Fuori gli Autori II – Stefano Andreoli a Blogo: Cose inutili che non pensavo mi sarebbero servite nella vita invece…

Oggi su TvBlog esce Stefano Andreoli

di Hit

Nuovo giro, nuova corsa e nuovo protagonista oggi su TvBlog della nostra rubrica estiva -giunta alla sua seconda edizione dopo quella del 2014- Fuori gli Autori. Stefano Andreoli ha inventato, con Alessandro Bonino, il blog Spinoza.it. Ha lavorato con Roberto Benigni, Maurizio Crozza, Geppi Cucciari, Luca e Paolo, Fabio Volo. Tutte le mattine parla su Radio Monte Carlo. Dal 2015 è autore di Quelli che il calcio.

Il preambolo

Parlare di sé, del lavoro che si fa – specie quando è un lavoro, in genere, invidiato come quello dell’autore televisivo – è sempre imbarazzante: si rischia di esagerare con l’understatement, dissimulare l’ego recitando la parte del miracolato, sminuirsi falsamente fino a vette patetiche tipo “Ho ancora tanto da imparare” e “C’è tanta gente più brava di me”. Se cerchi di stare alla larga da questa tentazione corri il rischio opposto: quello di sembrare spaccone, di metterti a elencare i programmi che hai fatto (e i nomi con cui hai lavorato) perché Scusa ma proprio un esempio che non mi riguardasse non mi veniva, o ancor peggio pontificare sui massimi sistemi come se le tue esperienze bastassero a darti l’aria di quello che ha capito tutto di come gira il mondo.

La terza via, che è quella che preferisco, imporrebbe semplicemente di andare al sodo e dire qualcosa di sostanzioso. Mica facile. Per uno come me, che nella vita mai avrebbe immaginato di intraprendere questa carriera – e quante cose ancora non so! – pensare di trasmettere qualcosa, soprattutto dopo aver letto gli interventi dei nomi ben più illustri che mi hanno preceduto, sarebbe veramente presuntuoso. Ma d’altra parte uno che ha scritto per Benigni, Crozza e ha fatto Sanremo – ah, se solo sapeste! – è, mi capirete, quasi costretto a tirar fuori qualcosa di intelligente.

COSE INUTILI CHE NON PENSAVO MI SAREBBERO SERVITE NELLA VITA, E INVECE

1- “Guardi troppa tv, perché non fai qualcos’altro?”. Non c’è madre degli anni ’80 che non abbia tormentato i propri figli con questo inascoltato appello, e la mia non fa eccezione. Ecco, quella di avere passato un’infanzia banalmente felice e annoiata, restando sbracato per ore davanti alla tv del soggiorno (marca Siemens) a divorare qualsiasi forma di intrattenimento passasse per lo schermo, la considero una delle fortune più grandi della mia vita professionale. Lì ho sviluppato una forma di dipendenza per i varietà in bianco e nero, conosciuti attraverso gli spezzoni nostalgici (sempre gli stessi, mannaggia: Mina e Totò, Mina e Sordi, Mina e Celentano con Alberto Lupo, Mina e la Finanza) che in quegli anni cominciavano a venire assemblati e riproposti per riempire i buchi di palinsesto, e da lì ho cominciato a familiarizzare con gli autori “storici” e a riconoscerne i diversi stili. Non credo si possa fare tv senza aver visto tanta tv, senza sapere come si rideva nei decenni passati e, soprattutto, senza sforzarsi di capire come mai sketch che oggi sembrano vetusti e polverosi – non solo cose vecchie di cinquant’anni, a volte ne bastano cinque – funzionassero così bene. Sono convinto che la risata, il riuscire a capire come far ridere (e, ancor prima, l’accettare che certe cose facciano ridere) sia la chiave più diretta per comprendere il sentimento di un’epoca: del resto l’umorismo cambia continuamente, mentre le cose che ci fanno piangere sono sempre le stesse da qualche migliaio di anni.

2- La pagina della Sfinge della Settimana Enigmistica (insieme a Topolino) è stata il mio primo serbatoio lessicale. Doppi sensi, cambi di lettera, crittografie mnemoniche: sono cresciuto con i giochi di parole, ho imparato prestissimo ad apprezzarli e padroneggiarne i meccanismi. E ho capito una cosa: i giochi di parole, generalmente, fanno schifo. Quelli decenti sono rari, quelli che valgono qualcosa sono rarissimi (e Bergonzoni li ha già usati quasi tutti). Per questo cerco di farvi ricorso con estrema riluttanza, che è anche il nome del mio cane.

