Pupo: “Gf Vip meglio senza pubblico in studio, Signorini amico fraterno. Vorrei condurre Striscia”

Pupo a Blogo: “Non avevo mai guardato il Gf, mi ha appassionato. Signorini amico fraterno, nessun altro sarebbe stato alla sua altezza. Affari Tuoi? Dovevano condurlo Fazio e Teocoli, fui avvisato due settimane prima. Condurrei Striscia, non Le Iene”

Un diesel, partito a rilento ma esploso strada facendo. “Sì, mi piace questa metafora”. Pupo guarda alla sua recente esperienza al Grande Fratello Vip con sincera soddisfazione. “Non sapevo se sarei stato all’altezza nel ruolo di opinionista – racconta a Tv Blog – non volevo fare come i miei predecessori, non volevo essere sopra le righe. Volevo essere quello che poi è venuto fuori, uno che era dentro alle vicende e al contempo distaccato. I risultati sono stati lusinghieri, non solo sotto il profilo degli ascolti”.

Schietto e diretto, come sempre, Enzo Ghinazzi ammette di essere entrato in un contesto a lui sconosciuto. “Non avevo mai guardato il Gf in vita mia, sono rimasto molto coinvolto dalla sensibilità, dall’umanità e dalla meravigliosa disperazione dei concorrenti. Mi hanno molto colpito e pure ridimensionato. Anche oggi direi di no se mi proponessero di prendere parte al Grande Fratello da concorrente, tuttavia se prima lo ritenevo una cagata, ora ammetto che mi ha appassionato. Persino l’incoerenza e la ricerca di recupero professionale dei partecipanti sono state un arricchimento”.

Promosso anche Alfonso Signorini?

“Alfonso per me è stata una grandissima sorpresa. Ho scoperto un amico fraterno, una persona molto più valida di quella che credevo. Ha i suoi atteggiamenti a volte conservatori, poco portati all’idea di dissacrazione di certi riti, ma è stato se stesso e mi è piaciuto molto. Questa edizione, anche per come purtroppo è andata a finire, non avrebbe potuto avere elemento migliore. La Blasi, la D’Urso, la Marcuzzi, alle prese con questa emergenza, non le avrei viste alla stessa altezza”.

Ci sono stati dei diverbi?

“Quando buttarono fuori Salvo ci scontrammo. C’è stata una fase in cui ho pensato che non fosse troppo propenso al contraddittorio e ne abbiamo parlato, in maniera molto chiara. E’ fondamentale che l’interlocutore, seppur non d’accordo, non si trascini dietro la frustrazione”.

Le prime puntate, dicevamo, sono state un po’ difficili.

“Erano abbastanza istituzionali e per me era difficile inserirmi. Poi, quando è venuta fuori l’umanità, ho potuto abbandonare persino l’autoreferenzialità. Il mio rischio era quello di vedere uno dentro la casa e di immedesimarmi in lui, di intravedere alcuni momenti che furono anche i miei. A differenza di tanti colleghi mi riguardo sempre, sono afflitto dal complesso di narcisismo. Quando mi faccio schifo cerco di correggermi”.

Poi è arrivato il coronavirus, con lo spostamento da Roma a Milano. Quanto è stato difficile adeguarsi alla nuova situazione?

“Mi sono sentito sempre a mio agio. Certo, ho preso le mie precauzioni, ma non avendo la percezione del rischio, non ho avvertito momenti di difficoltà. Inizialmente mi era stato proposto di restare a Roma, in collegamento. In seguito mi hanno chiamato dalla produzione dicendomi che forse Alfonso aveva bisogno di essere affiancato. ‘Ci andresti a Milano, nonostante il periodo?’. Ho risposto di sì e quando sono arrivato mi sono reso conto che stare lì era fondamentale. Da Roma non sarebbe venuto fuori questo nostro rapporto, il risultato non sarebbe stato identico. E’ stata una coincidenza fatale”.

L’assenza del pubblico non ha paradossalmente migliorato lo show?

“Secondo me sì e lo ho affermato sin dalla prima puntata. La caciara non giova al Grande Fratello, magari serve più al conduttore per creare un’atmosfera che però è fuorviante. A volte si crede che un programma sia venuto bene perché il pubblico ha partecipato, poi vedi gli ascolti modesti e ti accorgi che non sono state rispettate le aspettative. La trasmissione è venuta bene, il 23% di share della finale, con una curva finale pazzesca, è anche frutto di un bacino di utenza che è forzatamente aumentato. Ma se un programma non piace, la gente non lo guarda”.

