Giorgio Verdelli a Blogo: “Mia Martini va al cinema. Il mio ‘segreto’? Rispettare il pubblico e amare la musica”

Mia Martini - Fammi sentire bella avrà un adattamento cinematografico: tra i prossimi progetti un docufilm su Paolo Conte e uno speciale sugli Squallor.

È passato qualche giorno dal suo Mia Martini – Fammi sentire bella, ma l’eco di quell’omaggio delicato e potente, scritto con attenzione, affetto e soprattutto rispetto per una delle voci più profondamente emozionanti della musica italiana, non si è ancora affievolito. Anzi. E non solo per gli ascolti davvero encomiabili, che hanno fatto registrare 1,7 mln e il 6,6% di share per un docufilm che sulla carta sarebbe dovuto essere ‘di nicchia’, trasmesso peraltro in una delle serate tv più competitive della settimana e senza il battage dei grandi eventi Rai, ma che ha catalizzato il pubblico e ha conquistato i critici. Bastava seguire l’hashtag #MiaMartini sui social per avere il polso dell’accoglienza presso il pubblico e gli addetti ai lavori.

 

E così siamo tornati su quel racconto apparentemente minimo, intimo, ma cesellato in ogni dettaglio, dalla scalettatura al montaggio, dai testi alle interviste (aver visto tutte le sorelle Bertè è praticamente un unicum), passando per quei contributi inediti come il concerto a Portofino e quell’intervista radiofonica in cui la voce di Mimì risuona senza nessun accenno di condizionamento da ‘telecamera’ con quella purezza che solo la radio è in grado di dare. Il tutto al netto dell’inedito singolo Fammi sentire bella, uscito proprio in concomitanza con la messa in onda del doc.

Per tornare su quel racconto non c’era nulla di meglio che una chiacchierata con il suo autore, regista e ideatore, Giorgio Verdelli, firma di uno dei migliori prodotti dedicati al racconto della musica in tv come Unici e Nastro d’Argento per il lungometraggio Pino Daniele – Il tempo resterà.

Una chiacchierata più che un’intervista con tutto quello che ne consegue, incluso un filo narrativo che passeggia tra aneddoti – potrebbe farne un programma a parte, visto che "studia da Minà", come ironizza D'Agostino – e riflessioni sul racconto tv, tra progetti in cantiere e il racconto di una vita che sembrano mille in una.

Ma partiamo da Mimì, da quel Mia Martini – Fammi sentire bella firmato Indigostories e prodotto da Alessandro Lostia, con Sonia Bergamasco, scritto da Giorgio Verdelli in collaborazione con Michaela Berlini, ancora disponibile on demand su RaiPlay.

 

Partiamo proprio dagli ascolti: te li aspettavi?

Sinceramente no. Mi aspettavo un riscontro positivo, anche dando uno sguardo ai social che vedevo pieni di commenti più che favorevoli. Ma la mattina dopo gli ascolti sono stati davvero super, non lo immaginavo. E posso anche dire che andremo al cinema con questo doc, appena sarà possibile. Ho già in mente un possibile adattamento…

Del resto tu al cinema ci sei già stato con Pino Daniele – Il tempo resterà.
Sì, ma con un percorso diverso. In quel caso il film nacque per il cinema, anche se sulla scia di una puntata di Unici dedicata a Pino Daniele, con cui ho condiviso anni e amicizia, realizzata in pochissimo tempo subito dopo la sua morte. Fu Angelo Teodoli, allora direttore di Rai 2, a volerla fortemente, tanto da autorizzarci ad appoggiarci a troupe terze, forzando le procedure, pur di farlo bene e in tempi brevi. Quando si dice sapere che si vuole e quel che si fa, e non tutti in tv lo sanno. Da lì mi venne l’idea di fare un vero e proprio docufilm. Ed è stato un successo: nei tre giorni di proiezione fu secondo al Box Office, dietro La Bella e la Bestia. E persi il David di Donatello quell’anno per soli 7 punti… Ma io in fondo resto ‘un televisivo’ e sono orgoglioso di esserlo.

