Tv violenta, cara tv che impedisci il pensiero


E' bello, di tanto in tanto, provare a allargare un po' il raggio del discorso che riguarda la televisione, qui su TvBlog. E parlare di uno dei temi che generano, di solito, più discussione fra gli utenti. Perché c'è questo fatto, no, che a volte, per questioni diverse - che spesso hanno a che fare con il tifo televisivo o addirittura con quello politico - sul tema della deriva che ha preso la televisione d'approfondimento, quella informativa, quella dei talk, quella della politica.

E per parlarne, questa volta, ci affidiamo alle parole di Stefano Bolognini, Presidente della Società Psicanalitica Italiana, che pubblica una doppia pagina sull'Unità (il che farà già gridare alla faziosità. Eppure sarebbe bello lasciarla perdere una volta tanto per dedicarsi alla lettura e al commento di alcune considerazioni molto interessanti).

Si può dire che è in atto uno sdoganamento strisciante e "culturale" della violenza come fattore legittimo di affermazione di sé. [...] Avere ragione riguardo a qualcosa? Apparentemente sì; ma in realtà si tratta di "aver ragione di" qualcuno. Cioè sottometterlo, batterlo, annullarlo. Le moderne arene sono i talk show: in esse assistiamo a un duello in cui i contenuti delle comunicazioni (i pensieri) sono di importanza secondaria. Ciò che conta veramente è l'effetto di prevalenza di un contendente sull'altro in base alla quantità di suoni emessi, al tono e alla coloritura espressiva, alla deformazione caricaturale della figura dell'altro e alla valorizzazione della propria, alla convocazione più o meno sapiente del consenso attraverso stimoli di facile presa e di pronto effetto seduttivo.

Ecco. Fermiamoci un attimo. Rileggiamo. Prendiamo un fiato. Rileggiamo ancora. E proviamo ad adattare questa descrizione - che trovo praticamente perfetta - a un qualsiasi programma di approfondimento italiano che contenga in sé il talk. Da Porta a Porta ad Annozero a Matrix, passando per Ballarò e compagnia (nell'immagine in alto, una foto del sottoscritto di uno stencil apparso su molti muri di Torino).

Chiunque potrà facilmente trovare almeno uno - se non tutti - gli elementi presenti nella disescrizione del Presidente della Spi in tutti i talk a cui penserà.

E' quello che accade praticamente sempre, in televisione, con una violenza - anche subdola - inaudita, a pensarci bene. Una violenza che, di fatto, impedisce al pubblico di percepire la complessità degli argomenti di cui si parla e fa in modo che ci si fermi al primo livello di comprensione: quello dello scontro fra una fazione e l'altra. Che quindi alimenta il tifo e annulla il pensiero critico, che genera fazioni bianche o nere.

E infatti, continua Bolognini:

In psicoanalisi chiamiamo "posizione schizoparanoide" quell'assetto mentale per cui tutto il bene è solo da una parte (la nostra) e tutto il male è solo dall'altra (cioè fuori di noi).

Ecco, in questo senso, oltre a essere violenta, la nostra cara tv è anche in una posizione schizoparanoide. Non solo.

L'idea di una reale equidistribuzione degli spazi durante un dibattito è un'autentica chimera [...] alcuni individui riescono a prevalere "fonicamente" o temperamentalmente sugli altri, aggiudicandosi di fatto uno spazio maggiore (ad es. interrompendo l'altro o dandogli sulla voce), e ciò è tollerato o subìto dai conduttori

Bolognini conclude proponendo un metodo pratico e pragmatico - che forse, nel suo pragmatismo, risolverebbe questa emergenza comunicativa, questa deriva inaudita della televisione d'approfondimento -: misurare il "possesso di palla" (come nelle partite di calcio), ovvero il tempo di intervento, imparando dal calcio. E imparare anche dai congressi americani di psicoanalisi, dove, quando lo speaker di turno passa di un secondo il tempo a sua disposizione - stabilito e misurato in maniera scientifica e paritaria, quindi per forza di cose scientifica - il microfono gli viene silenziato.

Potrebbe sembrare una misura estrema. Ma visto il punto cui si è arrivati, al sottoscritto appare una soluzione più che plausibile.
Soprattutto in questo clima televisivo di campagna elettorale permanente in cui viviamo ormai da anni.

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