Chef Rubio a Blogo: “In tv c’è sempre più censura: chi parla di fratellanza dà fastidio a chi alimenta l’odio”

Chef Rubio ci racconta il suo modo di fare tv: un mezzo per raccontare la realtà con la forza della testimonianza e la leggerezza dell’ironia. Ma spesso ci si ferma alla superficie.

Un divulgatore del Sociale: così vedo Gabriele Rubini, ‘in arte’ Chef Rubio, e l’intervista che ci ha concesso alla vigilia della seconda stagione di Camionisti in Trattoria non fa che confermarmelo. Si parla di società, di politica, di impegno, di categorie care al Novecento, di tutto quello che in fondo traspira dai suoi programmi, anche se portato in tv con la forza narrativa dell’ironia e il piacere godurioso del cibo. Il suo programma ‘on the road’ torna questa sera su DMAX con 8 nuove puntate realizzate in giro per l’Italia e soprattutto con 24 nuovi protagonisti che raccontano le loro vite sui Tir, con poche parole e molti sguardi, con tanta passione e molti sorrisi.

Impostosi sulla scena televisiva nazionale con Unti e Bisunti, Rubio ha da subito ha mostrato al pubblico che la tv non è il suo fine, ma un mezzo per scoprire e portare alla luce le ricchezze italiane misconosciute all’Italia stessa. E le principali ricchezze su cui Rubio ha puntato un faro sono l’impegno, il sacrificio, la quotidianità del lavoro routinario ma essenziale, il più delle volte ignorato e soprattutto dato per scontato: penso ai bottegai e agli ambulanti del cibo, custodi delle tradizioni gastronomiche più genuine, raccontati in Unti e Bisunti, ma soprattutto alle condizioni di lavoro estreme, protagoniste di È uno sporco lavoro, programma che avrebbe meritato l’attenzione dei sindacati e una proiezione no-stop al Ministero per il Lavoro. Due stagioni – e la notizia peggiore che ci da in questa nostra chiacchierata è che non ne è prevista una nuova – che sono una vera e propria inchiesta sul mondo del lavoro in Italia che avrebbe dovuto scatenare interrogazioni parlamentari a tutto spiano: ho ancora negli occhi le visite in un’azienda per lo smaltimento degli olii esausti e a una ditta di trasformazione degli scarti animali. Ma la chiave ironica rende tutto più digeribile, anche se i contenuti sono degni di un’inchiesta giornalistica di denuncia.

Camionisti in Trattoria si colloca nel mezzo delle due precedenti esperienze, unendo la ricerca del prodotto sanguigno ed originale, fatto a mano ed elargito con generosità, e il racconto del lavoro, fatto con ironia ma con precisione chirurgica e approfondimento quasi scientifico (e niente, mi viene da pensarlo anche come un ‘Alberto Angela’ del mondo del lavoro in Italia [AIV]).

Ma il suo racconto del sociale va oltre la tv: penso al corto Elias, storia di un bambino rom di 10 anni che vive in un campo nomadi che ha prodotto con la sua Tumaga in collaborazione con Image Hunters per la regia di  Brando Bartoleschi, con cui sta girando le scuole per abbattere i muri del pregiudizio etnico; penso alla sua attività con Amnesty International, ai suoi progetti nella Lingua Italiana dei Segni, al recente impegno con Ricette per il cambiamento, campagna internazionale dell’IFAD – Fondo internazionale per lo Sviluppo Agricolo per sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti dei cambiamenti climatici che stanno portando all’estinzione prodotti e colture essenziali per l’economia e la sussistenza dei Paesi più deboli. Se si aggiunge l’impeto e la passione con cui commenta e interviene sui social per commentare quanto avviene in Italia oggi – tanto da ‘meritarsi’ un posto d’onore nella lista nera di Matteo Salvini – verrebbe da dire che ‘partecipazione’, nel senso gaberiano del termine, e ‘impegno civile’ sono i suoi secondi nomi.

Difficile, quindi, intervistare Rubio limitandosi alla tv, tanto più che la televisione è, come dicevamo, solo un mezzo per arrivare ad altro. Ne è venuta fuori una (piacevolissima, per me, e spero anche per voi) chiacchierata sul suo lavoro, sui tempi che stiamo vivendo, su quel che sembra attenderci in poco più di un decennio. E sui prossimi progetti televisivi, con un’idea top secret in fase di sviluppo e una possibile terza stagione di Camionisti in Trattoria ambientata magari più all’estero che in Italia, anche per raccontare cosa succede quando gli altri siamo noi (e magari anche per ricordare al mondo che il cous cous è un piatto del Mediterraneo, ma questa è un’altra storia…).

