Ecco le linee guida del prossimo Contratto di Servizio Rai. Esiste un pericolo censura?

Il contratto di servizio Rai è in queste ore all’esame del Consiglio dell’Agcom, in attesa che venga approvato. In sostanza il nocciolo delle linee guida, in rapporto ai punti mossi dal ministero per lo Sviluppo, è questo: “Qualità dell’informazione come esigenza imprescindibile, che richiede il rispetto di alcuni criteri inderogabili tra cui completezza, obiettività, pluralismo

Il contratto di servizio Rai è in queste ore all’esame del Consiglio dell’Agcom, in attesa che venga approvato. In sostanza il nocciolo delle linee guida, in rapporto ai punti mossi dal ministero per lo Sviluppo, è questo:

“Qualità dell’informazione come esigenza imprescindibile, che richiede il rispetto di alcuni criteri inderogabili tra cui completezza, obiettività, pluralismo e osservanza del contraddittorio. E la qualità dei programmi, che non devono ‘appiattirsi’ in una “rincorsa all’audience”, ma differenziarsi”.

Vediamo meglio, allora, alcune di queste linee guide che dovrebbero rendere il contenuto televisivo prossimo venturo della Tv di Stato più vicino a quel criterio di qualità che noi tutti, regolari pagatori di canone, ci auspichiamo:

“L’affermazione di una informazione giornalistica di qualità costituisce un’esigenza imprescindibile nell’attuale società. Orizzonte internazionale, pluralismo, completezza, deontologia professionale, devono costituire tratti distintivi dell’informazione di servizio pubblico, che deve essere, pertanto, aperta sul mondo, pluralistica, equilibrata e diversificata”.

Questo per quanto riguarda l’informazione, cioè uno degli argomenti massimamente spinosi di questi ultimi tempi catodici. Colpa soprattutto di una direzione scriteriata e imbavagliata del principale telegiornale di Rete, la “questione morale” legata a questo importante ramo del servizio pubblico è andata per la maggiore nei recenti dibattiti. Si legge, a questo proposito, nelle linee guida del nuovo contratto di servizio:

“Il miglioramento della qualità dell’informazione va perseguito, in primo luogo, sul terreno del rispetto dei principi di completezza e correttezza, obiettività, lealtà, imparzialità, pluralità dei punti di vista e osservanza del contraddittorio, da raggiungere prioritariamente nelle trasmissioni di informazione quotidiana e nelle trasmissioni di approfondimento, data la rilevanza che esse assumono nella formazione dell’opinione pubblica”.

Quindi un altro punto decisivo, quello della corsa all’audience. Abbiamo spesse volte parlato, anche qui su TvBlog, della discrepanza tra offerta televisiva e qualità. Di frequente assistiamo alla messa in onda di programmi beceri esclusivamente in grado di acchiappare grosse quantità di spettatori, senza offrire nulla in cambio, quanto a contenuti e spessore di confezione. In questo senso la Rai, in quanto televisione pubblica, dovrebbe avere una responsabilità ben maggiore di Mediaset o di Sky: quando c’è un proprietario, quel network, volendo, potrebbe anche trasmettere Niente dalla mattina alla sera. Alla Rai le cose dovrebbero funzionare in modo diverso.

In tal senso una piacevole novità, quasi rivoluzionaria, come fatto già molto bene notare dal nostro Malaparte è capitata in occasione dello Speciale Saviano di RaiTre. Con il concomitante X Factor su RaiDue, si può dire che la Rai abbia accettato una specie di auto-controprogrammazione in casa: ciò, come si è visto, ha giovato da ogni punto di vista. Così le linee guida:

“Sul fronte della qualità dei programmi la Rai deve rafforzare il proprio marchio nel contesto nazionale attraverso una più evidente caratterizzazione qualitativa dell’offerta di servizio pubblico. L’appiattimento dei generi televisivi causato dalla rincorsa all’audience, fenomeno che non ha uguali negli altri Paesi europei, ha infatti portato negli anni alla perdita di alcuni generi tipici del servizio pubblico radiotelevisivo e un generale appiattimento delle trasmissioni su un livello di corrività. Occorre assicurare un’offerta articolata e diversificata […] e puntare ad un’offerta non ‘appiattita’ e basata sulla rincorsa all’auditel, favorendo la trasmissione di programmi che per lo più non rientrano nell’offerta delle emittenti commerciali, recuperando generi di ‘nicchia’ compresi il teatro, la musica sinfonica, la lirica, nelle tre reti generaliste, diversificando e segmentando l’auditel”.

