Michele Santoro e il monologo megalomane. «Ma vi ci hanno mai mannato, ar cinema?»

Michele Santoro Servizio Pubblico

C'era un tempo in cui li amavo, i monologhi di Michele Santoro. Quel tempo è finito, e devo dire che mi dispiace. Ho individuato anche il momento in cui è finito. Per me è finito tutto dopo Raiperunanotte. Sì perché ero convinto – e lo sono ancora adesso – che quello fosse un momento storico, e che con Raiperunanotte Santoro avesse fatto ancora una volta la storia della televisione, dopo una serie di trasmissioni che ho sempre seguito con piacere.

Ma da un lato, tutta la questione delle donnine contro B. e la guerra con Masi, dal vaffambicchiere in poi, mi avevano un po' stancato, dall'altro, dopo lo speciale che, ricordo bene, ho seguito a Torino, davanti al Cinema Massimo, dove c'era anche un presidio dei lavoratori precari della Rai, ho avuto una sensazione, una premonizione se vi piace credere al paranormale.

Avete presente quello straordinario romanzo che è La zona morta, di Stephen King? Quando il protagonista vede il futuro del candidato Presidente degli Stati Uniti e si rende conto che diventerà un pericolo? Ecco. E' stato come nella zona morta, quando ho visto Santoro correre a prendersi il bagno di folla ho pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in quel finale.

Chiudevo così, all'epoca, convinto che tutto sommato ce ne fosse davvero bisogno, di eventi simili e di bagni di folla:

«Eppure, purtroppo, anche l’evento con il bagno di folla finale era, oggi, necessario».

Forse mi sbagliavo. O forse in quel purtroppo era racchiusa l'esternazione della mia premonizione (rileggendo il pezzo di allora, mi rendo conto che scrivevo un pezzo su Santoro e non nominavo mai Santoro. Ma piuttosto facevo i complimenti a Luttazzi (pace alla sua anima da satiro e stand up comedian: si è affossato da solo) e a Gad Lerner. Vorrà dire qualcosa?

Vuol dire, a posteriori, che quello era il mio punto di non ritorno. E i segnali successivi non avrebbero fatto che confermarmi la cosa, fino alla clamorosa delusione per la puntata con ospite Silvio Berlusconi.

Il monologo di questa sera, con cui Santoro ha aperto Servizio Pubblico, non è che l'ennesima conferma, per quel che mi riguarda, del fatto che i tempi siano davvero troppo cambiati e che Santoro non sia più quello di una volta.

Troppo personalismo, troppo "io contro tutti": il giornalista si scaglia contro chiunque lo critichi (lo dicevo già la settimana scorsa, che si è seduto dalla parte dei giusti). E quindi, se prima era contro Berlusconi o contro Masi, ora è contro Grillo, contro Repubblica, contro Scalfari, contro Bersani che non va a Servizio Pubblico: vien da pensare che si scaglierebbe persino contro il suo pubblico, se il suo pubblico lo criticasse.

Santoro termina il suo monologo megalomane così:

««Se fossi Nino Taranto potrei dire a quelli di Repubblica: "una risata vi seppellirà". Ma non lo sono. E allora cosa vi posso dire? Ma vi ci hanno mai mannato, ar cinema? E annatece, no?»

Tutto sommato la retorica è la stessa del "Mavaffanbicchiere». Ma il nemico è molto meno appassionante (e non perché sia "di sinistra", per carità) e la sensazione è che la megalomania e il protagonismo facciano invecchiare male.

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