La Rai di Campo Dall’Orto fra luci -Rai Play- ed ombre -il caso Perego-

L’addio del direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto

di Hit

L’addio è stato con l’onore delle armi. Antonio Campo Dall’Orto ha lasciato la poltrona di direttore generale della Rai con ascolti tutto sommato buoni (a parte la spina nel fianco del pomeriggio di Rai1 battuto regolarmente da Canale5, ma questa è una storia lontana nel tempo che andrebbe affrontata a parte) e con risultati amministrativi pure buoni e sopratutto con il lancio di Rai Play, vero fiore all’occhiello di questa gestione.

L’errore più grande di Campo Dall’Orto, come abbiamo già avuto modo di scrivere da queste colonne, è l’essersi rinchiuso in una campana di vetro, insieme ai suoi più stretti collaboratori -i più assunti dall’esterno- senza un vero contatto quotidiano con la grande pancia della Rai, che poi lo ha rigettato come un qualsiasi cibo avariato.

La voglia di cambiare l’azienda, di lanciarla nel nuovo mondo, togliendola dalla sua gabbia che sapeva di passato, lo ha distratto dall’impegno che un direttore generale della Rai deve avere, quello cioè di mixare la propria voglia di cambiamento, con un dialogo quotidiano con la massa di dipendenti che muovono questa azienda giorno per giorno, chi più chi meno, ovviamente.

Errori ce ne sono stati altri, per esempio il licenziamento di Antonio Azzalini dopo il countdown anticipato di 40 secondi del Capodanno 2016 (e che è costato già alla Rai il pagamento di 200.000 mila euro, come già scritto da Repubblica) ed ultimo in ordine di tempo, quello della chiusura di Parliamone sabato, cacciando Paola Perego e mettendola al pubblico ludibrio, un po’ come si faceva nel medioevo con le streghe, lasciando che il fuoco della pubblica opinione la bruciasse nel nuovo Agorà, ovvero il web.

La Perego, per altro, appare ancora adesso come l’unica persona che ha veramente pagato (insieme a coloro che si sono trovati senza lavoro dopo la chiusura del programma del sabato pomeriggio di Rai1) per quello scivolone, mentre in altri casi non è venuta a mancare -a torto o a ragione- la solidarietà dell’azienda verso suoi altri artisti, citiamo ovviamente il caso Insinna-Striscia la notizia. Ma sul caso Perego si attendono sviluppi.

Il licenziamento di Azzalini invece è certamente servito come esempio per “educare” (come detto a suo tempo dai consiglieri Freccero e Diaconale) i dirigenti Rai che in seguito non hanno fatto nessuna resistenza all’assunzione, qualcuna per altro fatta senza lo strumento del job posting come denunciato da Cantone nella sua relazione depositata presso la Procura della Repubblica di Roma, di 21 figure apicali prese appunto al di fuori dell’azienda. Cosa poi che ha fatto esprimere al Collegio dei sindaci revisori della Rai nel verbale 588/2017 fra le altre cose, che quelle assunzioni sono un “inquantificabile danno reputazionale” con “danni concreti per l’azienda”, che “potrebbero già al momento essere riscontrabili”.

Ora vedremo chi sarà il nuovo direttore generale della Rai, con Paolo Del Brocco che seppur rimanendo in pole position, sembra aver perso qualche metro, affiancato dai risaliti Ruffini e Rizzo Nervo, anche se qualcuno giura che alla fine il nome che tirerà fuori lunedì Renzi dal cappello a cilindro sarà quello di un outsider, staremo a vedere, il 6 giugno è ormai molto vicino.

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