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L’accusa dei magistrati Ingroia, Scarpinato e Marino: “Le fiction tv fanno la mafia bella”

Et voilà, la polemica servita su un piatto d’argento: secondo i PM Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia (alla Procura di Palermo) e Raffaele Marino (alla Procura di Torre Annunziata), magistrati che per mestiere conoscono la mafia vera, le fiction tv strizzano un po’ troppo l’occhio alla cupola[…]

Et voilà, la polemica servita su un piatto d’argento: secondo i PM Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia (alla Procura di Palermo) e Raffaele Marino (alla Procura di Torre Annunziata), magistrati che per mestiere conoscono la mafia vera, le fiction tv strizzano un po’ troppo l’occhio alla cupola tanto da renderla bella, affascinante e desiderabile.

L’accusa partirà dalle pagine della rivista i duellanti che ha dedicato uno speciale all’argomento in edicola dal 2 settembre. Lo speciale è il risultato degli atti di un convegno tenuto lo scorso giugno a Palermo e sta iniziando ad accendere con discussioni e pareri questa coda d’estate, limbo d’attesa alla nuova stagione televisiva fatta di distretti di polizia, carabinieri, squadre, malavitosi, mafiosi e camorristi, senza dimenticare ‘ndrangheta e sacra corona.

Leggo sul sito de I duellanti:

Uno dei problemi maggiori riscontrati da Antonio Ingroia è l’errore compiuto dagli stessi sceneggiatori, che tendono a rendere le “figure del male” accattivanti e affascinanti. E fa l’esempio della fiction Il Capo dei Capi (su Riina), che veicola «una certa idea dell’immutabilità e dell’eternità della mafia stessa, difficile da vincere in una terra incline al fatalismo come la Sicilia». Tuttavia lo stesso Ingroia è costretto a riconoscere che comunque una parte di cinema si sia impegnato a restituire « la complessità e la ferocia dei comportamenti mafiosi senza cedere a indulgenze celebrative o facili ammiccamenti». Il merito va riconosciuto a due film recenti, Gomorra e Il Divo che – secondo il pm – sono riusciti a cogliere questo intento. «Basta volerlo, assumersi qualche rischio e qualche responsabilità».


A proposito del Capo dei Capi (in alto un pezzetto relativo al primo omicidio di Riina/Claudio Gioè) sul Corriere della Sera di ieri a pag, 43, che sta sostenendo appunto questa polemica, interviene Piero Valsecchi, produttore della fiction in 6 puntate in onda su Canale5 che nel 2007 scatenò tantissime polemiche:

Il capo dei capi è stato scritto anche da Claudio Fava, il cui padre è stato ucciso dalla mafia.

In proposito, voi lettori di tvblog vi esprimeste positivamente nel sondaggio che vi chiedeva se fosse giusto trasmettere storie di mafia in tv per il 42% mentre a esprimere parere negativo fu il 13%.

Secondo i tre magistrati le fiction tv che hanno come riferimento la malavita cedono a:

indulgenze celebrative e facili ammiccamenti.

Michele Placido, il Bernardo Provenzano ne “L’ultimo padrino” di Marco Risi non ci sta e dalle colonne del Corriere della sera dice:

Certa pedanteria dei magistrati è eccessiva. Il cinema o la tv descrivendo il male aiutano a capire il bene. Quando in tv si propinavano solo storie di santi e di papi non è che in Italia la criminalità fosse crollata.

Per i magistrati però un buco nell’acqua lo fanno anche serie come La nuova squadra o Romanzo Criminale. Scrive Raffaele Marino:

La nuova squadra era fortemente agganciata alla re­altà di Napoli che non è mai stata tut­ta bianca, ma nemmeno tutta nera e ora è ridotta a un campio­nario di luoghi comuni e incongruen­za che difficilmente si poteva riuscire a concentrare in un’opera che, seppur di fantasia, ha (o per meglio dire ave­va) la pretesa di ritrarre un ambiente e un territorio complesso come la Na­poli odierna.

Su Romanzo Criminale, serie tv di Giancarlo De Cataldo si esprime Antonio Ingroia secondo cui a essre reso seducente è un personaggio negativo. Replica De Cataldo al collega magistrato:

Non credo che le fiction possano alimentare la criminalità. Se non si potesse più raccontare il fascino insidioso del male, da cui nessuno è esente, neanche noi mogistrati, cancelleremmo buona parte della lettaratura mondiale di tutti i tempi. Tuttavia, la critica dei miei colleghi è nobile, mi ricorda quella che fece il giudice Falcone a proposito dei romanzi di Sciascia, dove i mafiosi erano sempre i vincitori.

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