Angelo Mellone a Blogo: La moda in Tv? Con la concorrenza del web è una sfida culturale

L’intervista al dirigente di Rai1 Angelo Mellone

di Hit

Sabato 25 febbraio in seconda serata, è partita la terza edizione di “TOP – Tutto quanto fa tendenza”, il magazine di Rai1 condotto da Angelo Mellone dedicato alla moda, al costume, alle tendenze e all’eccellenza del Made in Italy. Abbiamo parlato con l’autore ed il conduttore del programma Angelo Mellone, ma anche del suo ruolo di capostruttura di RaiUno.

Sei ripartito con Top, novità e aggiornamenti di questa nuova edizione?

Quest’anno abbiamo strutturato la trasmissione come un vero e proprio magazine dedicato a mode, stile, tendenze. Insomma, alla bellezza. Ci sono dei temi fissi che ripeteremo in ogni puntata: un viaggio con Francesca Lancini in quelli che definiamo “distretti creativi”, ovvero zone d’Italia caratterizzate da una densità di talenti superiore alla media; le gite di Cristel Carrisi in giro per mete insolite d’Italia e d’Europa, da Tirana a Cracovia, da Palermo a Trieste, in cui raccontiamo una giornata, da alba ad alba, in cui raccontiamo le eccellenze di quella città da un punto di vista di arte, moda, cucina, paesaggio; l’attenzione al rapporto tra moda e fitness, con Valeria Altobelli. E poi le conferme dell’attenzione verso il mondo del design e dell’arte, con Michela Mattei, Valeria Oppenheimer alla ricerca delle eccellenze della moda ancora non diventate brand globali, il racconto del lusso da parte di Paola Cacianti, le mie interviste. Insomma, un sacco di roba… ah, dimenticavo: abbiamo inserito un’esilarante, come chiamarla?, sit-com, ideata da Stefano Disegni. Si chiama “RealBook” e parte da una domanda semplice ed esilarante: come sarebbe la nostra vita se ci comportassimo come interagiamo sui social… pensa tu gli esiti…

Quali sono gli obbiettivi?

Siamo l’unico prodotto Rai interamente dedicato al connubio moda-tendenze e cerchiamo di svolgere il nostro compito nel migliore dei modi. Tanto nella qualità del girato, che ha una pasta quasi cinematografica – alcuni servizi sembrano vere e proprie clip – quanto nella scelta dei temi, per arrivare alla location dove faccio i lanci: l’anno scorso era il MAXXI, quest’anno la “Lanterna” di Fuksas. Un posto incredibile.

Nelle prime due puntate avete confermato gli ottimi ascolti dell’anno scorso.

Be’, superare il milione di spettatori all’una di notte è un bellissimo risultato, anche perché “Top” ha una veste editoriale, diciamo, molto sofisticata, e i temi che trattiamo a volte non sono propriamente nazionalpopolari. Anche il taglio del montaggio è decisamente contemporaneo. Aggiungo con una punta di soddisfazione che è una trasmissione davvero a basso budget e con un team autorale molto giovane di età, regista compreso, quasi interamente under 40. In questo, per il nostro minuscolo segmento, cerchiamo un po’ di interpretare quella nuova idea di Rai che il nostro direttore generale si sforza di rendere giorno per giorno realtà operativa e prodotto editoriale.

Certo fa un po’ strano che uno con il tuo curriculum si metta a condurre un programma di moda…

E perché, scusa? Usciamo da un equivoco: la moda, se evitiamo una sua lettura superficiale, non è frivolezza: è un prodotto culturale, e anche importante. Racconta meglio di altri linguaggi lo ‘spirito del tempo’ e il modo in cui noi lo vestiamo. E poi siamo in Italia, diamine. Mi sto accorgendo anno dopo anno che – e lo dice un patriota… – se vuoi raccontare il genio italiano devi entrare nelle botteghe, nelle sartorie, nei laboratori, negli atelier, negli studi di architetti e designer… e lì scopri perché la nostra nazione possiede dentro di sé tutti gli anticorpi per superare il virus della crisi. Ogni tanto scopri storie incredibili. Te ne dico due: l’artigiano che fa le scarpe per papi e presidenti e non ha voluto, lui unico, abbandonare il suo paesino marchigiano per aprirsi una fabbrica ma è rimasto in bottega. O il sarto che ha confezionato, tra le altre, la camicia per il matrimonio di William d’Inghilterra o l’insediamento di Donald Trump: vive e lavora in provincia di Taranto e là vuole restare, con le sue vecchine che ancora cuciono a mano… ci sarebbe da scrivere un apologo dell’identità, del radicamento e del senso patrio partendo da questi luoghi…

Conduttore, autore, capostruttura, scrittore: cosa vuole fare Angelo Mellone?

