Over There – Aspettando Nassiriya

Riceviamo una bella recensione di Over There da parte di un nostro lettore, Salvatore Ditaranto, e volentieri pubblichiamo, augurandoci di riuscire a arricchire sempre più il nostro TvBlog anche grazie al vostro aiuto.Domenica 12 febbraio è andata in onda su Fox l’ultima puntata della prima serie tv su una guerra ancora in corso. La guerra

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Riceviamo una bella recensione di Over There da parte di un nostro lettore, Salvatore Ditaranto, e volentieri pubblichiamo, augurandoci di riuscire a arricchire sempre più il nostro TvBlog anche grazie al vostro aiuto.
Domenica 12 febbraio è andata in onda su Fox l’ultima puntata della prima serie tv su una guerra ancora in corso. La guerra è quella irachena, la serie è Over there e il produttore è il geniale Steven Bochco. Molti di voi lo ricorderanno perché produsse Hill Street Giorno e Notte, il telefilm che rimarrà nella storia della televisione oltre che per lo stile realistico anche per un’altra qualità.

Sto parlando della struttura a trame multiple, ovvero, quella particolare narrazione che secondo Steven Johnson “dipana contemporaneamente una serie di trame distinte, talvolta fino a dieci, sebbene almeno la metà coinvolgano poche e brevi scene sparpagliate lungo l’episodio. L’intuizione geniale di Bochco con Hill Street fu di combinare una struttura narrativa articolata con un soggetto complesso”. La stessa cosa che avviene in Over there. La protagonista assoluta è la Guerra. Non quella pulita e patinata. Non quella lampo o intelligente. La guerra come inferno in cui è duro continuare a combattere, dove gli attentati sono all’ordine del giorno e vivere è soltanto un opzione data al 50% o forse meno. La guerra vista con gli occhi di Doublewide, una mamma soldato che lascia sua figlia appena nata, di Williams detto Smoke, soldato di colore che spara con la precisione di un gioielliere, di Angel, diciannovenne col sogno di cantare, di Mrs. B., di Bo Rider, 20 anni, che rimasto vittima di un attentato perde una gamba, di Frank detto Dim e di Tari.

La telecamera, infatti, segue i soldati nelle imboscate, negli attacchi, senza dimenticare le loro vite lasciate negli States, le loro famiglie e i loro sogni. Guardando le puntate pensavo a quel verso di De Andrè che si chiedeva che fine avessero fatto “i figli della guerra partiti per un ideale, per una truffa, per un amore finito male”.

In un’intervista Bochco ha affermato che si è convinto a produrre la serie dopo essersi assicurato di poterlo fare “in modo completamente apolitico”.

Ma come hanno scritto alcuni giornali “sarebbe abbastanza ridicolo pensare che si possa in qualche modo separare la guerra in Iraq dalla politica – non ci sarebbero soldati sul campo e corpi sottoterra se non fosse per la politica – ed è sbagliato pensare che un punto di vista politico sia restrittivo o in qualche modo meno creativo” E infatti qualcosa traspare.

Stilisticamente parlando la serie è ineccepibile: stile realistico e poco patinato. I cadaveri si vedono, il sangue è reale e le storie sembrano vere. Ma ciò che stupisce di più è che la visione del dramma non è manichea. Se la guerra è la protagonista lo stile è quello di non rinunciare a raccontare la complessità delle vicende. La complessità di chi vive la guerra: di chi la fa e di chi la subisce. La complessità della realtà. Dove non si sa bene chi sono le vittime e chi i carnefici. O meglio tutti sono vittime dell’odio della guerra.

“Questa non è combattere, è un esecuzione!” urla Dim al suo superiore quando è costretto a sparare ad una famiglia innocente mandata in avanscoperta per far passare di nascosto un militante della guerriglia. E ribellandosi al sergente che gli ordina di sparare dice “Al diavolo le regole di ingaggio!” che permettono di aprire il fuoco senza preavviso ai civili che non si fermano ai posti di blocchi.

Non viene trascurato il punto di vista degli iracheni, infatti, in un episodio un combattente appena arrestato urla a gran voce mentre viene ripreso da un reporter arabo “Ora assaggeremo la vostra libertà, la libertà che non vogliamo una libertà che ci è stata imposta. ora mi porterete ad Abu Ghraib, Dio è grande, non c’è altro dio che Allah”

In un’altra puntata compare Tari un soldato americano di origini arabe che dice pensando agli iracheni “Sono dei selvaggi” e Dim lo statunitense gli risponde quasi a rimproverarlo “Non sono dei selvaggi”.

Molto chiara la metafora usata sempre da Tari per spiegare a Dim cos’è la jihad per gli orientali

“Per questi ragazzi è come la cosa più eccitante mai successa nella loro vita. È come essere un hippie nel ‘69 e sapere che c’è Woodstock. Coma fa uno a non andarci?” Dim gli chiede “Si ma qui si muore” E Tari risponde “Loro hanno un’idea diversa rispetto a te”

Molto emblematico l’ultimo episodio intitolato “Follow the money”. Mentre i soldati stanno scortando dei camion vengono attaccati da un gruppo di guerriglieri. Le perdite sono ingenti. Quello che segue è il dialogo tra i soldati:

Sergente “Che ci facciamo qui?”

Angel “Gente inesperta che resiste e risponde in quel modo. Qui sono tutti morti. Molti poco fa erano ancora vivi. Spero che ci sia un buon motivo”

Sergente “Lo spero tanto anch’io”

I soldati scoprono che non nei camion ci sono soldi e il tenente urla “340 milioni di dollari in nuovi dinari iracheni, pagati dagli Stati Uniti e arrivati dall’Inghilterra”

Dim “Lei ha sacrificato 4 dei suoi uomini per dei soldi senza contare i civili morti? Quanto valgono le loro vite per lei? La sua vita quanto vale?”

Tenente “Arresti quest’uomo sergente!”

Dim “Solo perché faccio un’aritmetica della guerra?”

Nonostante le ottime critiche, anche Aldo Grasso ne ha parlato bene, non ci saranno nuovi episodi. I motivi possono essere diversi tra cui il fatto che la serie era partita con 4.100.000 spettatori ma alla fine è arrivata a 1.350.000, o forse perché vedere in tv una serie su una war in progress non è una delle cose migliori per gli spettatori statunitensi. Sono convinto che questa produzione rimarrà nella storia della televisione, perché è il simbolo della cifra stilistica delle cose che si producono oltreoceano ma anche un esempio da seguire per chi produrrà in futuro film-tv sulla guerra. Aspettando “Nassiriya”, infatti, bene faremmo a vederci Over there.