• La7

Startup Economy, Carlo Massarini a Blogo: ”La crisi ha svelato il nostro gap digitale, è il momento di ripensare il Paese”

Carlo Massarini torna a raccontare il futuro con Startup Economy, su La7 da domenica 17 maggio.

In principio fu Mister Fantasy, ancora oggi un must dell’avanguardia tv; poi venne MediaMente, altra chicca capace di raccontare il futuro in corso, di mostrare al grande pubblico il passaggio sotterraneo e costante dall’analogico al digitale mentre di fatto si stava compiendo. Per un Paese ripiegato su se stesso non era missione da poco e il modo in cui fu cancellato dai palinsesti ancora offende (“Fu bruscamente interrotto 18 anni fa da Giovanni Minoli, uno che non usava neanche il computer…”). Ora parte un’altra sfida per Carlo Massarini, Startup Economy, 8 puntate in onda su La7 alle 14 da domenica 17 maggio per far luce su un mondo interstiziale come quello delle startup, spesso associate nell’immaginario collettivo all’evanescenza della presunzione geniale, in realtà tra i principali motori dello sviluppo tecnologico e strutturale dell’economia internazionale.

Una sfida doppia, anzi tripla, per argomento scelto, per contesto economico – con una pandemia che sta riscrivendo le economie -, e per circostanze produttive, che fanno di questo programma il primo interamente realizzato da casa, non in studi simulati. Una tripla sfida che si sarebbe potuta vivere come una somma di ‘sfortunate’ coincidenze. Ma se c’è una costante che attraversa la chiacchierata con Massarini è il concetto di crisi come opportunità, concetto che si fa concreto proprio nelle storie di startup presentate nel corso del programma.

“È il momento giusto per parlarne. Nella metafora della ripartenza, Startup Economy è perfetta perché le start-up sono aziende che partono da zero, innovando, creando, a volte riuscendo anche a diventare molto grandi”

ci dice subito Massarini aprendo questa chiacchierata che ci permette di iniziare a sbirciare un futuro quanto mai incerto.

“Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo” è in sintesi il claim di questo nuovo programma.

Infatti non a caso tutti si stanno dando da fare per capire intanto come gestire queste prime fasi, dalle durate incerte, e poi tutto quello che verrà. Si dice che ‘dopo’ le cose non saranno più le stesse e tutti cercano di dare una ‘logica’ a questa diversità, molto difficile da dare. Le start-up in fondo hanno reinventato il futuro: Amazon, Apple, Google, Netflix Uber sono tutte start-up che oltre all’idea hanno trovato un management in gamba e anche il momento giusto. Diversamente da quanto si pensi, non basta certo solo l’idea: spesso ce ne sono di ottime, ma non trovano il sostegno adeguato. Oppure arrivano troppo presto: pensa a VideoOnLine, il primo Internet Provider d’Italia che partì dalla Sardegna e sbarcò anche negli USA. Divenne un colosso, ma senza gli adeguati sostegni economici e finanziari non durò molto. Niki Grauso, però, era davvero avanti. Se ci pensi è pazzesco: un imprenditore sardo più avanti degli americani. Anche troppo.

Cosa racconta Startup Economy?

Di grandi e piccole realtà del settore. Non è una ricostruzione storica delle start-up di successo, non vuole esserlo. Il fulcro sono le interviste fatte con alcuni dei nomi più interessanti del panorama contemporaneo per esplorare diverse realtà e diversi aspetti del fenomeno. Nella prima puntata, ad esempio, avremo il filosofo Luciano Floridi che insegna a Oxford con cui parleremo, tra l’altro, del rapporto ‘impari’ tra uomo e tecnologia; nella seconda con Riccardo Sabatini, un fisico teorico davvero geniale, daremo vedremo come l’applicazione di modelli matematici possa essere una risorsa per gli ambiti più diversi, dalla nuova genomica farmaceutica all’analisi dei flussi migratori. Nella terza, poi, parleremo di musica e anche di come immaginare il ‘dopo’ per il settore dei live: tanti contributi diversi per raccontare realtà più o meno consolidate, ma per riflettere anche su quello che stava e sta succedendo. E sono solo alcuni dei contenuti di queste otto puntate, co-condotte con me, in un continuo ‘botta e risposta’, da Francesco Sacco da Milano. E poi tanti diversi spazi, come quelli dedicati alla classifica delle app più scaricate o delle app più usate o delle app più utili o più bizzarre.

E a proposito di innovazione, ti sei ritrovato a sperimentare per primo la vera conduzione integrale da casa tua.

Ecco, sì. Non credo che ci sia nessun altro programma televisivo che sia stato fatto a casa del conduttore (sorride). Altre nuove produzioni ‘simulano’ la casa in uno studio, pur restando ovviamente la dimensione dell’intervista in collegamento. E’ stata a suo modo una sfida.

