Una morte da eroe (di Mediaset)

Anche su TvBlog, ieri, abbiamo rispolverato gli archivi del Grande Fratello 1. E’ stato più forte di noi e di tutti. In fondo la morte di Pietro ha avuto una tale eco perché un attore qualunque avrebbe fatto meno notizia. Uno che ha recitato in fiction (spesso) di nicchia e, al massimo, in qualche ruolo


Anche su TvBlog, ieri, abbiamo rispolverato gli archivi del Grande Fratello 1. E’ stato più forte di noi e di tutti. In fondo la morte di Pietro ha avuto una tale eco perché un attore qualunque avrebbe fatto meno notizia. Uno che ha recitato in fiction (spesso) di nicchia e, al massimo, in qualche ruolo da comprimario al cinema, mai da protagonista. Uno che ‘concorrente’ lo è sempre stato nella sua vita, contro tutti e contro se stesso.

La tragica fine di Pietro lo ha consacrato nel modo peggiore che potesse aspettarsi: da feticcio del Grande Fratello. Ora il reality che più ha toccato il fondo può risorgere dalle sue ceneri, circondarsi di un’aura di leggenda, entrare nella storia grazie a un apripista epico. L’eroe post mortem ha sempre la sua attrattiva, colui che si definiva guerriero solo perché il tronista non esisteva è ormai emblema di un titanismo nazionale, degno di un soldato morto in guerra.

In questo post vi risparmierò l’ennesimo coccodrillo pietoso. Non lo nominerò neanche per cognome, per evitare che anche la mia sembri un’astuta tattica di indicizzazione sui motori di ricerca. Oggi che i riflettori si sono spenti, vorrei ragionare sulla vicenda ‘a freddo’. Leggo, ad esempio, che A gentile richiesta e Matrix hanno fatto il boom di ascolti, facendo di Pietro un loro santino, appropriandosi avidamente del suo passato da gieffino come un sindaco rivendica le gesta del suo concittadino.

La d’Urso ad esempio ci ha mostrato “il suo amato Pietro” nel pregnante ruolo di opinionista di Uno, due tre stalla, uno dei momenti forse più bassi della sua carriera (ma d’altronde la trasmissione la conduceva lei). E Alessio Vinci, invece, si è guardato bene dal riproporre Pietro al naturale, incazzato contro la morbosità di questo stesso sistema, in una vecchia puntata di Matrix versione Mentana.

Pietro è morto da eroe di Mediaset, con tutto ciò che questo comporta. Ad unirsi al corteo funebre gli ex compagni di reality che mai avrebbe voluto in prima fila al suo funerale. Gli stessi che lo odiavano perché lui poteva permettersi di dire “no” al trenino di Buona Domenica. Come se ciò non bastasse, ieri Matrix si è chiuso con un contributo “sentitissimo”, quello di Sarah Nile, anche lei paracadutista e reduce dal Grande Fratello 10 (anni dopo Pietro). Il senso è che lei continuerà a lanciarsi lo stesso, perché “se è destino accade comunque”.

Per Guendalina, Grande Fratello 7, un padre di famiglia non dovrebbe esporsi a tali rischi. Sarà che lei ora è mamma e più suscettibile: ad accompagnarla dalla d’Urso è il compagno, ex tronista, Daniele Interrante, uno che con Pietro aveva in comune solo i muscoli.

E’ come se i reduci da reality facessero tutti parte di una grande famiglia, in casi come questo. Un po’ come quando ti muore l’ex compagno di qualcosa che non vedevi da una vita e ti tocca fare le condoglianze, con la differenza che in tv l’effetto sa di grottesco. Dei colleghi sul set, nonché degli amici famosi più cari, neanche l’ombra in video. In onda non c’è la persona che loro hanno conosciuto e con cui hanno lavorato, ma la stessa caricatura da cui con fatica aveva provato ad affrancarsi.

La vera vita di Pietro e i suoi recenti trascorsi artistici sono stati praticamente annullati dalla trasfigurazione aziendalista che ne ha fatto Mediaset. Pietro è morto da emblema del Grande Fratello, non da vero guerriero né da attore. Ora con lui il reality diventa mito. Proprio quello che non avrebbe voluto, poverino.

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