Io e Te: Pierluigi Diaco, le distanze sociali e dalle critiche social: “La dittatura del web ha rotto le scatole”

Il conduttore del talk show di Rai 1 duro con chi infiocchetta articoli con le opinioni dei commentatori social: “Tutta fuffa, roba per pochi”

Nel corso delle scorse settimane, molti personaggi televisivi hanno speso parole lusinghiere nei confronti dei social, nuove piattaforme di comunicazione, che hanno offerto ai professionisti dell’audiovisivo l’opportunità di rimanere vicino al proprio pubblico durante l’emergenza sanitaria da Coronavirus. Una funzione di supporto quella delle dirette Instagram, con cui sperimentare format e studiare linguaggi inediti, che è emersa in tutta la sua effettiva fragilità con il ritorno in onda delle trasmissioni. Complice anche la fine della stagione, il palinsesto alternativo è giunto pressoché a conclusione, riconsegnando al piccolo schermo il testimone dell’intrattenimento popolare. La televisione si è così riaccesa, con le imprescindibili distanze sociali da mantenere. Distanze sociali e rinnovate distanze dai social.

Durante la puntata di Io e Te di venerdì 12 giugno, che ha chiuso la settimana di trasmissione della nuova edizione del talk pomeridiano condotto da Pierluigi Diaco, il giornalista e l’ospite Claudio Lippi si sono soffermati sul ruolo sociale delle reti che si intrecciano virtualmente sui nuovi network. Con un pizzico di nostalgia per i tempi che furono, il co-conduttore de La Prova del Cuoco si è detto affranto al pensiero che le generazioni future non saranno abituate alla convivenza fisica, agli incontri tattili, alla corporeità del passato. “Il nostro social era trovarsi con una chitarra e non guardare chi avesse venduto più dischi“, ha rivelato, sottolineando quanto l’avvento di Internet e dei social network abbia accelerato il cambiamento, che si delinea quanto più nitido quando la televisione mostra filmati di repertorio in programmi come Techetechetè.

La riflessione sentimentale dell’ospite in studio ha dato il la a Pierluigi Diaco per interrogarsi sul presunto equivoco che legherebbe alcune logiche dei social con quelle più tradizionali – per taluni polverose – dei mezzi di comunicazione di massa come la stampa, la radio e la televisione. Il riferimento è all’abitudine di alcuni giornalisti di produrre articoli, talvolta sensazionalistici, basati sulle critiche di chi fa uso della social tv e di chi commenta gli show in tempo reale:

Tutta fuffa, come se i cittadini stessero tutto il giorno a smanettare con questo surrogato della vita che si chiama cellulare. In realtà è una roba tra di noi, autoreferenziale. Non credo che nessuno dei telespettatori sa la quantità di insulti e complimenti che riceviamo sui social, è una roba tra pochi. Il pensiero che lì dentro ci sia la verità a dispetto di mezzi come la televisione che parlano a milioni di persone è un equivoco che va sciolto. Quella roba lì è per pochi, tv e radio rimangono mezzi di massa attraverso cui la gente si intrattiene e noi facciamo bene o male il nostro mestiere. Questa dittatura del web ha rotto le scatole.

E se in Italia Internet doppia ormai per ore di consumo la televisione, stando al report Digital 2019, è pur vero che non tutti coloro che navigano contribuiscono al dibattito su ciò che avviene sul piccolo schermo. C’è chi si espone, chi legge e condivide, chi esprime giudizi in maniera composta e chi urla per partito preso. Più che dittatura, una chiassosa democrazia diretta, a cui gli operatori del settore devono saper guardare sempre con occhio vigile, in modo tale da distinguere la qualità dei contenuti dal rumore di fondo. Questa, forse, una delle chiavi per un matrimonio stabile tra piattaforme. Senza distanze.