 

Per fare prodotti curati ci vuole tempo: quanto tempo e quanto lavoro c’è voluto per realizzare Fammi sentire bella?

Guarda, intanto devo dire grazie alla Indigo, ovvero a Nicola Giuliano, che tanto ammirò il lavoro su Pino Daniele, ad Alessandro Lostia, già vice direttore di Rai 3 e ora a capo della IndigoStories, che mi hanno invitato a fare questo speciale. E poi devo ringraziare Stefano Coletta, che ha sostenuto il progetto. Lo spunto per questo lavoro su Mimì, però, è nato molto per caso, come spesso accade: era estate, l’occasione quella di una premiazione e incontro Franco Fasano, grande autore nonché mio caro amico, che mi parla proprio di Mimì. Mi invita a pensare a qualcosa su di lei, ma gli rispondo che per iniziare a lavorarci avrei bisogno di qualcosa di inedito. “Ah ma io ce l’ho!” mi dice e mi parla di Fammi sentire bella. Il brano è stato comprato da Caterina Caselli, per cui parlo con lei e con Gianna Bigazzi (moglie di Giancarlo Bigazzi, autore cui si devono alcuni dei più grandi successi italiani ndr), e poi con Indigo. L’idea arriva a Coletta, all’epoca direttore di Rai 3, che ci sponsorizza ‘al buio’. E penso che se fosse stato ancora alla direzione di Rai 3, con un maggior supporto promozionale, il programma sarebbe andato ancora meglio.

Quindi recuperi un brano inedito e inizi la scrittura del programma…

Sono partito dagli autori, che per me sono fondamentali in questo tipo di racconto, ma che difficilmente si fanno vedere: penso a Maurizio Fabrizio, allo stesso Fasano. E sono riuscito a riunire le tre sorelle Bertè. Ho iniziato a girare a ottobre, ma prima ho letto, come faccio di solito, tutto quello che c’è sull’argomento. Ma Mimì la conoscevo, abbiamo avuto diversi amici in comune e questo mi ha permesso di recuperare quell’intervista radiofonica che attraversa lo speciale, e in cui dice cose anche molto forti che ho scelto però di non raccontare perché non era quello l’obiettivo. Ricordavo, poi, quell’intervista con Lino Capolicchio sulla spiaggia. È un sapore quello che uno deve aggiungere nella scrittura di questo tipo di prodotto.

 

Va detto che anche il momento buio di Mimì l’hai trattato quasi en passant, non rendendolo, come in genere viene fatto, il focus del racconto sulla sua vita e sulla sua carriera.

E’ stata una scelta mia e della famiglia: abbiamo scelto una via diversa da quella che magari altri avrebbero seguito, fatta di approfondimenti strappalacrime, di racconti retorici, di ospiti molto più popolari. Ma io volevo raccontare la vera anima di Mimì, volevo raccontare quel che era, ovvero una persona innamorata della musica e straordinariamente competente in materia. Meritava Rai 1? Beh, sappiamo che ogni rete ha un suo ‘linguaggio’. Anzi, meglio, io ho il mio. Io non faccio “gente famosa che parla di…”, tanto più trattandosi di un personaggio delicato come Mimì. E un programma del genere va fatto anche rispettando i fans, che ne sanno spesso più di noi. Io seguo l’insegnamento di Pennebaker, celebre documentarista cui si deve Dont Look Back, girato sulla tournée che il cantautore Bob Dylan fece negli anni ’60: il segreto di un buon documentario è mettere insieme quello che tutti sanno e quello che nessuno sa. E io cerco di trovare sempre un equilibrio tra queste due cose. Questa per me è la chiave: rispettare il pubblico, ma guidarlo, prenderlo per mano e fare in modo che senta Mimì cantare non solo i grandi brani sanremesi, ma anche Imagine, Ne me quitte pas, La vie en rose. Per me questa è una vittoria.