Semplicemente fare bene il mio mestiere. Credo che quando ti danno la responsabilità di un programma, un dirigente debba stare al centro del processo creativo editoriale, e dunque esserne responsabile autoriale. Sennò diventiamo burocrati. E poi a me scrivere e ideare piace tanto. Uno dovrebbe avere la giornata di 36 ore, ho tanta di quella roba da guardare, leggere, studiare. Quando posso faccio scorpacciate di prodotti esteri, dai documentari all’entertainement, perché devi sempre essere costantemente aggiornato… E poi, sì, ho i romanzi. Ne scrivo più o meno uno all’anno. L’ultimo è una fiaba, “Incantesimo d’amore”, dedicato ai quarantenni che ancora credono nei sentimenti, un ribaltamento del cinismo relazionale che va tanto di moda raccontare. Adesso sto scrivendo il sequel di ‘Nessuna croce manca’: i protagonisti sono diventati quarantenni…

E la conduzione?

Diciamo che mi diverte ma, per fortuna, non ho mai avuto l’ossessione della presenza in video. Se succede, quando succede, sono contento. Con Top il discorso è in parte diverso: è un prodotto pensato da un gruppo di cui mi sento in un certo modo portavoce in video, tant’è che ho una conduzione ‘per sottrazione’, parlo in meno possibile per lasciare spazio a quello che conta, i servizi e le interviste. I conduttori debordanti non mi sono mai piaciuti. A proposito di interviste, quando facevo il giornalista di carta stampata adoravo intervistare la gente: questa passione è rimasta intatta. L’intervista ha metodologie e tecniche che non si improvvisano e che applichi tanto con un Presidente del Consiglio quanto con Alessandro Gassman o Giorgio Armani.

E se ti chiedessero di condurre un talk politico o quantomeno di una trasmissione che si occupi di raccontare l’Italia e la sua classe dirigente? In fondo ti sei occupato di politica per molti anni e mancano in Rai volti di quarantenni…

Cosa vuoi che ti risponda…

Il tetto ai compensi di 240 mila euro potrebbe aprire la strada a volti nuovi di provenienza interna alla Rai, non trovi?

Credo che lo scouting interno sia un’attività necessaria, uno stimolo incredibile a rintracciare talenti a basso costo, e debba avvenire e comunque avvenga a prescindere dal problema che citi e su cui ovviamente non posso rispondere.

Com é la Rai di oggi?

Un’azienda dove è bello lavorare. Punto.

Sei stato il capostruttura del grande successo di questo inizio 2017 di RaiUno Cavalli di battaglia con Gigi Proietti. Come é nato questo programma?

Si provava da tanti anni, mi dicono, a far condurre uno show a Proietti: che, adesso lo posso dire, è davvero un mostro da palcoscenico, per di più colto, educato, mai sopra le righe o con le fisime che ti aspetteresti da un grande showman. Con un pizzico di incoscienza ho provato a persuaderlo a trasformare in prodotto televisivo il suo ultimo, enorme successo teatrale. In questo sono stato sostenuto da un entusiastico mandato di Andrea Fabiano, innamorato dell’idea anche, me lo ricordo bene, prima di diventare direttore, e da un team di collaboratori, dal capoprogetto al produttore al regista Gian Marco Mori (lo stesso di Top, ndr) che hanno lavorato tantissimo e benissimo. Gigi si è convinto ed è stato costruito uno spettacolo che credo rimarrà un gran bell’esempio di, come possiamo chiamarlo, neo-varietà? Lavorare in clausura più di un mese a Montecatini è stato meraviglioso.

Quali sono state, se ci sono state, le difficoltà per mettere in piedi questa trasmissione?

Devo essere sincero: una volta stabiliti luogo e date, poche. Tutta la Rete, dal direttore in giù, ha dato e ha fatto il massimo. Anche quando abbiamo deciso al volo di mettere su la quarta puntata. Un lavoro massacrante, pazzesco, ma premiato dagli ascolti e dalla soddisfazione di fare il 20 percento di sabato portando in scena Brecht, Shakespeare, sette minuti di monologo in romanesco e quasi venti di De Filippo dopo la mezzanotte. Un azzardo che ha confutato molta grammatica televisiva.

Ci sarà una seconda edizione?

Da spettatore, mi augurerei di sì.

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