Lo raggiungo mentre è ancora in giro per realizzare le puntate di Camionisti. E la prima domanda non può che essere un “Come stai?”, visti i tempi che corrono.

Abbastanza bene…. Sono 5 anni che sto bene, ma abbastanza…

Sei ancora impegnato nelle riprese di questa seconda stagione: cosa ti piace di più del programma?

Sicuramente il parlare con i protagonisti e di scoprirne ogni volta una sfaccettatura diversa, nonostante facciano tutti lo stesso mestiere: è l’aspetto che più intriga. Il cibo è un contorno, non la portata principale: sono contento di poter fare nuove puntate per far scoprire a chi sta a casa quel che scopro anche io in ogni viaggio. E’ una cosa che trovo antropologicamente molto interessante.

La ricerca antropologica e sociale è un po’ un tratto distintivo del tuo racconto tv: personalmente sono rimasta folgorata da “È uno sporco lavoro”...

Eh anche a me piaceva, ma purtroppo non ci sarà una terza stagione. Alla fine la gente comune che lavora interessa a pochi. Si continua a morire sul lavoro e speravo che con quel programma si potesse smuovere qualcosa per la tutela dei lavoratori. Ma non è cambiato nulla e sembra non interessi a nessuno.

Tu alleggerisci molto il racconto con la tua mimica e la chiave ironica, ma di fatto vai dritto come un treno nelle tematiche che vuoi affrontare. I commenti però si concentrano sul tuo ‘personaggio’, come se il pubblico si fermasse alla superficie ‘divertente’, catalizzata dal baffo sporco di sugo e dalla parlata romanesca, senza guardare oltre e interpretare il senso più profondo del tuo racconto. Non c’è il rischio che il ‘personaggio’ si trasformi in un limite e non in un grimaldello per raccontare quel che vuoi mettere in luce, depotenziando così il tuo stesso obiettivo? 

Devo dire che il pubblico è sempre più attento e sempre più numeroso. Ma il popolo (e il cambio terminologico è di per sé interessante, ndr) non è che abbia molto potere in questa che non è una vera democrazia. Non credo sia il mio modo di approcciarmi a non funzionare, anche perché continuo a fare programmi. Se poi chi guarda non riesce ad andare al di là della superficie, beh lì entra in gioco il suo approccio all’entertainment, limitato alla risata e basta. Non penso, quindi, che c’entri il mio modo di raccontare che è anche l’unico che ho: se mi chiedessero di adottare un altro piglio o un altro tono mi rifiuterei perché non sarei a mio agio. Anzi penso che sia proprio quello il mio punto di forza.

Chi porteresti in cabina con te nei tuoi giri per l’Italia, a far vedere cosa vuol dire lavorare su un tir?

Mah, nessuno, perché tutte le persone in grado di cambiare le cose poi non lo farebbero o non avrebbero nessun interesse a farlo perché controproducente per le proprie ambizioni o per il proprio partito. Non ci porterei nessuno, perché alla fine chi poteva fare qualcosa non l’ha fatta: non vedo perché dovrebbero convincersi dopo un giro con me in cabina.

Il mio pensiero corre alla sinistra che fu più che al Governo che è. Devo dire che il tono della risposta mi ha restituito l’impressione di un Rubio disilluso, quasi arreso, lontano dall’immagine combattiva che ho di lui e che mi arriva anche dalla sua attività social. In una chiacchierata non si nasconde nulla e così glielo dico…

Non sono arreso, sono dispiaciuto. Sono sereno, ma anche realista. Non c’è nulla di colorato davanti a noi, vedo solo nero, e non solo metaforicamente.

A proposito di resistenza al ‘nero non metaforico’, stai portando in giro il tuo corto, Elias: sei soddisfatto dell’accoglienza che sta ricevendo e stai lavorando ad altri progetti cinematografici?

