Rosy Abate, lo spin-off che ha saputo vivere di luce propria. Ma avrà ancora qualcosa da raccontare?

Per Rosy Abate- La serie risultati oltre le aspettative, dopo la fase calante di Squadra Antimafia. La fiction opta per un filone intimista e solitario, dove è centrale la psicologia della protagonista

Rosy Abate

Oltre le più rosee aspettative. Certo, all’appello manca ancora l’ultimo appuntamento in onda domenica sera, ma possiamo dire fin da ora che Rosy Abate ha superato brillantemente l’esame.

Sì perché rischi e i timori erano diffusi. Sia per la debolezza del genere ‘spin-off’, con il recente insuccesso di Squadra Mobile (che aveva prelevato il commissario Ardenzi da Distretto di Polizia) che per la fase calante che aveva inevitabilmente colpito Squadra Antimafia, giunta all’ottava stagione con le batterie scariche, soprattutto sotto il profilo della sceneggiatura.

Creare una ‘costola’ credibile e forte a livello strutturale appariva come una scommessa, che è stata a tutti gli effetti vinta con una media d’ascolto nelle prime quattro puntate di 4,6 milioni, pari al 19,5% di share.

Rosy Abate - La serie

I motivi del riscatto? Potrebbero essere trovati innanzitutto nel giorno di messa in onda, quella domenica rilanciata in precedenza da Gianni Morandi. L’Isola di Pietro potrebbe aver tracciato il percorso, riportando su Canale 5 un pubblico per anni migrato altrove che ha permesso all’ammiraglia Mediaset di vincere la sfida diretta con Che tempo che fa.

La serie, legata in apparenza a doppio filo a Squadra Antimafia, mostra nella sostanza profonde differenze dal prodotto originario. Il primo episodio, lento e didascalico, è servito per proiettare gli spettatori in un universo parallelo ma al contempo indipendente, dove l'amatissimo Filippo De Silva ha fatto da semplice Caronte. Per Paolo Pierobon infatti la partecipazione si è limitata ad un cameo di cento secondi, utile a riportare Claudia, cassiera di un supermercato in Liguria, a rivestire i panni della regina di Palermo.

Se Squadra Antimafia puntava sulla coralità e sulla narrazione “a matrioska”, Rosy Abate opta per un filone decisamente asciutto, intimista e solitario, dove si analizza esclusivamente la psicologia della protagonista.

Al centro della scena c’è Leonardino, figlio amatissimo creduto morto che la Abate scopre essere stato affidato ad una famiglia modello che, in realtà, nasconde terribili segreti.

Non ci sono clan mafiosi (se non uno di facciata, utile a riportare Rosy alla vita di un tempo), scarseggiano gli inseguimenti e non c’è quasi traccia delle forze dell’ordine, fatta eccezione per Luca Bonaccorso, che decide di proteggere e aiutare in prima persona l’ex mafiosa.

Resta da capire quale tipo di futuro possa offrire questo indirizzo. Per quanto tempo ancora Rosy Abate avrà qualcosa da raccontare? In parte, forse, lo si scoprirà domenica.

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