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Pedalare con lentezza

La televisione di oggi è veloce. Quando si fa un prodotto, di qualunque genere esso sia, e attinga esso alla fonte della fiction o a quella dell’intrattenimento e delle sue innumerevoli declinazioni, il committente ha il terrore che tu gli faccia vedere un numero zero lento. La lentezza è il male, in televisione: bisogna bombardare

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Coppi e BartaliLa televisione di oggi è veloce. Quando si fa un prodotto, di qualunque genere esso sia, e attinga esso alla fonte della fiction o a quella dell’intrattenimento e delle sue innumerevoli declinazioni, il committente ha il terrore che tu gli faccia vedere un numero zero lento.
La lentezza è il male, in televisione: bisogna bombardare lo spettatore, tenerlo ancorato alla sedia e al canale allo stesso tempo, impedire ai suoi neurorecettori di percepire quell’attimo di pausa che lo porterebbe alla reazione fisiologica più temuta dai direttori dei palinsesti e dai pubblicitari: lo zapping. E non ci si illuda: la differenza fra le televisioni commerciali e il servizio pubblico è sostanzialmente nulla.
Personalmente – avrete già capito dove voglio andare a parare, vero? – io sono per la lentezza.
Non a tutti i costi, non comunque e dovunque: come tutti gli stilemi narrativi, la lentezza ha i suoi naturali sbocchi e applicazioni.
Ebbene, c’è uno sport – devastato, ma chi non lo è, da scandali vari. Doping, in particolare – che si tiene la sua nicchia di pubblico e i suoi ritmi.
E’ il ciclismo, in onda in questi giorni su RaiTre con lo storico Tour de France.
Ben lontani dall’epica di certe annate, sia chiaro, e con ritmi esasperati anche lì, quando si parla di velocisti, discese e cronometro. Ma quest’anno il doping e i ritiri hanno falcidiato alla base le tradizionali iscrizioni, i campioni predestinati, i proprietari della corsa sulla carta e nella realtà. Tutti contro tutti, amano titolare i giornalisti specializzati in questi giorni.
E nel ciclismo ci sono le salite e i chilometri: limiti fisici, che tocca superare con le biciclette – sempre più leggere, appena 900 grammi per un telaio, meccanica e ruote escluse, ma comunque non motorizzate – le gambe, i polpacci e il sudore.
Queste tappe sono fisiologicamente e filoloficamente lente.
Lente per lasciarsi godere appieno.
Lente perché i corridori sono tanti.
Lente perché si fa fatica e la salita è dura e l’acido lattico fa male.
Lente, perché si può, si deve pedalare con lentezza. Ogni tanto, ché le nostre esistenze non possono essere scandite dalla sola frenesia. Nemmeno quelle catodiche.