Gigi Nardini: "Fare il sosia di Pavarotti è una terapia. Da quando è morto la tv non mi chiama più"

Per la rubrica Tv Off intervista a Gigi Nardini, sosia ufficiale di Pavarotti: "E' una sorta di terapia naturale, mi fa sentire vivo. Sabani mi volle a Re per una notte, nel 2000 Striscia mi mandò a Sanremo. Da quando il maestro è morto la televisione non mi chiama più"

C’è chi è stato per molto tempo dentro la televisione per poi uscirne improvvisamente e chi, al contrario, in quella scatola magica ci entra per una sola settimana l’anno, per poi risparire. Lui è Gigi Nardini, ma l’Italia ormai lo conosce come il sosia ufficiale di Luciano Pavarotti. Un volto prima che una voce, chiamato il più delle volte a immergersi nell’identità altrui.

Se mi pesa? Qualche volta sì, soprattutto quando sono stanco – rivela a Tv Blog – capita di tenere la barba corta per cercare di restare anonimo, ma la gente si avvicina ugualmente. Alla fine mi fa piacere, regalare un sorriso mi fa sentire vivo”.

Classe 1951, Nardini è friulano, per la precisione di Cividale, piccolo paesino di 11 mila abitanti dove porta avanti da anni un’azienda di apicoltura. “Ho quattro figli meravigliosi che mi consentono di agire e spostarmi, ormai sono loro che mandano avanti il lavoro, si dedicano alla produzione del miele e di prodotti tipici friulani”.

Gianni da ben quarant’anni è il ‘doppione’ del grande tenore modenese. Una somiglianza che lo ha portato ad alzare l’oscar del miglior sosia d’Italia, riconoscimento che lo riempie di soddisfazione. In più di cento si riuniscono a Sanremo nella settimana del Festival, appuntamento che consente a Nardini di diventare oggetto dell’attenzione dei media.

Ad ogni collegamento televisivo dall’Ariston lui c’è. In primo piano o sullo sfondo, poco cambia. Anche se per sua stessa ammissione non gode più dei riflettori di un tempo.

Nel 2000, quando Pavarotti condusse il Festival con Fazio, Antonio Ricci mi volle a Striscia la notizia per mettere in piedi delle parodie nel parco dell’hotel dove alloggiava il maestro. Fu l’inizio della mia presenza a Sanremo, ci torno ogni anno. Diciamo che quell’esperienza rappresentò il fiore all’occhiello”.

Come cominciò questa tua vita da sosia?

“Per divertimento, una volta per scherzo misi un foulard al collo. Non serviva molto trucco come invece accade ad altri, avevo dei lineamenti simili”.

Prima dicevi che imitare Pavarotti ti fa stare bene. Cosa intendevi?

“E’ una sorta di terapia naturale, fa bene alla salute. Facendo del bene agli altri faccio bene a me stesso, ho superato momenti difficili che nella vita capitano a tutti. Il sacrificio è tanto, però viene tutto ripagato. Sono dell’idea che i problemi della vita li risolvi meglio se coltivi qualcosa che hai nel cuore”.

Le prime apparizioni in tv a quando risalgono?

“Mi volle Gigi Sabani a Re per una notte, realizzavo delle gag comiche con Mandi Mandi. Poi ho iniziato la lunga serie di ospitate. Sono stato da Carlo Conti, Gerry Scotti, Simona Ventura, Milly Carlucci, Paolo Bonolis. Quest’ultimo mi invitò a Ciao Darwin”.

Il mestiere del sosia fa guadagnare?

“Il guadagno è poco, ma quando una cosa ti fa bene allo spirito va bene così, la soddisfazione è tanta. Se abitassi a Milano, Roma o Napoli godrei di molti più contatti, ma non mi lamento. In Friuli sono  tranquillo”.

 Hai mai collaborato con il vero Pavarotti?

“Sì, ho avuto questa fortuna. Nel 2000 a Sanremo ci beccammo di sfuggita, poi però feci la sua controfigura nel videoclip di ‘Ti adoro’. Era di una semplicità meravigliosa, mi chiamava Pavarottino. Gli organizzatori del Pavarotti & Friends spesso mi invitavano al concerto e la gente mi scambiava per lui. Ancora oggi provo a ricordare in maniera corretta e rispettosa una persona che ha portato la musica italiana in tutto il mondo. Mi fermano africani, cinesi, giapponesi. Sono pieno di inviti”.

Questa identificazione totale con Pavarotti non ti pesa? Non è stancante vestire sempre i panni di un’altra persona?

“E’ un grande sacrificio psicofisico, ti stanca. Ma se lo fai volentieri non ti pesa, come tutte le cose. Quando le famiglie chiedono di scattare una foto con i bambini passano tutti i mali. Ai tempi degli autografi era più stressante, da quando ci sono i selfie è tutto più rapido”.

Come mai negli ultimi anni ti si vede meno?

“Durante il Festival sono sempre fuori dall’Ariston, ogni tanto rilascio interviste, ma non mi chiamano quasi più nelle trasmissioni. Meriterei di più, in fondo per quarant’anni mi sono sempre comportato bene”.

Come ti spieghi questo allontanamento?

“Dopo la morte del maestro non sono stato più chiamato, penso per una forma di rispetto. Non amano scherzare o fare parodie. Potrebbero coinvolgermi anche per qualcosa di serio. Dalla sua scomparsa sono passati dodici anni, gli americani in questo senso sono più leggeri, l’Italia è indietro. Noi sosia regaliamo minuti di felicità gratuita, non sono un monello, posso scherzare e al contempo essere serio. Se serve sono a disposizione”.

E’ un appello?

“A fine ottobre uscirà in Italia il suo film (il documentario di Ron Howard, ndr), spero si ricordino di me. Mi invitino, mi piacerebbe molto”.

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