Seguendo il programma devo dire che mi è venuta davvero la voglia di sentire la risata di Mia Martini, raccontata da tutti ma che non ricordo di aver sentito…
Tutti la ricordano con e per quella risata. In compenso ho recuperato quel concerto inedito a Portofino. Anche quello assolutamente per caso: mentre stavo girando il prossimo docufilm per il cinema, dedicato a Paolo Conte, mi chiama Maurizio Dinelli, il manager dei Nomadi per pensare a qualcosa insieme.  “Guarda Maurizio, con grande piacere! Ma ora sto lavorando su una cosa per Mia Martini…”. Non mi fa neanche finire di parlare: “Ma io ho un concerto inedito di Mimì a Portofino! Te lo mando!”. E così l’ho recuperato. In realtà ho tanto di quel materiale inutilizzato che potrebbe riempire un’altra puntata, ma un ‘sequel’ non ha senso, non per il mio modo di vedere il racconto. Forse farò qualcos’altro su Pino Daniele, ma più avanti. Piuttosto per quanto riguarda Fammi sentire bella, c’è la  possibilità di fare una versione cinematografica ‘ampliata’, usando materiali non usati in tv e magari eliminando qualche passaggio più strettamente televisivo.

 

Tu dici di essere televisivo, ma il tuo metodo è lontano da molta tv di oggi. Allora che cosa vuol “essere televisivo”, cosa vuol dire scrivere per la tv, per te.

La ricetta non ce l’ho, altrimenti… (ride). Posso dirti quello che mi disse uno dei miei maestri, anche di vita, cui voglio molto bene, Paolo Beldì: lui mi ha sempre detto che il bravo regista, non solo televisivo, non deve essere anche operatore, direttore della fotografia, mixer audio, ma deve saper fare un po’ di tutto per avere gli strumenti per dirigere una squadra. Io ho iniziato come dj a Napoli (ride), poi ho fatto di tutto, dal programmista all’autore, finendo per montare io stesso i miei programmi oltre che dirigerli. E ancora adesso, se non monto io stesso, sto in saletta montaggio a curare tagli, raccordi, colonna sonora. Soprattutto ci tengo ai tagli sui pezzi musicali, agli attacchi, ai passaggi... E poi per chi ama gli aspetti tecnici, molti dei momenti tv di Mia Martini che ho scelto sono di Enzo Trapani. Sono fatto così (ride ancora).

 

Anche quella è scrittura del resto…

Certo! Come diceva Orson Welles, Editing is everything… ecco perché non faccio montare a nessuno. Fu Claudio Bonivento, però, a spingermi a dirigere per il cinema Pino Daniele dopo aver visto la puntata di Unici. E lo ringrazio. Ce ne sarebbero tanti altri da ringraziare e ricordare per avermi guidato e aiutato, tanti altri da ricordare perché mi hanno ‘combattuto’. Ma va bene così…

C’è qualcuno a cui ti riferisci in particolare?
Mah guarda, ti dico sinceramente che io mi incazzo quando sento dire che la musica in tv non fa ascolti. Non è vero! Dipende da come viene raccontata! Mi incazzo perché è anche un fatto di rispetto verso la musica e verso gli artisti. Io parto dall’essere in primis un fan e cerco di non fare mai cose che non mi piacciono, anche perché quelle che ami vengono meglio. E non sopporto un certo ‘rigetto’ radical-chic che hanno alcuni che pure parlano, commentano, persino fanno, o si ritrovano a fare, televisione. Guarda, faccio nomi e cognomi perché mi sono stancato: nel 2016 ho proposto all’allora direttrice di Rai 2, Ilaria Dallatana, di fare un documentario su Freddie Mercury. Adoro i Queen, conosco benissimo Brian May, si poteva fare una cosa fatta bene e la proposi. Mi dissero di no perché non avrebbe fatto ascolti. Vuol dire non saper guardare oltre il proprio naso: basta dare un’occhiata al panorama live anche amatoriale delle nostre città e vedere quante cover band dei Queen esistono e come vengono seguite. Loro sanno vedere solo l’Auditel e il mezzo punto in più guadagnato chiamando questo o quell’ospite. Vuol dire non sapere nulla di quel che succede nell’animo della gente, questa è la rovina della tv. Per farla ci vuole il mood giusto, un feeling col mezzo. E poi c’è un’altra cosa che mi fa veramente incazzare …

