The Facchinettis, Francesco Facchinetti a Blogo: "La nostra vita, tra Casa Vianello e Gli Osbourne"

Il conduttore e imprenditore approda su DPlay Plus insieme alla sua famiglia, tutta da scoprire: "Nessun filtro o tabù, racconteremo anche la crisi coniugale"

La prima produzione italiana originale di DPlay Plus, piattaforma streaming pay di Discovery? Si intitola The Facchinettis e racconta le avventure di una delle famiglie social più seguite in Italia, quella che fa capo a Francesco Facchinetti e Wilma Helena Faissol. I #TheFacchinettis, appunto, che su Instagram raccolgono insieme quasi un milione e mezzo di seguaci.

Il primo episodio della serie, che sarà disponibile in digital dal 12 aprile, sarà trasmesso anche in chiaro su Real Time domenica 19 aprile alle 21.30. Intervistato da Tvblog, Francesco Facchinetti ha raccontato il progetto, che arriva in onda in un periodo storico piuttosto complicato.

Quando e dove nasce l'idea di raccontare la propria famiglia davanti alle telecamere?

Il progetto ha avuto una lunga gestazione. Concepito nel 2006, ha avuto una prima evoluzione nel 2014 e va in onda nel 2020. A 26 anni avevo costruito una sorta di comune, dove persone di diverse culture potevano incontrarsi. Senegalesi e canadesi, italiani e francesi, persone da tante parti del mondo che si ritrovavano in uno spazio condiviso con idee, sogni e passioni diverse. Artisti, musicisti, poeti, sportivi, al massimo della creatività. Già all'epoca avrei voluto raccontare questo melting pot di caratteri, dove ho iniziato a coltivare la passione per il web, ma non se ne fece più nulla. Qualche anno fa, mentre registravo The Voice con mio padre Roby, mia moglie Wilma ha inventato l'hashtag #TheFacchinettis per raccontare sui social le peripezie del team Facchinetti. Da lì, mi è tornato in mente il desiderio di raccontare il dietro le quinte di una famiglia particolare, che ha sempre vissuto sotto i riflettori.

La linea narrativa scelta è quella recitata della sit-com o più simile a quella dei reality alla Kardashian? 

Due cifre stilistiche saranno presenti in The Facchinettis: una più scripted - stile Modern Family o Casa Vianello -, una più spontanea, senza copioni. L'ispirazione è alla famiglia Osbourne e al loro reality, che ha rappresentato una discriminante nel modo di fare intrattenimento tv, soprattutto negli Stati Uniti. Senza di loro, non ci sarebbero state le Kardashian.

Immagino che tutti abbiano accettato senza problema la presenza dei cameraman in casa. Siete riusciti veramente a raccontarvi senza filtri?

Siamo tutti un po' abituati a certe dinamiche, dai più grandi ai più piccoli. I miei figli sono cresciuti ai concerti del nonno e mi hanno sempre seguito sul lavoro. Anche tutti i talent che rappresento e che compariranno sono abituati a vivere nel marasma. Raccontare la nostra quotidianità non è stata una fatica, anzi. Abbiamo tenuto a raccontare tutto ciò che fa parte della vita di una famiglia e di una coppia, anche i momenti più grigi. Un fil rouge della serie sarà la crisi coniugale che abbiamo vissuto io e Wilma, che ci ha spinto a riflettere sul nostro rapporto con una terapista. Non bisogna provare vergogna e nascondere disagi simili: abbiamo cercato di raccontarli con trasparenza e in maniera propedeutica, senza tabù, alla ricerca di connessioni col pubblico.

Parlare della propria vita famigliare in televisione è diverso che farlo su Instagram?

Vivo Instagram come uno specchio del privato. La serie tv è un'estensione del contenuto digitale, entrambi devono lavorare in sinergia. Nel resto del mondo, web e tv funzionano in maniera complementare, uno lancia l'altro; in Italia non succede perché pensiamo che i social debbano limitarsi al ruolo di propulsori del contenuto tv quando va in onda. La concezione comune è del web come second screen - a volte addirittura come first -,  mentre sarebbe opportuno utilizzare i mezzi insieme. Non sarei contento di sapere che il mio programma viene twittato e basta: voglio che lo vedano e poi ne parlino!

The Facchinettis sbarca su DPlay Plus, ma tu hai lavorato anche per Netflix come conduttore di Ultimate Beastmaster: quanto ormai, oltre alla serialità, anche l'intrattenimento è digital?

Molto, e la reclusione forzata lo sta mettendo in luce. Soprattutto a casa, voglio vedere il contenuto nel momento, coi metodi e i mezzi che decido io. Non c'è da aspettare. Gli eventi hanno fatto sì che sempre più persone si stiano avvicinando alle piattaforme streaming. La televisione, per come l'abbiamo conosciuta nel tempo, ha perso appeal, che riacquisisce però con l'informazione. Se accendo il televisore, è perché voglio tenermi aggiornato sulle news. Se prendo lo smartphone, è perché cerco l'evasione.

Tra l'altro, The Facchinettis arriva in un momento piuttosto critico per tutto il comparto-spettacolo: come pensi cambierà la tv nei prossimi mesi?

La tv deve imparare a spendere meno e i conduttori a prendere meno soldi. Bisogna riparametrare il sistema e sostenere chi vuole fare imprenditoria sul modello Serhant, De Filippi o Carlucci. Da imprenditore, decidi tu cosa fare e ti assumi il rischio: più soldi investi, meglio è. Lo sa bene chi lavora con la musica, il primo mercato mazzolato: i cantanti sono diventati imprenditori di sé stessi, non considerano più le case discografiche come banche e hanno permesso al settore di rinascere. Dovrebbe capitare lo stesso nel resto delle arti. Nel nostro piccolo, abbiamo collaborato alla produzione del progetto The Facchinettis.

Un ricambio generazione potrebbe arrivare dai talenti dei social, che in questo periodo hanno dimostrato definitivamente di essere altro oltre all'esibizione. Che ne pensi?

Si è acceso un occhio di bue su queste nuove leve e ne ha mostrato pregi e difetti. C'è chi ha trovato il modo di andare oltre le apparenze e chi ha mostrato di essere bidimensionale, di non avere quella profondità necessaria per avere un successo duraturo. L'apparenza si fonda sull'immagine, che cambia nel tempo: puoi fare centinaia di migliaia di like su Instagram, ma se non offri altro, in tre anni arriverà qualcun altro a prendere il tuo posto. Da un grande potere derivano grandi responsabilità...

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