Stranger Things 2 ed il “real marketing” che rischia di spremere il Sottosopra

In occasione del debutto di Stranger Things 2 numerose aziende italiane hanno rivisto il nome della serie e le sue tematiche, per promuovere i propri prodotti: un effetto che amplifica la presenza della serie sul web, ma che potrebbe diventare noioso

Da fenomeno pop-nostalgico a gallina dalle uova d’oro per numerose aziende: è Stranger Things, la cui seconda stagione, online su Netflix proprio da ieri, ha scatenato la creatività dei reparti marketing di numerose aziende che, però, con il mondo creato dai fratelli Duffer hanno ben poco a che fare.

Non è una novità: negli ultimi anni, tutto ciò sui social network che può generare “engagement”, ovvero che riesce a coinvolgere il più possibile gli utenti, creando commenti e condivisioni, va sfruttato al volo. E cosa c’è di meglio, per raggiungere questo scopo, di una buona serie tv cult?

Questa strategia si chiama “real marketing”: consiste, appunto, nello sfruttare l’hype di un evento o di una notizia attuale per farsi pubblicità. Spesso si applica quando una notizia o una dichiarazione genera polemiche e scontento da parte della gente: un modo per schierarsi dalla parte dei polemici e farsi pubblicità (come quando numerose aziende polemizzarono con le dichiarazioni omofobe, poi ritirate, di Guido Barilla).

E’ già successo in passato (e succede ancora) con altre serie tv come Game of Thrones dove, con il pretesto dei draghi, dell’inverno che “sta arrivando” e delle casate in guerra tra di loro, le aziende si sono sbizzarrite promuovendo i propri prodotti cavalcano l’onda entusiasta dei fan in attesa della nuova stagione. Sta succedendo anche in queste ore, con l’uscita della seconda stagione di Strager Things: ed i risultati possono essere esilaranti o imbarazzanti.

Ovviamente, più il prodotto è vicino al target della serie, più l’effetto è vincente: succede così che sia la Guinnes che la Ceres (quest’ultima molto attiva nel real marketing già in passato), si fanno pubblicità puntando sull’accoppiata “telefilm + birra”. Se ci fosse una marca di pizze surgelate o patatine che facesse questo tipo di marketing, avremmo la combo perfetta.

C’è poi chi, come Tic Tac, rifà addirittura la sigla, per lanciare un nuovo gusto e giocare con l’idea dei brividi suscitati dal telefilm:

“Oggi avete due buonissime ragioni per battere i denti”.

Più insolito ma decisamente divertente, invece, il real marketing di Tonno Nostromo che, giocando sul Sottosopra dello show, si autocelebra come salvatore di numerose cene. Loacker, inoltre, usa la rima tra “wafer” e “stranger” per promuoversi e promuovere la serie.

Anche il mondo dello sport non è estraneo a questo tipo di promozione: chi gestisce i social manager dell’Inter devono essere molto fissati non solo con la propria squadra ma anche con Stranger Things, se riescono ad inserirle entrambe in un unico omaggio:

“6/11/1983: Will Byers veniva rapito finendo nel sottosopra, l’Inter conquistava il 134° derby della storia #StrangerThings #StrangerInter”.

A questo, ai aggiunga il naturale marketing ufficiale della serie, che tra campagne promozionali in giro per il web e meme sta dominando sui social network da giorni, ed il sostegno dei vip, tra veri fan (Fabio Rovazzi ha pubblicato sulle stories di Instagram il suo entusiasmo per Stranger Things, dopo aver incontrato quest’estate in uno spot i protagonisti) ed altri che cavalcano l’onda della popolarità di una serie partita, l’anno scorso, in sordina e diventata in poche settimane un evento.

Stranger Things si tramuta così da semplice passatempo ed intrattenimento a fonte d’ispirazione più o meno azzeccata per tutte quelle aziende che hanno alle spalle un comparto marketing moderno e capace di cogliere le sensazioni più fresche del web. In tutto questo, la serie tv ne esce fuori forte a priori: è tutta pubblicità anche questa, anche se l’effetto noia e ripetizione è dietro l’angolo. E vedere il Demogorgone testimonial di una bibita o di uno snack potrebbe diventare triste realtà.

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