La pupa e il secchione e viceversa, Paolo Ruffini: “L’incultura non ha genere. Non prenderò in giro nessuno”

Il neo-conduttore in un’intervista respinge l’ipotesi di fare tv spazzatura: “È una trasmissione elegante”.

La pupa e il secchione e viceversa ai nastri di partenza dieci anni dopo la sua ultima edizione. Cambiano i tempi, cambia la forma, cambia la conduzione: Durante l’edizione del 2010 il reality show andava in onda nel periodo in cui i social vedevano il loro momento di gloria seppur in sordina, il 2020 vedrà la nuova versione ai tempi dei selfie alla velocità della luce, al narcisismo da Instagram.

Dieci anni fa la gara era chiusa esclusivamente fra giovanissime ragazze e secchioni in piena regola, mentre da martedì non ci saranno più distinzioni, pari opportunità fra uomini e donne. Infine il passato che ha visto Enrico Papi al timone per due anni (il primo con Federica Panicucci e il secondo con Paola Barale) vede oggi Paolo Ruffini che a corriere.it tocca il punto nevralgico dello stare al passo coi tempi:

L’incultura non ha genere, a maggior ragione oggi con l’esplosione dei social vediamo che ci sono uomini che si curano in maniera esagerata. Nel frattempo le pupe hanno fatto carriera e sono diventate influencer, il mondo social ha invaso il sociale. Pupe e secchioni vivono due modalità diverse di disadattamento, sono due pianeti opposti e il divario si è acuito ancor di più: oggi più che mai il secchione non ha idea di cosa sia un hashtag o di chi sia Chiara Ferragni. Il web è il grande bluff di quest’epoca, ci avevano detto che con Google potevamo attingere al sapere universale, invece giriamo intorno sempre alle stesse 4 o 5 cose, il livello di approfondimento si è abbassato.

Ruffini si definisce “Un conduttore che oscilla tra il narratore del Rocky Horror Picture Show e l’entomologo” spiegando che “al microscopio valuto questi curiosi insetti, questi essere umani così particolari“.

Accusato di essere trash allo stato puro dalla sua prima edizione andata in onda nel 2006, Ruffini assicura che il rischio per La pupa e il secchione e viceversa è scongiurato:

È un docureality ma anche un game con l’eliminazione delle coppie in gara, è una trasmissione elegante, un programma hard pop, credo sarebbe garbato tantissimo a Andy Warhol. Il mio registro è di non ridere mai “sulla” persona, ma “con” la persona. Mi impegno da sempre contro il cyberbullismo, quindi voglio levare il dubbio che ci sia qualche volontà di prendere in giro o mortificare i concorrenti, sarebbe di cattivo gusto.

Aggiunge:

Una conferma piuttosto: non è detto che chi sa tante cose sia per forza intelligente. Dei secchioni mi ha incuriosito molto il fatto che ci siano ancora persone così distaccate dalla vita sociale; delle pupe il fatto che questa esibita ostentazione di forme nasconda grande fragilità e insicurezza.

Paolo Ruffini, per anni conduttore di Colorado, dice la sua su come è diventato complicato fare comicità. Negli anni il genere ha dovuto fare i conti con una persistenza sempre più marcata della polemica nella satira, del critico nella battuta, talvolta della censura dell’ironico:

Ci prendiamo tutti troppo sul serio; è l’epoca in cui sulla pagina Facebook della Torre di Pisa ci sono i giudizi come al ristorante: 4,8 stelle su 5; è l’epoca del pubblico che ti dice: perché ridi? La vera censura arriva dalla gente, da questo sistema fascio-social che non ti fa dire più niente; se fai una battuta sugli sgabelli, l’associazione italiana degli sgabelli insorge. Hanno vinto loro, ha vinto la gente, perché un comico non può fare satira sul suo pubblico.

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