Dicci…
Possibile che l’unico parametro per fare qualcosa in tv sia il successo? Quello che mi attrae è la storia, non il nome. Io vorrei fare un programma, e ho pensato anche a un titolo provvisorio, Quasi Famosi, come un noto film, in cui raccontare quelli che non ce l’hanno fatta per un soffio o che ci sono riusciti e poi sono caduti. Ci sono delle storie meravigliose da raccontare sulle ragioni, sulle situazioni, sul perché è sfuggito il ‘momento magico’ pur avento tutte le carte per farcela. Confesso che l’idea mi è venuta vedendo Searching for Sugar Man, doc premio Oscar 2013 dedicato al cantautore statunitense Sixto Rodriguez. In Italia però non sembra esserci abbastanza coraggio per farlo. Chissà che non si riesca a farlo con Netflix o con qualche altra piattaforma. In tv oggi lavora spesso gente che ai tempi di Guido Sacerdote non avrebbe avuto neanche il pass per entrare negli studi. Non è nostalgia o passatismo il mio, però. Diciamo che io combatto tutto questo con le armi che ho…

Se combatti vuol dire che hai altri progetti in cantiere...
Sì, molti… Il problema è che io sono uno solo (ride). C’è il film su Paolo Conte, che uscirà in autunno, e ora c’è anche l’adattamento cinematografico di Fammi sentire bella di cui sono molto contento. Oltre a quell’idea che ti dicevo sui Quasi Famosi, vorrei fare qualcosa sugli Squallor. Me l’hanno proposto e ci sto lavorando, sto cercando materiali. Devo dire che la mia più grande promozione sono gli artisti che mi chiamano, mi cercano, mi propongo progetti. Ho ricevuto messaggi da musicisti, artisti, grandi manager dopo lo speciale su Mimì che mi ha fatto capire che era arrivato. Tendo invece a tenermi lontano dai corridoi: finiscono per stritolarti senza che tu te ne renda conto.

Un nuovo ciclo di Unici, magari? O un programma di prime time, anche live, che racconti la musica, sulla scia di quanto sperimentato con Una Storia da Cantare?

Guarda, io riesco a fare le cose se posso esserne ‘il capo progetto’. Ma devo dirti anche che quel genere di programma ha codici diversi dai miei e mi costringerebbe a delle semplificazioni che non mi appartengono. Di certo non più e non ora. Quando ho fatto lo speciale su Vasco Rossi per Mediaset l’ho seguito in tutti i passaggi. Per quanto riguarda Unici, beh è un programma cui sono molto legato e sto aspettando di capire da Rai 2 se vuole riprenderlo, perché anche lì avrei diverse idee. Come ti dicevo quelle non mancano, tra il docufilm su Paolo Conte, la versione cinematografica dello speciale di Mia Martini, lo speciale sugli Squallor… Bisognerà trovare il tempo di fare tutto (sorride): il ‘guaio’ è che io non faccio ‘un format’, il mio è un modo di raccontare, che cerca un arrangiamento diverso per ogni prodotto. E ci vuole un po’ di tempo…

 

E noi ci auguriamo che lo trovi per portare a termine tutti i suoi progetti e per pensarne di nuovi, sempre all’insegna della cura e del rispetto per la musica e i suoi artisti.

 

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