragazzi delusi camminare tra le sale e gli stand della Mostra. Cercare e non trovare. O meglio cercare e trovare la cappa del passato sussistere e rafforzarsi. Ma chissà, fatto testamento attraverso i giurati, il direttore (che è ben giovane) starà preparando la quarta e ultima sua versione della Mostra in tutt’altra chiave. Insistere nella linea dell’anno del signore 06 significgerebbe che non c’è speranza per il cinema e che i ragazzi (anche noi ragazzi senza età) saranno, saremo costretti a stare soli, drammaticamente soli, davanti alla tv e alle sue isole dei famosi. Per favore, dio degli schermi, fa che il Lido veneziano divenga un’isola dei famosi o degli ex famosi, o di cercatori di famosità (non so se si dice, ma me ne prendo tutte le responsabilità).
ITALO MOSCATI

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