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TV, VENEZIA E DINTORNI (6): DA MOORE A REPORT E RITORNO

Ha cambiato in fretta faccia il documentarismo. Le tv lo amano ma lo tengono a bada. Lo amano se non dà troppo fastidio o se comunque il rischio è calcolato e prevenuto. Il cinema lo ha riscoperto da alcuni anni in qua, grazie a Michael Moore, soprattutto grazie al suo film “Farhneit 9/11” sulle[…]

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Ha cambiato in fretta faccia il documentarismo. Le tv lo amano ma lo tengono a bada. Lo amano se non dà troppo fastidio o se comunque il rischio è calcolato e prevenuto. Il cinema lo ha riscoperto da alcuni anni in qua, grazie a Michael Moore, soprattutto grazie al suo film “Farhneit 9/11″ sulle Twin Towers e soprattutto su George W. Bush, il presidente scatenato contro i paesi canaglia al punto da creare per il suo paese, e per tutti, i pantani profondi dell’Iraq e dell’Afghanistan.

A Venezia, in concorso, è arrivato Moore con il suo ultimo lavoro “Capitalism: A Love Story” che si presta a una veloce riflessione sui doc. Moore ha ormai preso confidenza con uno stile d’assalto e va a rompere le uova nel paniere a destra e a manca , allestisce denunce e raccoglieadeguati materiali e scoop, al punto tale che non lo vogliono vedere neanche dipinto e che chiudono il telefono di corsa quando chiama.

Anche noi abbiamo doc s’assalto, ad esempio quelli pungenti e temuti di “Report”. Ma sono notevoli le differenze fra i doc di Moore, veri e propri spettacoli, e quelli proposti da Milena Gabanelli – concisi, realizzati con pochi mezzi, scomodissimi per chi ha qualcosa da nascondere in un paese come il nostro di trappole e misteri infiniti- spettacolari anch’essi perchè spesso attraenti ed efficaci.
Moore è un ariete che colpisce e gioca, inventa e mena scandalo. Il gruppo di “Report” lavora con il bisturi, evitando strepiti e incidendo con sottigliezza e precisione.
Moore nel doc presentato a Venezia aggredisce i finanziari e le banche che hanno causato la attuale crisi ma sente il bisogno di tornare al sogno americano e ai suoi protagonisti, all’America che ama la democrazia, la vuole, la cerca, talvolta le sfugge e non sa come ritrovarla. Moore per tono, e con immagini di repertorio anni Trenta e Quaranta, ci propone il new deal e noi vediamo comparire nella memoria dai nostri schermi James Stewart e altri attori dell’epoca che abbracciano gli ideali dell’altruismo, della giustizia sociale, dei diritti civili. E’ il canto nostalgico dopo l’urto delle sofferenze di chi ha perduto la casa, il lavoro, il benessere. Un’America svanita. E Obama basterà?
Le tv italiane non hanno ideali da sbandierare, portano a casa ciò che interessa i loro dirigenti e i politici che stanno dietro di loro. Parole parole parole. Nessuna epica. Grinta, faccia tosta, poco lavoro. Talk show in cui la rissa è voluta e orchestrata. Lo spettacolo a basso costo e a basso senso. Non faccio nomi, li conoscete. “Report” è un caso a sè, ma rischia di restare isolato e persino di essere scambiato per un programma di botte di cicuta, senza alone alle spalle, senza identità.
Non è colpa di “Report” se il retroterra, il richiamo a tempi d’oro o comunque a tempi di valori magari non epici bensì normali, sono pressochè inesistenti, non citabili o raccomandabili perchè consumati o dimenticati.
Il cinema doc ha Moore ma non basta neanche lui per convincerci con la sua battaglia verso il Capitalismo (che è una balena e ha inghiottito tutte le crisi): il doc non può eludere le questioni di fondo con generici appelli o ricordi dedicato a un paradiso che fu (e che non c’è mai stato, una volta e per sempre).
Le tv dei doc dovrebbero essere il terreno per uscire dalla genericità e dagli appelli ai sentimenti, alle stagioni del come andava bene. E’ il contesto e l’atteggiamento delle tv a dover cambiare: un “Report” non fa primavera, è bene che ci sia, che si vada oltre. Ogni fatto, ogni notizia ha una sua evidenza e i suoi sfondi. Le tv, con le ore di trasmissione a disposizione, dovrebbero tentare, fare di più
Italo Moscati

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