Gabriele Parpiglia racconta Seconda Vita a Blogo: "Ma non chiamatemi conduttore!"

Intervista a Gabriele Parpiglia, che debutta su Real Time con Seconda Vita.

Da stasera, per quattro mercoledì, Seconda Vita approda su Real Time alle ore 21. Il giornalista Gabriele Parpiglia racconterà le storie di chi ha sperimentato un prima e un dopo, una caduta e una rinascita. Elena Santarelli e Stefano Savi saranno nella prima puntata, nelle seguenti ci saranno Vanna Marchi e Stefania Nobile, Claudia Galanti, Georgette Polizzi, I  Valespo e Fernanda Lessa. Nell'ultima puntata anche un racconto con immagini inedite di Fabrizio Corona, oggi detenuto nel carcere di San Vittore.

Gabriele, ci racconti com'è nata Seconda Vita?

"Finora ho sempre lavorato per gli altri in tv, dal Maurizio Costanzo Show alle esterne per Verissimo, e continuo a farlo. Ma non avevo mai avuto niente di mio tra le mani. Non sentivo la necessità di metterci la faccia, ma quando ho scritto questo programma l'ho sentito mio sin da subito. Questo programma va fuori dallo studio ed entra nella vita reale delle persone. Andremo a capire se è vero quello che si racconta dentro uno studio televisivo o sulle pagine dei magazine. Sono voluto andare a scavare dentro questo mondo".

E' stato complicato trovare delle storie interessanti?

"No, assolutamente. Faccio questo lavoro quasi da vent'anni: ho creato tanti rapporti di amicizia, superando la barriera giornalista-star. Avevo una lista di dieci persone e sono andato a colpo sicuro. Soltanto una persona, un po' borderline, ha chiesto un cachet spropositato, di 15mila euro, forse perché non ha capito il senso del programma. Tutti gli altri hanno partecipato a titolo gratuito, sapendo che avrebbero dovuto mettersi a nudo, senza prese in giro".

Un esempio?

"Nella seconda puntata, con Fernanda Lessa, siamo stati al SERT: lei ha raccontato di aver avuto problemi di alcolismo, così noi l'abbiamo accompagnata per capire se effettivamente è ancora sotto dipendenza oppure no".

La storia più toccante?

"Quella di Stefano Savi. Non guardate me, ma guardate lui: quell'intervista è un inno alla vita".

Ci sarà anche un filmato di Corona, nell'ultima puntata.

"Non sarà un filmato di Corona, ma di Fabrizio. Comunque vada, per Fabrizio in giro affetto ce n'è. Sono amico di Fabrizio, e non di Corona. Non parlerò minimamente della vicenda legale. Racconterò l'altra parte: il Fabrizio che pochi conoscono".

Perché non vuoi essere definito conduttore?

"Ho fatto togliere la parola conduttore dal comunicato stampa. Vedo gente che si improvvisa e si definisce tale, ma i conduttori veri sono quelli che stanno in alto. Quella è una parola che appartiene a chi ha fatto anni di gavetta, non ci si può svegliare e definirsi così. Io al massimo posso accompagnare il racconto delle storie ed entrarci dentro".

Ti piacerebbe una carriera davanti alle telecamere?

"Con le telecamere ci lavoro, tra montaggi di servizi e speakeraggi. Non sono lontano da questo mondo. La conduzione di un programma tutto mio? Se dovesse nasce una serialità di questo progetto, ne sarei contento. Ma a prescindere da come andrà, sono felice lo stesso e ringrazio Laura Carafoli e Gesualdo Vercio per questa opportunità. La mia passione è scrivere e raccontare storie: che si faccia attraverso la carta, sui muri degli autogrill o in televisione, ma quello rimane il mio lavoro".

C'è chi dice che tu ti sei inventato un nuovo mestiere, tra social, tv, carta stampata e radio. 

"Questa è una grandissima cavolata. Io ho un maestro di vita e di lavoro come Maurizio Costanzo. Ho imparato da lui ad avere una visione a 360 gradi del lavoro. Costanzo era: direttore di Canale 5, giornalista, rubrichista sui giornali, direttore del teatro, autori di canzoni. Non ho inventato niente. Mi sono soltanto guardato indietro per vedere come hanno fatto i grandi e ora guardo avanti perché per me oggi è già passato. Sto già pensando a quello che devo fare domani".

Tu hai una seconda vita?

"Credo di averne 30 o 40, di vite. Non mi vergogno ad ammettere di essere caduto ed essermi rialzato tante volte. Tra attacchi di panico e di ansia, anche io ho avuto le mie batoste inaspettate. Ma quelle batoste le ringrazio tutte perché da lì ho sempre trovato una chiave diversa per rialzarmi".

Se ripensi a 20 anni fa, prima di iniziare questo lavoro, cosa ti viene in mente?

"Sono arrivato a Milano con 70 mila lire in tasca e con il sogno di fare il giornalista. Ho iniziato a lavorare dall'età di 18 anni, ma non mi sarei aspettato tutto questo, anche se lo desideravo fortemente. Se vuoi, puoi. Anche se a volte ci sono una marea di no. Anche se a volte la meritocrazia ti sbatte le porte in faccia. Se ci credi, ce la fai, e io ne sono un esempio, anche se non voglio ergermi a tale".

 

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