Sarebbe disponibile per un bis?

“Penso che lo rifarei, secondo me siamo predestinati a ripetere un’esperienza simile. Comunque nessuno mi ha ancora detto niente”.

Prima parlava di coincidenze fatali. La sua carriera televisiva è piena di rinascite improvvise ed inaspettate. A partire da Domenica In.

“Era il 1989 e mi telefonò Gianni Boncompagni che mi aveva intravisto in bassa frequenza al Maurizio Costanzo Show. Ci ero andato con mio padre, era un periodo incasinato per me. Mi chiamò che ero su un traghetto, avevo una Fiat Tipo con il telefono in macchina, che all’epoca costava da solo 6 milioni!”.

Con Il Funambolo, nel 2004, ha invece raccontato al pubblico tutta la sua vita.

“Fu la scommessa più difficile, ma quella che mi ha dato più appagamento. Non sai quante volte dovetti stoppare le riprese, mi vergognavo. Tirare fuori il peggio di sé non è facile”.

L’estate successiva arrivò Il Malloppo. Da qui iniziò l’accostamento al mondo dei game-show.

“Non ho un destino lineare, sono un outsider che vive di coincidenze, che coglie sempre le palle al balzo. La storia del Malloppo parte da lontano e si lega a La Fattoria. L’inviato del reality sarebbe dovuto essere Pietro Taricone, mentre a me venne proposto di gareggiare come concorrente. Dissi di no, così come ho fatto puntualmente con tutti i reality. Però li informai che mi sarebbe piaciuto fare l’inviato. ‘Se me lo fate fare non vi chiedo nemmeno i soldi, mi date solo il rimborso spese’, dissi. Mi risposero che per quel ruolo c’era già Taricone e la storia finì lì. Due settimane dopo mi telefonarono spiegandomi che Pietro aveva rinunciato, quindi venni preso. L’esperienza fu talmente positiva che la Endemol mi affidò Il Malloppo”.

Affari tuoi, al contrario, non era nei programmi.

“Affatto. Era stato già assegnato a Fazio e Teocoli, con lo studio pronto a Milano, avrebbero dovuto registrarlo là. Mi contattarono agli inizi di settembre, con un preavviso di 10-15 giorni. Venni informato dal direttore Del Noce. Fabrizio è stato la mia chiave di svolta in Rai”.

Perché pensò a lei?

“Probabilmente gli piaceva la mia cifra di giocatore in sonno, ma che ne conservava l’anima”.

Gli ascolti furono pazzeschi, eppure l’esperienza durò una sola stagione.

“Venni via io, cominciarono le pressioni e mi sentivo saturo. Gli ascolti erano eccellenti, ridimensionai quelli di Bonolis”.

Nel 2007 lanciò Reazione a catena. Tre anni di conduzione, prima di lasciare il gioco a Pino Insegno.

“No, in quel caso non volli lasciare, fui mandato via dal direttore Mauro Mazza, senza motivo”.

Qualche tempo fa ha realizzato dei servizi per Le Iene, una sorta di trilogia dei suoi ‘demoni’. Come è nato il progetto?

“E’ stata una delle cose più belle che abbia mai realizzato, grazie soprattutto ad un valido film-maker come Giorgio Romiti (Gaston Zama, ndr). Siamo stati dieci giorni in America e abbiamo girato servizi sui temi delle droghe leggere, del sesso e del gioco d’azzardo. L’ho fatto gratis, sono uno che ancora oggi va in cerca di emozioni nuove e divertenti”.

Ha mai pensato a Le Iene nella veste di conduttore?

“Non ci ho mai pensato e non ne avrei nemmeno voglia, è un ruolo che non mi piace. Lo spazio è troppo ridotto, hai giusto il tempo di lanciare il servizio, non mi diverte. Piuttosto, andrei volentieri a condurre Striscia”.

Ci è mai andato vicino?

“Una volta l’ho sfiorata, avrei dovuto farla con Teo Mammucari. Siamo molto amici e con lui mi sono sempre trovato bene. Mi piacciono le persone che hanno idee provocatorie”.

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