3- Qui ci doveva stare la frase “Aver fatto l’arbitro di calcio”, ma il fatto che anche Matteo Renzi rivendichi questa esperienza con orgoglio mi fa salire un po’ il magone. Lui dice che il fischietto gli ha insegnato a essere determinato, a costruire la sua personalità, a riflettere e decidere in una frazione di secondo: tutte cose probabilmente vere, per carità. Ma a me fare l’arbitro ha insegnato soprattutto a non contare niente. Certo, sei un elemento importante, uno degli ingredienti del calderone, ma quando lo spettacolo comincia devi restare defilato e metterti al servizio degli attori in scena. Finché non fai cazzate nessuno sa che esisti, e devi fare pace con questa idea. Soprattutto se, anziché l’arbitro, sei il guardalinee o un giudice di porta: un elemento di supporto che può avere l’intuizione che salva il culo a tutti quanti, ma con un ruolo che è essenziale rispettare, anche perché una squadra di autori che non vanno d’accordo – o cercano continuamente di prevaricarsi – può rendere infernale anche lavorare al programma più bello del mondo.

4- Quando è arrivata internet mi sono trasferito dal divano del soggiorno alla mia cameretta, uscendone verso i trent’anni (ma solo perché a mia madre serviva il telefono libero) con la sensazione, a parte le piaghe da decubito, che non sia stato tempo sprecato. Ho gestito community, ne ho fondata una che dura da dieci anni, e questo mi ha permesso di capire molto sui rapporti umani e il loro trasfigurarsi davanti a uno schermo. Poi sono arrivati i social network ad amplificare tutto, ma io mi sentivo già corazzato: cosa vuoi che sia Facebook, quando hai passato anni a moderare un forum di ultras di calcio? Sui social puoi anche non starci, tenertene fuori: si vive benissimo, ci mancherebbe, ma se si lavora nel campo della comunicazione (e chi non?) ci si perde tanto. È sui social che tutto succede, o meglio: è il social che certifica il succedere o il non succedere di una cosa, è lì che la notizia nasce, è lì che si comincia a discuterne, è lì che la stessa notizia comincia a sfiorire e stufare (in genere succede quando ne parla Gramellini). Tutto il resto arriva dopo: i giornali rincorrono internet, la tv rincorre internet, spesso è la stessa internet a rincorrersi, quando cerca disperatamente di trascinare la gente fuori da Facebook a suon di CLICCA QUI e NON INDOVINERAI MAI COSA SUCCEDE.

È spendendo tempo in rete (forse si è capito che mi serve un alibi per nobilitare le mie ore di cazzeggio) che si impara a comprenderne i ritmi e le dinamiche, che ormai coincidono con quelle dei nostri processi mentali. E soprattutto ci si può tenere in esercizio, se si fa un lavoro come questo. Siamo tutti autori ed editori di noi stessi, nel momento in cui decidiamo di pubblicare una riflessione o una battuta – ma anche direttori della fotografia, fonici e registi quando postiamo un’immagine o un video. La consapevolezza del mezzo ci ha resi tutti più smaliziati: se una volta bastava postare le foto del nostro gatto, bambino o altro animale per attirare consensi, ora la concorrenza si è fatta spietata e magari è meglio se sullo sfondo ci piazziamo un libro di Carver, magari solo un angolino un po’ sfocato così da far pensare “Ah!” a quello che lo riconosce e invogliarlo a commentare sul nostro profilo piuttosto che su quello di nostro cugino. Costruire un programma televisivo è un’estensione infinitamente più complessa di queste pratiche, ma con identico scopo: divertire, coinvolgere, incuriosire, spiazzare, in ogni caso interessare a qualcuno. Riuscirci – e riuscirci in maniera onesta – è sempre più difficile, lo vedo su me stesso e sul mio deficit di attenzione ormai irrimediabile: davanti alla tv cambio canale al minimo rallentamento di ritmo, abbandono una serie alla terza scena noiosa, quasi mai riesco ad arrivare in fondo ad articoli lunghi la metà di questo. Quindi forse farei meglio ad arrivare a una rapida conclusione. Peccato perché nel punto 5 c’era il senso della vita. Ma quello ve lo rivelerò solo se cliccate qui.

Stefano Andreoli

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