MOSTRA DI VENEZIA FRA CINEMA E TV: qualche buon film, qualche viale delle rimembranze, poco, pochissimo pepe

Bilancio con un occhio alle sale e alle proposte della Mostra. e un occhio alla tv, la 7; poi ai documentari sul passato della Mostra che quest'anno ha mostrato anche più degli anni che ha. Una signora dalla lunga storia, col il rimmel che cola.
Qualche piatto gustoso: "Carnage" di Polanski, "A Dangerous Method" di Croneberg, "Faust" di Sokurov (con l'adeguata pazienza che comporta), "Killer Joe" di Friendkin. Qualche polemica sulle speranze italiane tese verso un premio desiderato da tredici anni- verrà?- a causa della accoglienza non proprio positiva di parte dei frequentatori a "Quando viene la notte" di Cristina Comencini. Qualche lampara puntata su "Terraferma" di Crialese, candidato a qualcosa. Basta.
Vari appuntamenti interessanti ma mai clamorosi. Aspettative: saranno confermati il presidente della Biennale, il galantuomo Baratta, e il direttore in cleryman Marco Muller, sostenuto da molti se non da tutti. I molti e i tutti che si sono guardati intorno durante i giorni della Mostra assicurando che non si vedono all'orizzonte concorrenti temibili a Baratta e a Muller ; ed è effettivamente così.
Ecco un'ulteriore prova che dimostra la consolidazione della Mostra com'è oggi, mentre avrebbe un gran bisogno di essere aggiornata, messa in condizioni di garaggiare con gli altri festival, imboccare finalmente la strada per un domani fatto non di routine. Il nuovo Palazzo intanto è affondato nel nulla. Non è roba da poco.
Per quanto riguarda la tv, sul piano della informazione abbiamo detto; come pure dei documentari presentati in Contropiano, in cui è stata inserita lodevolmente la seconda parte del racconto di RaiStoria dedicato agli anni della Mostra dal 1968 -1979 intitolato "Da i nostri inviati", un buon lavoro.
A margine di esso voglio ricordare che non si è mai più trovato un inviato come Lello Bersani, competente, ironico, persino simpaticamente ingenuo nei tentativi di creare glamour. Oltre a lui non sono mancati bravi, bravissimi giornalisti, nessuno tuttavia è stato alla sua altezza per la verve, la passione, l'emozione di "stare" nel cinema con curiosità e malizia. Dopo di lui molti buoni, troppo buoni e formali, addirittura buonissimi e leziosi inviati; e altrettanti, sfuggenti e laconici, passafilm, ovvero frullatori di registi e attori.
Credo che questo problema si sia aggravato. E l'aggravarsi si aggiunge alla sensazione che la Mostra, andata come è andata, non ha pepe.
E' vero che di granelli pepati ce n'erano pochi, pochini, anche negli anni più recenti; ma adesso la mancanza di sapori del contesto e del testo (i film e l'interessa da essi suscitato) è sempre più evidente fuori e dentro i media, tv compresa.
Il difetto complessivo che emerge sta in un fatto chiaro, a colpo d'occhio. La partecipazione di pubblico e di addetti seri (pochi, pochini sul piano dei rapporti creativi e produttivi) viaggia sul filo del presenzialismo opaco, annoiato e improduttivo.
Non ho consigli da dare. Anzi me ne guardo bene. Pare che si voglia proprio questo: una Mostra ordinata e sfocata, mondana ma non troppo, colta ma non troppo. In mezzo a telecamere che corrono dovunque montando panna.
Intanto, la sera prima della conclusione, in attesa dei premi, Enrico Mentana ha proposto "Silvio forever" e un confronto tra Ferrara, Scalfari e Mieli. Una serata bilancio insieme di tv, cinema e analisi. Il film non ha avuto successo, o poco, nelle sale. Riproporlo è una vittoria della tv- che- vale contro l'inedia di Venezia o del benpensantismo del mondo della Mostra.
Un belpensantismo sterile che Polanski ha scosso in modo chiaro anche se indiretto con "Carnage" . I personaggi ,chiusi in una stanza per un vertenza di piccola violenza tra i figli, parlano come si parla, come parlano, come parliamo alla Mostra. Frasi fatte, rituali stanchi. Luoghi stracoumuni, finti colti, fintamente corretti politicamente.
Cambierà il copione? Mah. Le tv ronzano. Il cinema è una bandiera che soffre.
Italo Moscati

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