Guarda, di sceneggiature e di soggetti ce ne sono, ma non ho i soldi per realizzarli: quando riuscirò a trovare il momento e l’aiuto giusto prenderanno forma. Di Elias sono molto soddisfatto: appena posso vado in giro a presentarlo nelle scuole, e tante ci hanno già contattato per vederlo, per parlare non tanto di cinema quanto di temi e storie che vengono ignorati o raccontati in maniera distorta per strumentalizzazione politica. La risposta dei ragazzi è andata oltre le aspettative, tanto più se ci riferiamo al clima d’odio che ci stanno imponendo: questo mi fa ben sperare per il futuro, ma prima che questi ragazzi possano reagire con le loro ‘armi’ ci vorrà almeno una decina d’anni. Dovremo sopportare almeno un decennio di buio, ma qualche barlume di speranza ce l’abbiamo.

Beh, tra 12 anni arriveremo al punto di non ritorno per la distruzione della Terra per cui diciamo che questo decennio si preannuncia notevole. Come ti, o meglio ci, vedi tra 10 anni?

In 10 anni secondo me cambierà tutto, sarà alla fine di un ciclo. Penso che in questo decennio molte tensioni dovranno sciogliersi, o con la saggezza – ma in giro ne vedo poca – o con conflitti anche seri, purtroppo. Vedremo poi se al termine di questi 10 anni si sarà placata quest’ondata di intolleranza, ignoranza e odio che stiamo vivendo oggi e potremo finalmente parlare d’altro: al momento non te lo so dire perché stiamo vivendo una fase di transizione lunga e incerta.

Un contesto da anni Venti…

Siamo nella stessa situazione, identica. Forse anche peggio, perché siamo tutti più letali ed è tutto più instabile e più pericoloso.

Pensi ci sia uno scollamento tra la tv e quello che sta succedendo a livello sociale e politico? 

Penso che ci sia una totale censura verso particolari tematiche. Ogni volta che vado in Rai, e riesco a intervenire senza che qualche pressione dall’alto cancelli l’ospitata, sento intorno a me la paura che io possa dire qualcosa contro l’operato o i messaggi che arrivano dal Governo. E così si ha il terrore di parlare di temi delicati, che invece dovrebbero essere al centro del dibattito, anche in tv. Stiamo vivendo in una sorta di regime e andrà sempre peggio, ne sono sicuro: non mi stupisce, ma non mi abbatte, anzi è uno stimolo in più. E mi fa capire che sto andando nella direzione giusta.

Il tuo linguaggio è quello del documentario nelle sue diverse forme e avemmo anche modo di parlarne: che sia un libro, un corto, una campagna social(i) o un programma tv, la testimonianza resta il tuo modo di raccontare e anche di ‘opporti’ a un sistema tv in cui il dibattito live, come spieghi, è sempre più ‘contingentato’…

E’ l’unica arma che abbiamo per comunicare e uscire dalla narrazione falsa che vogliono imporci, da una verosimiglianza artefatta che non ha però riscontri nella realtà. Noi ci stiamo allontanando sempre più dal reale, dal dato fattuale, e siamo sempre più proiettati verso il fittizio e l’artificiale, il costruito ‘ad arte’. Se smettiamo anche di raccontare le cose come stanno è finito tutto, non ha più senso neppure la tv o internet, perché non ci sarebbe più differenza tra reale e mediato. Vivremmo in un trash che manderebbe tante persone in psicanalisi, diciamocelo.

In fondo quel che fa e come lo fai è il tuo modo di fare politica, di occuparti della ‘res publica’, anche se qualcuno di chiede una ‘discesa in campo’ e molti ti rinfacciano di essere un personaggio televisivo.

La tv un mezzo che ‘sfrutto’ per veicolare dei messaggi: le ‘lotte’ fanno fatte dall’interno, no? (Sorride, ma poi si fa subito più serio quando si parla di politica) L’errore più grosso è stato delegare a persone completamente prive di preparazione, di cultura e di contatto col popolo mansioni e ruoli fondamentali per lo sviluppo strategico di un Paese, per un futuro migliore. La politica dovrebbe essere qualcosa di ‘naturale’, dovrebbe essere parlare dei problemi che ci sono e cercare di risolverli, e invece la politica, intesa come sistema, diventa sempre più lontana e inaccessibile. Se il popolo si rendesse conto che facendo politica tutti, intesa come un dialogo collettivo e continuo, senza schieramenti e tifoserie, e come condivisione dei problemi e impegno per la loro risoluzione, non avremmo bisogno di una classe politica, men che meno di quella attuale.

