Fuori gli Autori II – Daniele Fabbri a TvBlog: Faccio l’autore per non andare dallo psichiatra

Oggi esce su TvBlog Daniele Fabbri

di Hit

Autore, ma non solo, anche attore in Nemico Pubblico, programma di satira andato in onda su Rai3, Daniele Fabbri è oggi l’ospite e padrone di casa nella nostra rubrica estiva “Fuori gli autori” giunta alla sua seconda edizione. Tante le esperienze televisive del Fabbri: oltre alla Rete 3, anche la Rete 2, Comedy Central, sia come autore che come attore. Chi si crede di essere? Cosi risponde sul suo sito :

Mi chiamo Daniele, sono un tizio di trentatré anni, ho almeno 7-8 aspirazioni importanti nella vita, e non volendo rinunciare a nessuna le porto avanti tutte contemporaneamente, il che mi consumerà fino a farmi morire di vecchiaia precoce a 39 anni, dimenticato da tutti perché non faccio altro che lavorare e non ho il tempo di farmi nuovi amici, e senza la notorietà sufficiente ad avere un fan club in ogni capoluogo.
Una volta ho avuto una vita col lavoro, l’ufficio e tutto il resto, ma non m’è piaciuta. Adesso scrivo per me e per altri, recito roba mia e roba di altri, canto, ballo, non so disegnare né suonare strumenti e per queste due ragioni mi sto sul cazzo.
Fare l’attore è un sogno realizzato, un altro bel sogno sarebbe farlo sul mio yacht.

Caro Daniele, ora TvBlog ti offre questo spazio, fanne buon uso :

Il messaggio è quello che conta più di tutto

Premessa: non farei mai l’autore al di fuori della comicità. Nel magico e variopinto mondo dell’intrattenimento, il lato comico è l’unica parte di storia che mi piace raccontare, e la risata è l’unica moneta che mi ripaga. Per quanto i soldi siano una valida alternativa che certamente non disdegno, cari eventuali produttori che mi incontrerete in futuro.

A 19 anni ho fatto la mia prima esperienza come “autore”, avevo iniziato a lavorare come perito informatico, settore per cui avevo conseguito la maturità, e mentre sognavo di diventare sviluppatore di videogiochi, ho aiutato mia sorella, che invece tentava di fare l’attrice, nella scrittura di un monologo che doveva presentare ad un concorso, in un club romano dove si facevano serate di cabaret.

Il risultato fu che mia sorella salì sul podio, e io ricevetti molte proposte di collaborazione. Partecipai piuttosto perifericamente alla stesura di un programma di comici per una tv romana, e fu divertente. Non ho più lasciato il mondo della comicità, che ho continuato a praticare sia come comico che come autore. Ah, e invece mia sorella non fa più l’attrice.

Anche se faccio io stesso il comico, provo un fascino molto particolare nell’inventare cose da far fare agli altri. Mi piace osservare il funzionamento delle cose dall’esterno.
Quando ero bambino e andavo al parco giochi, prima di salire su una giostra cercavo un punto in cui si vedessero gli ingranaggi, le ruote dentate che giravano, le catene che tiravano i vagoncini e via dicendo. Una volta saziata questa curiosità, salivo sulla giostra e mi divertivo il doppio, per l’emozione del momento e per la soddisfazione nel saper immaginare ogni parte della macchina che stava facendo il suo dovere alla perfezione.
Ero un bambino con dei problemi evidenti, ma anche un qualcosa di poetico, dai.

La mia prima esperienza impegnativa come autore è stata per SuperMax, programma radiofonico in onda tutti i giorni su Radio2, che per quattro mesi ebbe anche una appendice televisiva, in onda su Rai2 poche ore dopo la diretta radiofonica.
Anche lì, una parte di me era in ascolto vibrante verso i contenuti, la resa artistica, ero di supporto ai conduttori e agli ospiti per assicurarmi che tutti avessero il necessario per poter dare il meglio al pubblico. Ma un lato del bambino curioso stava anche osservando la regia, il fonico che parla in cuffia con l’altro tecnico, il regista tv che muove le camere motorizzate in studio.
Questa curiosità mi ha aiutato infinite volte, perché mi ha dato la capacità di poter immaginare liberamente le storie che sarebbe stato divertente raccontare, e contemporaneamente capire subito se le risorse tecniche fossero adatte a valorizzarle,
e capire bene come ottenere il miglior effetto possibile.

A 20 anni ho letto i libri di Sartori e di McLuhan sulla comunicazione e sui media(in fondo volevo scrivere videogiochi, l’approccio “nerd” alle cose non mi è mai mancato), e capire davvero quanto sia enorme l’influenza del mezzo rispetto alla qualità dell’idea originale è una specie di superpotere.
L’esperienza come autore in Nemico Pubblico è stata da manuale, in tal senso:
un programma basato sul monologo dal vivo di un comico satirico, massima espressione di libertà artistica e di contenuti, trasposti sul piccolo schermo che invece impone dei limiti. E non solo in senso censorio, come viene generalmente semplificato, anzi, soprattutto tecnici: ci sono esigenze di ritmo diverse, necessità di palesare i sottotesti, e via dicendo.
Fare l’autore significa non soltanto avere le idee, ma riuscire a visualizzarle nella loro realizzazione, essere consapevole di tutto ciò che deve accadere affinché il pubblico possa godere di quella intuizione che hai avuto a casa mentre giocavi alla playstation e qualcuno fuori dalla finestra ha urlato quella frase che ti è rimasta nel cervello.
(Questa più che una prerogativa dell’autore, è una prerogativa mia che vivo in un quartiere rumoroso, in cui gli abitanti con l’emissione vocale più consistente si fanno vivi sempre quelle poche volte che riesco a trovare il tempo per i videogiochi).
Inventare, progettare, costruire, assemblare col tuo gruppo, e alla messa in onda stare lì a guardare che tutto funzioni. A volte penso che mi dispiace per il pubblico, che guarda solo il risultato finale e si perde la parte migliore.
Il pubblico non sa bene cosa accade dietro le quinte. Quando dissi a mia madre che avevo il mio primo lavoro come autore per un comico della tv, lei strabuzzò gli occhi: “Ma come, non se le scrive da solo le battute?!”
All’inizio questa era la domanda che mi facevano tutti. C’è voluto un po’ di tempo perché si passasse al più classico: “Ma come ti vengono tutte quelle idee??”

A me piace osservare tutto, proprio per il gusto di capire come funziona tutto, mi piace guardare dentro le cose, e per cose intendo anche le persone. Mi piace vedere come funzionano soprattutto loro. Osservare il mondo e far roteare il cervello nello spazio è uno dei miei divertimenti preferiti. Il che mi porta ad avere pochi amici, e non avendo amici non so mai a chi raccontare tutte le cose che mi vengono in mente.
E così sono finito a fare l’autore, perché è un lavoro dove cercano gente che abbia cose da raccontare e sappia farlo in maniera efficace, e io avevo bisogno di raccontare a qualcuno le cose per non finire dallo psichiatra.
Un mio sogno di autore televisivo sarebbe quello di fare un gioco a premi: due giocatori sfidano altri due giocatori al gioco dei mimi, però vestiti da apicoltori e circondati dalle api.
Non importa cosa si vince, ma la coppia che perde è costretta a sposarsi.
Perché il messaggio è quello che conta più di tutto.

Daniele Fabbri

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