Racconti di vita su RaiTre, il giornalismo tosto e non urlato di Giovanni Anversa

Ieri, il palinsesto della Rai è stato orientato verso i due eventi clou di questo Primo maggio: la Festa dei lavoratori e la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II. La macchina del servizio pubblico si è mossa alla grande, coprendo urbi et orbi le dirette. Un programma più di altri, secondo me, si è distinto

di marina,


Ieri, il palinsesto della Rai è stato orientato verso i due eventi clou di questo Primo maggio: la Festa dei lavoratori e la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II. La macchina del servizio pubblico si è mossa alla grande, coprendo urbi et orbi le dirette. Un programma più di altri, secondo me, si è distinto per puntualità, serietà, informazione corretta e senza fronzoli: Racconti di vita su RaiTre , condotto da Giovanni Anversa e intitolato emblematicamente Catene di montaggio.

A guardarlo si capisce che per fare giornalismo, in effetti, non è necessario ricorrere alla tv urlata, del dolore e manco a quella ruffiana: basta la semplicità, la sobrietà, la correttezza di far dire agli ospiti quanto hanno da dire, senza insultare o offendere proprio nessuno. Giovanni Anversa fa il suo mestiere, il giornalista, senza prevalere sul testimone, senza zittirlo, o peggio ancora dirottare il racconto a proprio piacimento. E’ lindo, netto, equilibrato.

Ieri, Anversa, ha ripreso sia la beatificazione di Karol Wojtyla sia la giornata dedicata ai lavoratori sotto l’unico filo conduttore della dignità del lavoro: le storie degli operai in cassa integrazione della Fiat si sono intrecciate con le parole del Vangelo, “l’operaio ha diritto al suo cibo” e con la personale storia di Papa Wojtyla operaio in gioventù. E ha fatto cronaca raccontando della visita di Papa Wojtyla alle acciaierie di Terni. Poi acquisite dalla ThyssenKrupp, condannata, recentemente dalla Corte d’Assise di Torino per la morte di 7 operai.

Ma non crediate che sia una trasmissione in cui la retorica cattolica pervada le testimonianze: affatto. Le storie sono raccontate proprio tal-quale. Battista e Franca raccontano la loro vita di operai, di cassaintegrati e ora di pensionati; ci sono le testimonianze degli operai da Pomigliano e da Termini Imerese. Manca però e per fortuna tutto quel varietà spettacolare a cui ci hanno abituato in questi ultimi anni: non ci sono bandiere sventolanti; facce di conduttori finto apocalittiche; auto-compiacimenti vari; collegamenti ansiosi al limite del cardiopalma; niente di tutto ciò, ma solo il piacere di ascoltare storie dignitosamente vere, anche tragiche ma nette, disincantate, oneste.

E allora piano piano, l’orecchio riscopre il piacere di ascoltare la storia di Dajana, primo turno alla catena di montaggio a Mirafiori, ma laureata in psico-pedagogia, attualmente in cassa integrazione che trova una risposta alla sua mancanza di futuro con il volontariato. La sua è una storia tragica, perché assurdamente silenziosa, ingiustamente normale. Nonostante le sue competenze, l’azienda la tiene lì senza farle fare un passo di carriera. Racconta senza fronzoli che è una gran rompiscatole e che è costretta a fare il doppio degli altri per tenere testa ai capi. Colpo da maestro di Anversa quando le chiede se ha subito conseguenze fisiche per il suo lavoro. Dettaglia, la testimone, asciutta e dignitosa i suoi problemi di salute. Anversa vigila e non lascia il minimo spazio alla morbosità, al voyeurismo, alla televisione del dolore e del piagnisteo; raccoglie le parole e le incastona nella semplice verità del racconto senza essere tentato dalla minima sbavatura retorica.

Riabituarsi a questa tv non è facile. Ma è ancora più difficile poi ritornare ai soliti insulsi programmi finto giornalistici. E allora non resta che aspettare la domenica per un paio di ore di sana informazione.