Tra i tanti settori che devono, o possono, immaginare un ‘dopo’ c’è proprio la televisione: negli ultimi anni si è vissuto di rendita, con format che vanno avanti da decenni e forse questa può essere l’occasione per voltare pagina e pensare a qualcosa di diverso…

Nonostante io faccia programmi tv, ora ti parlo da telespettatore, soprattutto di talk e approfondimenti: la mancanza degli applausi negli studi tv è stata una liberazione. L’applauso forzato, comandato, che doveva scandire ogni singola parola dell’intervistato o dell’ospite, che a sua volta parlava per prendere applauso e consenso, era una cosa ormai insopportabile. Senza questo rumore di fondo continuo mi sembra che ci sia stato un miglioramento della qualità stessa dei programmi: si punta al contenuto, si argomenta, c’è uno scambio. Non ne sento la mancanza.

L’intrattenimento, forse, dovrà ripensarsi. Noi che siamo cresciuti col mito della virtualità ci stiamo forse rendendo conto che non è e non può essere la risposta a tutto…

È quello che si diceva all’inizio: una disruption forte come quella che stiamo vivendo offre anche la possibilità di ripensare gli standard. Per anni a MediaMente abbiamo insistito sulla necessità di cablare l’Italia per avere un’infrastruttura utile allo smart working, alla didattica a distanza. Qualcosina è stato fatto, soprattutto in ambito business, ma molto poco per il pubblico. E i risultati si vedono. Ora si è capito quanto sia importante essere connessi e non solo per la possibilità di comunicare, ma soprattutto per lavorare. Ho visto che nelle ultime misure sono stati messi in bilancio quote importanti per la ricerca: benissimo, ma investiamo anche sulle connessioni, sulla fibra, sull’ammodernamento reale del nostro Paese. Cerchiamo di non uscire da questa situazione solo con le ossa rotte, ma anche con una riorganizzazione reale in vista di una ripresa davvero competitiva. Lo vediamo proprio con le start-up: l’Italia è tecnologicamente fanalino di coda in Europa eppure le nostre start-up sono tra le più innovative, creative, di successo. E conquistano anche mercati estremamente competitivi come USA, Giappone e Cina. Il sistema Paese è indietro e questa può essere l’occasione per un vero rilancio, per ricominciare meglio di dove eravamo rimasti. Un’occasione che, non lo dimentichiamo, è costata finora 30.000 morti solo in Italia, 180 medici, cui va tutto il nostro rispetto.

Hai appena citato MediaMente, un programma precursore negli anni ’90 così come Mister Fantasy lo fu per gli anni ’80.

Quel programma ha raccontato quello che in Italia ancora non c’era. L’abbiamo fatto per 7 anni (dal 1994 al 2002, ndr) ed è stato bruscamente interrotto 18 anni fa da Giovanni Minoli, uno che non usava neanche il computer…

Si ha un po’ la sensazione che quella spinta innovativa che ha caratterizzato soprattutto gli anni ’80 e ‘90 – penso alla musica, all’uso della tecnologia, alla commistione di linguaggi – si sia un po’ fermata …

Guarda, se vivessimo negli USA, magari nella Silicon Valley questo pensiero non ti sfiorerebbe nemmeno. Nel mondo c’è gente che sta facendo, e ha già fatto, cose che non riusciamo neanche a immaginare. Il percepito è una cosa, la realtà un’altra: e se ci fermiamo all’Italia, col suo 60% di case connesse in rete, è chiaro che la sensazione può essere quella. A noi arrivano le ‘ricadute’ di quel che si crea altrove. Ma la tecnologia corre, corre molto più di noi, più della consapevolezza e dell’etica umana; è come un fiume che non puoi fermare, al massimo deviare. Uomo e tecnologia hanno due velocità diverse ed è proprio uno dei temi che abbiamo toccato nella prima puntata. L’uomo crea la tecnologia, ma la tecnologia in realtà va molto più veloce: è uno dei grandi te e quindi questi sono i grandi temi che affrontavamo a MediaMente e che si possono sostanzialmente riprendere adesso perché tutto sommato la situazione in questi anni non è cambiata.

Startup Economy, quindi, mi sembra si inserisca perfettamente nel filone dei programmi che raccontano il futuro ‘in atto’ e che possono indicare una via per un ‘ritorno al futuro’.

Guarda, raccontare è importante, ma soprattutto bisogna fare. L’Italia non ha molti soldi da investire e generalmente non vengono investiti in innovazione e ricerca, ma ‘innovazione’ e ricerca vuol dire anche scuola, sanità, economia. Mai come oggi ci stiamo rendendo conto degli effetti di tagli decennali, della sottovalutazione delle infrastrutture tecnologiche, del gap digitale… Tutti pensavano che l’avessimo risolto perché ‘ora abbiamo Whatsapp’, ma quella è l’ultima stazione di una filiera che nel frattempo crea ben altro prodotto. Noi ci accontentiamo della prospettiva del consumer, ma qui c’è un Paese intero che va innovato: vogliamo parlare della Pubblica Amministrazione? C’è tantissimo da fare e spero che questa sia davvero una buona occasione per ripensare tutto e pensare a quel che vogliamo essere.