Capitolo nuove tecnologie. La Rai si è ben difesa dal punto di vista Web, con l’implementazione dello straordinario www.rai.tv, portale realmente a disposizione del navigatore e del cittadino per godere di una panoramica televisiva anche e soprattutto attraverso il computer di casa. Non è tutto qui. Ancora dalle linee guida del prossimo contratto di servizio:

“Il servizio pubblico ha l’obbligo di farsi promotore dei benefici prodotti dalle tecnologie emergenti e dotarsi tempestivamente delle tecnologie occorrenti attraverso l’utilizzazione di parte delle risorse derivanti dal canone di abbonamento”.

Ma conosciamo anche un punto di vista molto critico, quello de Il Fatto Quotidiano, che in un articolo firmato da Carlo Tecce inquadra tali linee guida come uno strumento coatto per restringere la libertà della Rai. Così:

“Volontà di Claudio Scajola. Comando del governo. Articolo 3, punto 31: “Il sistema di valutazione della qualità dell’offerta – si legge – dovrà essere realizzato sulla base degli appositi indicatori previsti dal contratto di servizio e dovrà essere sottoposto alla vigilanza di un organismo esterno, composto da esperti qualificati in materia, scelti dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni d’intesa con il ministero e nominati dalla Rai”. Entro tre mesi dall’entrata in vigore del contratto di servizio, oggi sul tavolo del Cda. Da marzo e per tre anni, agitando la sciabola della censura e delle sanzioni, questi “esperti” dovranno stabilire i labili confini della qualità.

[…]

L’avvocato Domenico d’Amati, consulente di diritto del lavoro, rintraccia nel testo il progetto eversivo e l’obbrobrio giuridico: “L’affidamento dei poteri all’Agcom e al ministero delle Comunicazioni finisce per attribuire al governo un potere di intervento sull’informazione e la programmazione televisiva, in contrasto con i principi ripetutamente affermati dalla Corte Costituzionale, secondo cui l’emittente pubblica deve essere soggetta soltanto al controllo del Parlamento. Con la creazione dell’organismo esterno si realizzerebbe l’obiettivo di reincarnare, dopo 70 anni, il defunto MinCulPop”. Ai telespettatori sarà impedito di giudicare cambiando canale oppure protestare tramite le associazioni di consumatori; l’Agcom s’arroga il diritto di interpretare la “sensibilità” e tutelare “i principi di completezza e correttezza, obiettività, lealtà, imparzialità, pluralità dei punti di vista e osservanza del contraddittorio da raggiungere nelle trasmissioni di informazione quotidiana e di approfondimento”. Il messaggio è obliquo eppure chiaro: attenzione, voi che fate informazione – Annozero? – se pronunciate un pensiero “a” dovete ritrattarlo con un pensiero “b “.

[…]

I giornalisti della Rai saranno legati dal nuovo contratto di servizio e osservati speciali dal comitato di controllo: poco importa, l’azienda pubblica rinuncia ai dati di ascolto. Non le interessa sopravvivere, perché ormai ha deciso di morire. Nonostante nei conti Rai siano scomparsi i previsti 300 milioni di pubblicità, coperti dal canone e da mutui bancari, l’Agcom consiglia di invertire la tendenza: “Più trasmissioni di programmi che non rientrano nell’offerta delle emittenti commerciali, anche attraverso la predisposizione di un piano strategico per il recupero dei generi culturali di nicchia, compresi il teatro, la musica sinfonica, la lirica, nelle tre reti generaliste, diversificando e segmentando l’audience”. Calabrò non teme l’esilio di Pirandello e Beckett, semmai annuncia una resa incondizionata a Mediaset: quale tv promuove le nicchie incurante dell’audience? Era previsto.

A Loris Mazzetti sovviene un episodio all’apparenza innocuo: “Ricordo che alla presentazione dei palinsesti – dice il dirigente Rai – il direttore generale Masi non pronunciò mai la parola concorrenza. Ora stanno scrivendo la fine della Rai”. E l’inizio delle purghe.