Un principio di comunità, più che di società, dunque (con un pizzico di spirito anarchico, aggiungerei) che è un po’ quel che sei andato sempre a pescare nei tuoi giri ‘gastronomici’ per l’Italia, raccontando proprio quello spirito di comunità che tutela i propri prodotti e il proprio sapere condiviso…

Diciamo che io lavoro per unire, altri lavorano per dividere. La disgregazione del resto è uno strumento per il controllo della massa. Se ci pieghiamo sempre più sui nostri cellulari e smettiamo di condividere facciamo esattamente il loro gioco. Se invece tornassimo a ‘volerci bene’ e a confrontarci come esseri umani dietro e davanti alle tastiere si risolverebbero un sacco di problemi e di incomprensioni, ora usate strumentalmente. E soprattutto bisognerebbe superare le contrapposizioni pregiudizievoli che finiscono per ridurre tutto a “Ah, ma tu sei di destra!”, “Ah, ma tu sei di sinistra!” e che portano a etichette senza significato, usate senza neanche sapere di cosa si parla, come “Buonista” o “Radical Chic”. Mi fanno sorridere, e mi fanno anche un po’ pena, le persone che le usano come slogan.E se cerchi di far passare messaggi positivi dai quasi fastidio perché la gente che non capisce cosa sia l’amore o la fratellanza ne è disturbata e quindi strilla, sbraita e si incazza. Eppure basterebbe sorridersi per strada, salutarsi anche se non ci conosciamo invece di stare sempre incazzati: se lo fai, però, ti guardano strano, ti prendono in giro. Penso che neanche nel Medioevo ci fosse una carica d’odio tale, che porta ad azioni violente, incomprensibili. Non credevo saremmo mai arrivati a questo.

Tu hai girato mezzo mondo: ma siamo noi italiani così chiusi ‘mentalmente’?

Assolutamente sì. Abbiamo un problema di ignoranza, funzionale e sostanziale. Non si capisce più il significato delle parole: vengono strumentalizzate e ci sono fasce sempre più ampie che si fanno usare, che non si rendono conto della propria ‘ignoranza’ e seguono il proprio pastore, l’unico che li faccia sentire ‘adeguati’. Non si rendono conto che quello che fanno e dicono un giorno andrà in culo anche a loro (rubianamente parlando, ndr). Del resto se guardi ai dati Eurostat 2017 (qui un articolo, ndr) sui livelli di istruzione, l’Italia è penultima davanti solo alla Romania, con cui ci contendiamo da anni la maglia nera. Un popolo ignorante è più manipolabile.

E dire che per alcuni sei tu ‘l’ignoranza’ in tv per quel tuo modo carnale di possedere il cibo che è poi il cavallo di Troia per far passare altro. E a proposito di altro, questi tempi bui ti hanno per caso stimolato nuovi progetti da portare sul piccolo schermo?

C’è un’altra cosa che forse non viene capita, ovvero che questo modo di raccontare è un sacrificio notevole: la gente pensa che sia tutto facile e divertente, ma essere così ‘sovraesposto’ non lo è. E’ un impegno notevole, ma ho le spalle abbastanza larghe per sopportare gli attacchi, cui non sono mai seguite azioni concrete, e per andare avanti ad argomentare quel che affermo. Non sono riusciti a fermarmi in cinque anni e non credo riusciranno a farlo in futuro, a meno che non mi eliminino fisicamente…

Vabbè, magari anche no, eh…. Capisco l’immagine iperbolica, ma da qui all’eliminazione fisica ce ne passa!

Sai, di ‘sti tempi non escludo nulla, ma non me spaventa manco quello… Se succede vuol dire che stavo facendo bene.

Beh, allora parliamo di quello che stai facendo o meglio che farai, una volta terminate le riprese di questa seconda stagione di Camionisti. Io spero anche in una terza con i camionisti italiani in giro per il mondo…

Quello non è escluso: speriamo di portare a casa qualche racconto del genere, ma è tutto in essere. C’è sicuramente qualcos’altro che sta per partire e che speriamo esca nel 2019: è qualcosa che è nelle mie corde, che aspettavo da tanto tempo ma non so dirti né come si intitolerà né ‘come’ uscirà. Ma spero ne riparleremo presto.

Da parte nostra sempre con molto piacere.