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Valerio Mastandrea a Blogo: “La tv mi fa paura, ci vado solo se costretto”

“La tv io non la so fare, ad ognuno il suo mestiere. Anche se…”

Prima di salire sul palco de Le Giornate del cinema lucano Premio Internazionale Maratea, dove ha ottenuto il Premio internazionale Maratea 2017 e il Premio Eilat Diamonds, Valerio Mastandrea ha risposto alle domande di Blogo. L’attore romano ha da poco terminato le riprese del suo primo film da regista dal titolo Ride.

Abbiamo appena finito di girare, ci stiamo ancora lavorando. Sono ancora frastornato e ansioso di vedere quello che ho fatto. Il film dura tanto, purtroppo. Dura tanto prima, poco durante e tantissimo dopo. Speriamo che quello che abbiamo seminato riusciamo a raccoglierlo.

Come è nata l’idea del film?

La storia l’avevo in mente da moltissimi anni. Poi sono riuscito ad incontrare le persone giuste sia dal punto di vista artistico sia da quello produttivo.

Festa del cinema di Roma?

No, non credo. Lo monteremo con molta tranquillità, ho molte cose da fare, spero sia pronto entro i sei mesi dell’anno prossimo.

Tra le cose da fare cosa c’è?

Non c’è niente (ride, Ndr).

A proposito di niente, perché fai poca televisione?

La faccio solo se costretto.

Vai spesso a Che tempo che fa. Fazio ti costringe, dunque?

No, costretto dalla promozione dei film. E quando ci vado cerco di portare il mio proverbiale buonumore televisivo.

In realtà fai divertire…

La tristezza fa divertire, lo so, è così.

Qual è la ragione vera, allora, della tua scarsa frequentazione della tv? Eppure eri partito dal Maurizio Costanzo show…

Sì, poi ho trovato un mestiere e faccio quello. Già è tanto che dopo 24 anni faccio una cosa diversa, cioè il regista. A me la televisione fa paura.

Fa paura?

Sì, ad ognuno il suo mestiere. C’è chi la tv la sa fare, chi no. Io non credo di saperla fare. Però, forse, la farò. Non escludo niente.

Intanto una serie tv l’hai girata…

Sì, esce a novembre su Rai3, si intitola La linea verticale. È diretta da Mattia Torre, uno degli autori di Boris. Parla di ospedali e di un reparto molto pesante, quello di urologia oncologica. Con uno sguardo diverso e molto in avanti. Quasi futuribile, grazie alla qualità della scrittura di Mattia.

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Foto | Bruno Bellini