TvBlogger per l’estate – Prison Break

Nell’ambito della nostra iniziativa TvBlogger per l’estate (a proposito, scriveteci i vostri pezzi!, riceviamo e pubblichiamo una recensione di Prison Break a firma Salvatore Ditaranto Negli anni in cui andava in onda Twin Peaks la domanda fondamentale che tutti si ponevano era “chi ha ucciso Laura Palmer?”, altri si chiedevano guardando Dallas “chi ha ucciso

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Nell’ambito della nostra iniziativa TvBlogger per l’estate (a proposito, scriveteci i vostri pezzi!, riceviamo e pubblichiamo una recensione di Prison Break a firma Salvatore Ditaranto
Prison Break Negli anni in cui andava in onda Twin Peaks la domanda fondamentale che tutti si ponevano era “chi ha ucciso Laura Palmer?”, altri si chiedevano guardando Dallas “chi ha ucciso J.R.?”, oggi invece con le Desperate Housewives ci si chiede “perché Mary Alice Young si è suicidata?”. Domande macabre, si potrebbe pensare, le quali diventano, però, le questioni drammaturgiche fondamentali che stanno alla base di telefilm di successo.

Ogni buona storia, a voler parafrasare Chris Vogler e il suo viaggio dell’eroe, deve avere alla base buoni interrogativi che obblighino il lettore/spettatore a seguire tutte le vicende dei protagonisti perchè più sono costruite bene più si resta incatenati ai fili narrativi.

Prendiamo Prison Break che narra la storia del giovane e promettente ingegnere Scofield mentre si fa arrestare per liberare suo fratello che rischia la pena di morte per un omicidio che non ha commesso. Lasciamo stare la trama e cerchiamo di analizzare una delle complicate tecniche di narrazione che vi si ritrovano dentro. Per prima cosa vorrei riflettere su quelle che abbiamo chiamato le questioni drammaturgiche: in Prison Break sono molteplice e ben concatenate e direi che quella fondamentale è “cosa si è disposti a fare perché trionfi la giustizia?”. La risposta del serial è: “tutto, senza se e senza ma”.

Attenzione, segue un potenziale spoiler.

Quello che però colpisce di più è come questo serial sembri costruito come un labirinto. C’è un capitolo, ripreso ottimamente nel film, del libro di Umberto Eco “Il nome della rosa” in cui ad un certo punto il lettore si ritrova immerso, è proprio il caso di dirlo, in un mare di libri, ovvero si trova nella biblioteca-labirinto del monastero. Mentre da una parte si subisce il fascino di quel luogo e ci si ritrova a voler capire perché c’è un labirinto e perché tutti quei libri e perché un sacco di cose, dall’altra ci si immedesima nei due protagonisti che vanno alla ricerca disperata dell’uscita. Si vengono così a determinare due forze: una centripeta che spinge il lettore/spettatore a soffermarsi nel pericolo, a voler indagare, a voler vedere come è il labirinto, l’altra centrifuga che ci spinge a desiderare di uscire dalla situazione precaria, che obbliga a darsi alla fuga e a voler tornare alla situazione normale. La stessa cosa che accade in Prison Break. Se da una parte i fili narrativi della vicenda costringono lo spettatore a voler desiderare la fuga dei carcerati, a fare il tifo per Scolfield e per suo fratello, dall’altra si è costretti a soffermarsi su alcune vicende “subendo il fascino” di alcuni brutti ceffi i quali hanno un passato di cui non si può fare a meno per capire l’intera vicenda. Mentre da una parte Scofield, Abruzzi & Co. non vedono l’ora di attuare il loro piano, dall’altra è indispensabile a fini narrativi della vicenda che i nostri eroi restino bloccati nel famigerato carcere di River Fox. In altre parole appena si fa un passo avanti verso l’evasione e si risolve un problema, se ne crea un altro più grande all’interno del carcere e contemporaneamente la vicenda si infittisce anche all’esterno dove le cose si complicano sempre più.

Cosa determinano queste due forze? Arrivati al punto finale (raggiunto grazie alla forza centrifuga), ci si accorge che l’evasione era solo un pretesto per raccontare un’altra storia, anzi l’evasione che dà persino il titolo alla serie diventa marginale. Grazie alla forza centripeta che ci ha tenuto legati alle vicende che potevano sembrare marginali ai fini della fuga, i numerosi elementi narrativi disseminati lungo le 22 puntate diventano il pretesto per cambiare completamente l’orizzonte della storia. Da evasori, infatti, i protagonisti sono ormai dei fuggitivi. Non è un caso che nel trailer della seconda stagione c’è scritto “escape is just the begining”. Per questo credo che serial-labirinto sia la definizione appropriata per Prison Break, infatti, l’evasione è stata solo una falsa-uscita, i veri problemi per gli 8 evasori iniziano ora che sono diventati fuggitivi in quel labirinto più grande che è il mondo esterno, un mondo dove siamo noi spettatori i veri intrappolati in quel dedalo chiamato “Prison Break”.

P.s.

Tra pochi giorni negli Usa inizierà la seconda serie di “Prison Break”, con la speranza che in Italia venga trattata meglio dai palinsestisti, altrimenti l’evasione dalla tv è assicurata a vantaggio dei programmi di filesharing dove si trovano gli episodi originali sottotitolati.
Stefano Ditaranto, TvBlogger per l’estate

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