La tv si arrende al coronavirus. Domenica In il caso più esemplare

L'emergenza coronavirus stravolge i palinsesti. Salta anche Domenica In, lo stesso programma che nel 1976 nacque proprio per far stare gli italiani a casa. Ma sul divano ci resti volentieri se il mondo raccontato non è peggiore di quello all’esterno

Quando quarantaquattro anni fa il governo implorò gli italiani di non uscire dalle proprie abitazioni, un ruolo fondamentale lo ricoprì la televisione. In piena austerity, il Paese aveva l’esigenza di frenare il consumo di carburante. Ecco quindi la richiesta alla Rai di mettere in piedi un contenitore che intrattenesse il pubblico per un intero pomeriggio, stoppando così le uscite in automobile. Il compito venne affidato a Corrado Mantoni, che diede alla luce Domenica In. La stessa che oggi alza bandiera bianca a causa del coronavirus.

Tv divulgatrice, amica, ma soprattutto scacciapensieri. Perché in questo periodo di domicilio forzato staccare la spina diventa una necessità. Il piccolo schermo inteso come calamita capace di trattenerti sul divano. A patto però che il mondo raccontato non sia peggiore di quello all’esterno.

Le emergenze passano, tornano, cambiano nome e fattezza. Non la funzione della televisione. Il 19 marzo 1978, ad appena tre giorni dall’attentato di via Fani, sempre Domenica In dovette tranquillizzare una popolazione sconvolta dal rapimento di Aldo Moro e dall’uccisione dei componenti della scorta. “Oggi è la domenica delle Palme, simbolo di pace, amicizia e amore, cose di cui abbiamo tanto bisogno in questi giorni”, spiegò Corrado, con la voce rotta dall’emozione.

All’epoca non erano vietati abbracci o passeggiate con gli amici. Eppure la televisione dava la percezione di restituire quel calore che là fuori non avremmo trovato.

L’hashtag #restiamoacasa ci bombarda da mattina a sera. Semplice comunicarlo, difficilissimo applicarlo. Il riposo lo programmi, lo scegli, lo affianchi ad altre passioni. Un altro discorso è quando te lo impongono gli altri, nei tempi e soprattutto negli spazi.

I palinsesti perdono pezzi, le trasmissioni vengono sospese, altre proseguono zoppicando vistosamente. Se una volta nascevano progetti, ora questi si arenano, certo, anche per cause di forza maggiore.

I toni tuttavia restano importanti. Dar vita ad un costante bollettino di guerra – soprattutto in un giorno festivo privo pure di Serie A, Settimana Ventura, Quelli che il calcio e Domenica Live - equivale a sottoporre gli spettatori ad un estenuante stress test. L’umore, già di per sé ai minimi termini, viene così azzerato, trasformando un accenno di trash ad una paradossale boccata d’ossigeno.

Il coronavirus, che tanti danni sta creando e creerà, venga perlomeno sfruttato per produrre qualcosa di inedito, per stuzzicare l’immaginazione degli autori, per dare vita a linguaggi nuovi, seppur azzoppati dalle condizioni avverse. E se avanti non si può guardare, allora ci si volti indietro, si rispolverino le teche.

I social stanno dimostrando che i momenti di svago possono sorgere dal nulla e in pochi istanti, la tv - al contrario - sta tirando i remi in barca. Non basta rinviare tutto alle produzioni delle piattaforme online, occorre un rituale che sia condiviso. Esiste un pubblico passivo che vuole trovare la tavola apparecchiata. D’altronde, quando andiamo al ristorante attendiamo di essere serviti. Non lo facciamo da soli.

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