Sanremo 2013: il Festival pop-raffinato-medio a due velocità con contestazione annessa

Da Fazio a Crozza, dalla Littizzetto alla coppia gay.

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Sanremo 2013 martedì 12 febbraio

anteprima Sanremo 2013
Baudo Sanremo 2013
Sanremo 2013 martedì 12 febbraio
Sanremo 2013 martedì 12 febbraio

Festival di Sanremo 2013, primo atto. Dovremmo parlar della musica, dello spettacolo, della scrittura televisiva e via dicendo. Ma lo sappiamo tutti che si parlerà solo di questo: delle contestazioni a Crozza. Le lasciamo per ultime, però.

Maurizio Crozza imita Berlusconi e viene contestato

Partiamo dall’inizio. Partiamo da un inizio raffinatissimo e alto (dopo un’anteprima moscia), con il Va’ Pensiero omaggio a Verdi, eseguito dal Coro dell’Arena di Verona e dall’Orchestra Sinfonica di Sanremo. A me è piaciuto, con buona pace di quelli che pensano che certa musica non debba stare sul palco dell’Ariston. Invece ci può stare eccome, perché è pop(olare). Come ha spiegato bene Fazio nel breve monologo iniziale. Popolare, che può non essere volgare e può non essere banale.

L’omaggio a Verdi su Soundsblog

Poi c’è la musica. L’idea delle due canzoni, che mi laciava un po’ perplesso, alla fine mi è piaciuta. Promuovo Daniele Silvestri, i Marta sui tubi, Raphael Gualazzi. Chiara emerge per la voce, ma la ragazza ha potenzialità da star. Datele testi in inglese e salvatela dal provincialismo e fatela cantare a orari meno vampireschi.

Tutte le canzoni che passano il turno e il commento musicale di Soundsblog

E anche se Fazio e la Littizetto andavano a due velocità, come a Che tempo che fa (solo che sul breve periodo è tollerabile, sul lungo un po’ meno), l’insieme non era affatto pesante da seguire. Con Fazio defilato rispetto alla partner, decisamente più presente e desiderosa di dissacrare la messa cantata dell’Ariston. Diciamo che ci si riesce: Sanremo diventa anche show televisivo, non abusa degli ospiti con interviste fiume decontestualizzate, gioca con la tradizione (la scala che non c’è e si costruisce con un effetto meccanico), la rivolta (le sedie rimaste sotto al palco in trasparenza), diventa pop, appunto. E il sedersi per terra di Fazio e Littizzetto non sembra di maniera, mentre lei legge la letterina a Sanremo. Sembra che sia giusto che sia così: che a Sanremo ci si sieda per terra, non perché è scritto su un copione, ma perché viene quasi naturale. In fondo, chissenefrega di essere ingessati? E allora, battutine sui cantanti che si presentano, i presenter che non si prendono troppo spazio, l’orchestra destrutturata, una scenografia e un progetto registico con una personalità (del resto, Duccio Forzano – regista con cui ho avuto il piacere di lavorare ai tempi i Scherzi a parte edizione Amendola-Chiabotto-Marini. Lo dico a scanso di equivoci e per tranquillizzar quei pochi che lo sanno – lo aveva detto oggi in conferenza stampa, che lo sente più suo, questo Sanremo, avendoci lavorato fin dal principio) che di solito non si vedono, sul palco dell’Ariston.

Si capisce che c’è un progetto (con i suoi riempitivi, tipo l’annoso e insopportabile richiamo al televoto. Ma tant’è, che ci vogliamo fare?) E infatti è un Festival che si segue, nonostante un Fazio sempre più defilato. Nonostante una monotonia che forse è più stare in punta di piedi che altro. Nonostante quel gusto un po’ radical chic compiaciuto che emergeva qua e là.

Dell’appendice Sanremo Story avrei fatto a meno, anche se in effetti l’accostamento Cutugno-armata russa aveva quella sua allure epico-farsesca che conferiva al tutto quel nonsoché di surreale che non guasta. E poi, non c’è niente da fare: L’Italiano fa cantare tutti. Che ci vogliamo fare? Va a finire che quelli che contesterebbero Verdi, poi lo farebbero anche con Cutugno.

Le contestazioni, appunto. E così veniamo a Crozza: anche se qualcuno dice che anche dalla galleria hanno contestato in tanti, è evidente che le grida dal pubblico (che non erano come quelle di Pupo che fingeva di contestar Celentano) proveniva da una minoranza sparita. Poche persone. Un paio. Uno l’abbiamo intervistato in esclusiva.

Crozza è partito col botto, nei panni di Berlusconi. E qui mi devo ricredere, perché anche se avevo scritto, nel liveblogging, che la scelta era stata vincente, le regole della narrazione ti dicono che non devi partire troppo alto. Crozza, invece, è partito altissimo. Ed è andato in calando.

Lasciate perdere per un attimo quel che è successo. Immaginatevelo al contrario: prima Montezemolo, poi Ingroia, poi Monti, poi Bersani, quindi Berlusconi. Sequenza inversa, climax ascendente perfetto. E contestazioni a zero.

Invece no. E la potenza del personaggio-Berlusconi subisce la contestazione con urla proto-fasciste (urla che possono arrivare solamente da un paesello patetico come il nostro) e rende tutto faticosissimo. Perché per recuperare deve intervenire Fazio, poi il pubblico, poi una bottiglietta d’acqua, ché la salivazione è azzerata. E il gioco è fatto, e quello che avrebbe potuto essere un pezzo crescente e potente è diventato semplicemente un remake di battute già sentite e già viste che, ad un certo punto, faceva venir voglia che finisse tutto.

Ma se ne parla. E quindi, è riuscito. Archiviata la questione, la prossima saranno gli ascolti. E poi si vedrà.

E se l’integrazione e i diritti civili sono temi comunisti, be’, allora è proprio il Paese da rifare, non Sanremo.

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