Vieni via con me – Un’analisi e la speranza

«Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la biro, quello con la pistola è un uomo morto» (Roberto Benigni)Vieni via con me – Prima puntata (commenta gli ascolti) Quando scrissi questo pezzo, in cui si paventavano tagli al programma di Saviano e Fazio, era il 4 giugno 2010. Le voci che giravano

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«Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la biro, quello con la pistola è un uomo morto» (Roberto Benigni)

Vieni via con me – Prima puntata (commenta gli ascolti)
Vieni via con me - Prima puntata
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Quando scrissi questo pezzo, in cui si paventavano tagli al programma di Saviano e Fazio, era il 4 giugno 2010. Le voci che giravano volevano quattro temi portanti, per Vieni via con me: Piergiorgio Welby, e dunque il diritto alla vita e all’eutanasia. La ‘ndrangheta. L’Aquila. I rifiuti in Campania. Si disse allora che per le puntate sull’Aquila e i rifiuti ci sarebbero stati problemi, in quanto tematiche sgradite al governo. E io mi aspettavo tantissimo, dopo lo straordinario Dall’inferno alla bellezza.
La premessa è necessaria per il lettore che volesse seguirmi nel ragionamento, in cui mescolerò impressioni sul programma e fatti di cronaca.

Facciamo una battuta: chi deve parlare, oggi, di Vieni via con me, per fare una boutade, è come un giudice di X Factor che non può giudicare davvero il concorrente balbuziente. E non è che io voglia parlar male di Vieni via con me. Anzi. Spieghiamo la battuta.
Il fatto è che con tutto il fuoco mediatico incrociato che c’è stato sul programma, con tutto il fuoco mediatico che c’è su personaggi come Roberto Saviano, immersi come siamo in questa terribile narrazione manicheista buoni-cattivi che ha come unico altro modello contrapposto il qualunquistico “siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi” (due modelli entrambi riduttivi e fallaci), è quasi impossibile fare analisi serene. Perché mai e poi mai posso o voglio unirmi al coro di chi, programmi come questo, vorrebbe bloccarli: personalmente, vorrei che Vieni via con me fosse un punto di partenza per farne sempre di più, di programmi che intrattengano informando.
Sempre di più e sempre meglio. Questo dovrebbe essere, il servizio pubblico.

Allora facciamo così. Per sgomberare il campo partiamo dalle mie aspettative. Il fatto è che forse mi aspettavo qualcosa di diverso. Cosa?
Forse mi aspettavo di vedere un programma ancora più coraggioso, che mi desse speranza per il futuro, il che mi pone in una posizione fallace, perché alla fine non ci si può aspettare che la televisione ti dia speranze: quelle le devi trovare nella tua vita quotidiana, e allora evidentemente parto da una premessa fallace. L’altro tema di cui non ho tenuto conto, nelle mie aspettative, è il fatto che, verosimilmente, tutti coloro che hanno lavorato al programma si sono sentiti meno liberi e con i fucili puntati addosso: c’è da immaginarsi tutta una serie di persone pronte a sparare a zero al minimo sgarro. E se ti senti i fucili puntati addosso, sei sotto pressione.

Ma veniamo al programma (questo il nostro liveblogging, seguitissimo). C’è la macchina del fango che bisogna demolire. E Saviano la spiega bene, con il suo consueto metodo antitelevisivo che pure si fa ascoltare anche in televisione.
C’è Falcone che non si deve dimenticare. Eppure, forse sarebbe stato bello attaccare più duramente anche quello Stato che Falcone ha difeso e servito, e spiegare meglio tutti i dubbi inquietanti che rimangono, su quella strage, sulla strage di Borsellino. Sugli intrecci mafia-stato.
C’è il lavoro di Saviano – e lo sforzo di tutti i giornalisti antimafia che rischiano la pelle quotidianamente, quelli di cui pochi parlano, eroi invisibili e anonimi – che non va mai dimenticato, che va protetto, tutelato, esaltato portato in prima serata perché si sappia, ché se non arriva in prima serata, purtroppo, è quasi come se non esistesse. E allora bisogna parlarne continuamente. Perché chi fa i nomi continui a farli. E ne faccia sempre di più.
C’è Benigni, che personalmente ricordo molto più in forma a Sanremo, eppure si muove sulle consuete corde comico-emotive.
C’è l’eleganza formale del grande show non pacchiano, con un impianto grafico notevole, in linea con le scelte stilistiche di Forzano, che da anni impreziosisce Che tempo che fa e gli speciali di Fazio.
C’è Pompei, ci sono i tagli alla cultura, eppure, anche se si fa intrattenimento, si potrebbe anche spiegare che Pompei non è solo il frutto dei tagli alla cultura, ma è qualcosa di peggio. Pompei è stata gestita da commissari straordinari con procedure emergenziali. E ora crolla. C’è un passo in più, oltre ai tagli.

Del resto, è la condanna di chi fa scelte coraggiose, quella di generare enormi aspettative. Ora che sono stati premiati da ascolti eccezionali, semplicemente straordinari (8 milioni non sono quattro gatti), Fazio e Saviano saranno finalmente e definitivamente liberi e senza briglie, questo è un dato di fatto di cui, semplicemente, gioire: quando dai qualcosa di altro al pubblico, il pubblico se lo prende. Con buona pace di chi pensa che il pubblico sia un ammasso pecoronico di sudditi del reality.
Eppure, in questa prima serata di Vieni via con me non ho trovato la forza eversiva e rivoluzionaria che c’era già, in embrione, nel bellissimo e non raggiunto Dall’Inferno alla Bellezza. E’ chiaro: con tutto l’assalto alla diligenza che c’è stato, si doveva anche essere leggeri. E, lo ripeto, il problema sono io, che mi aspetto che la televisione possa esserlo, eversiva e rivoluzionaria. In senso culturale profondo.
Solo che, tornando con i piedi per terra, in Italia, quel tipo di televisione non esiste, e allora ben venga Vieni via con me. Purché sia un punto di partenza. E quindi, circolarmente, una speranza.

Speranza che colloco nelle prossime puntate, sui prossimi temi che verranno trattati. Sulla maggior libertà di cui – spero – godranno Fazio e Saviano: una libertà che permetterà loro di essere anche più duri, senza perdere la leggerezza.
Mi siedo e aspetto il prossimo lunedì.
Vieni via con me - Prima puntata

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