IL CALCIO FA BENE ALLE OSSA

Grande spazio dedicato al calcio negli ormai innumerevoli canali televisivi. Attovagliati alla tv, si può dire rubando il verbo “attovagliare” coniato da Dagospia, un verbo molto adatto per commentare quel che sta accadendo a calciopoli, versione anni 2000 di tangentopoli (a quando videopoli?). Attovagliati significa tutti riuniti intorno a tavola per consumare pasti con caratteristiche

Luciano Moggi Grande spazio dedicato al calcio negli ormai innumerevoli canali televisivi. Attovagliati alla tv, si può dire rubando il verbo “attovagliare” coniato da Dagospia, un verbo molto adatto per commentare quel che sta accadendo a calciopoli, versione anni 2000 di tangentopoli (a quando videopoli?). Attovagliati significa tutti riuniti intorno a tavola per consumare pasti con caratteristiche storicamente diverse da quando erano di moda i forchettoni che erano i democristiani e i loro alleati negli anni Cinquanta. Se poi li volete vedere, è facile: sempre su Dagospia gli attovagliati finiscono murati nei montaggi fotografici intitolato o Kafonal o Superkafonal dove si ritrovano tutti, proprio tutti, i frequentatori della dolceamara vita romana di questo angustiato periodo.
Adesso gli attovagliati, senza portate davanti nè tovaglioli, si sono seduti e siedono davanti alle telecamere e parlano, straparlano, di calcio, grande amore nazionale da cui io non sono esente. Anche perchè da ragazzo, come numero dieci, ho indossato la maglietta junior di una squadra del nord con tournèe nella nebbiosa pianura padana tra Emilia e Lombardia.

In questi giorni, anch’io, come milioni di italiani, più normali di quelli che da fanatici si sgolano e picchiano allo stadio o che si ingozzano di boiate tecnico-gossip nei giornali sportivi o nelle pagine specialistiche di quotidiani, ho cercato di seguire con pazienza “Serie A” condotto da Enrico Mentana, “Controcampo” di Sandro Piccinini, “Il Processo del Lunedì” di Aldo Biscardi, “Porta a porta” di Bruno Vespa più le frattaglie sullo scandalo in via di gonfiore sparse un pò qua e un pò là nei tg e nei servizi informativi.
E’ stata dura. Ma ho fatto una scoperta sensazionale. Mi sono accorto, cercando di contarle , che le volte in cui è stata pronunciata in tv la parola “cupola” hanno superato persino la mia pazienza; insomma, ripetitività infinita, un’orgia, una sbornia da attovagliati d’assalto. Era, è chiaro che la parola viene usata per indicare negativamente il gruppo di comandanti molestatori (come chiamarli?) della tranquilla droga calcistica, il cui il Super sarebbe stato Luciano Moggi.
Per la verità , la parola “cupola”, com’ è noto, arriva da lontano. Viene dalle indagini e dalla lotta dalla mafia, e di conseguenza riguarda per abitudine ogni forma potente di criminalità organizzata. Torna quindi facile facile, per associazione, quando si tratta di indicare ma anche di pre-giudicare i boss responsabili di questo o quel crimine.
Beh, io questa parola ce l’avevo in gola da anni,e non osavo pronunciarla. Mi sono sempre domandato come mai questi signori della “cupola” si siano regolarmente incontrati nelle stesse trasmissione dove adesso vengono processati. E’ vero, si può sostenere che nessuno poteva sapere o quanto meno sospettare ,nel tripudio delle domeniche e del tifo e dei commerci in nome delle une e dell’altro. Ma la sensazione che qualcosa non funzionasse, l’avevo. Notavo troppa voglia di ossequiare i nomi oggi additati al pubblico disprezzo, intorno a Moggi; troppa simpatia, troppa accondiscendenza e complicità, come se il circo dello sport in tv fosse fosse cementato in una solidarietà a prova di bomba e di scandalo. Moggi, e altri come lui, troppo sornioni, troppo “divi”.
C’era un clima di intesa e di voglia di scherzare a getto continuo- ovvero gettare tutto in vacca, tanto non ne vale la pena- che era pari al moralismo sfegatato, morboso con cui gli stessi personaggi e molti dei loro buttadentroilvideo parlavano ad esempio degli scontri fuori e dentro gli stadi, del fanatismo imbecille degli ultràs. Due facce di una stessa medaglia; ovvero, nessuna voglia di uscire dal cosiddetto familismo amorale, cinico, superficiale, assolutorio in nome dell’appartenenza , dell”ironia, cioè del cazzeggio. Familismo amorale sta per vincolo intenso di comunanza e assistenza tra i membri di una stessa famiglia che prevale sul più generale legame sociala, un familismo che è amorale perchè protegge, nasconde, perdona, recupera, esalta il legame particolare, esclusivo, tracotante della famiglia che non vuole discutere nè farsi discutere, ma soltanto farsi celebrare, e farsi azienda di affari non sempre alla luce del sole.
Non voglio associarmi a coloro che si scandalizzano per partito preso o perchè così vuole il coro dell’attualità o perchè conviene, conviene dimenticare e farsi dimenticare. Non voglio neanche ribadire, come sappiamo, che il familismo suddetto dilaga dove la criminalità è più organizzata o dove è una forte tentazione (e non solo per via import, ad esempio nel Nord Italia). Vorrei solo far rilevare che le varie trasmissioni tv, in cui lo scandalo della “cupola” è stato invocato per via dell’attualità e per via dello share (ottimo), a ripensarci si rivelano come costanti linee di montaggio per il familismo calcistico (dei dirigenti e degli speculatori) e per l’amoralità che l’accompagna (per uno scudetto tutto è lecito, tutto si può praticare e giustificare).
Di fronte allo spettacolo del familismo amorale sportivo mi tornano in mente gli spogliatoi freddi, senza vetri, con docce ghiacciate dove ci si rifugiava dopo le partite giocate nelle brune della bassa padana. Il calcio faceva bene alla pelle e alle ossa perchè ci scaldava- a noi ragazzi senza futuro di campioni-, in mezzo al fango e alle botte, alle incitazioni delle ragazze, agli occhi accesi dei padri e a quelli preoccupati delle madri. Un salto infinito. Un mito impossibile. Una leggenda adolescenziale. Un gusto sportivo, agonistico, pagato mille lire a partita se si vinceva, mentre il pullman e il pasto nella trattoria del paesetto era comunque e sempre garantiti.
Nessuna nostaglia. Solo una constatazione rinfocolata da un eccesso opposto: il calcio che è una merce deteriorata, per colpa di decine di irresponsabili, per responsabilità di tutti coloro che hanno a cuore il piacere del potere e dei soldi, l’aberrazione delle alleanze e dei favori ai politici o ai padroni, il gioco dei telefonini e delle congiure.
Poi, magari l’Italia (anche con Buffon e il minimizzatore Lippi) vince i mondiali di Germania. E così la foto del calciatore in azzurro che segnerà il gol decisivo nella finalissima ci inseguirà -ora si può dire: ci perseguiterà- per anni, com’è avvenuto per quella di Tardelli in Spagna ’82. A Berlino non ci sarà la pipa di Pertini, ma forse ci sarà il borsalino di Napolitano, neo presidente. Lanciato per aria? Tutto sarà dimenticato. Ma qualcuno preparerà i telefonini e gli studi tv per il nostro prossimo campionato.
Dio, che freddo alle ossa! Dov’è il calcio?. Non attovagliamoci!
ITALO MOSCATI

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