Elena de Vincenzo a Blogo: “La Vita in Diretta è un programma che sento appartenermi. Seguo Chi l’ha visto? e Quarto Grado”

L’intervista di Blogo a Elena de Vincenzo, giornalista e inviata di cronaca de La Vita in Diretta e Estate in Diretta.

Prosegue il viaggio di Blogo nel mondo degli inviati di cronaca dei programmi della tv italiana. Per l’appuntamento con la rubrica Tv e l’altra cronaca/politica, che da alcune settimane ci fa compagnia ogni mercoledì, oggi conosciamo meglio Elena de Vincenzo, inviata de La Vita in Diretta e Estate in Diretta ora, ma in passato de Le Amiche del Sabato e Domenica In. Scopriamo quindi qualcosa in più su un lavoro affascinante e indispensabile per la televisione, attraverso le parole di una giornalista preparata e completa che entra ogni giorno nelle case degli italiani per informarli su quanto accade nel nostro Paese. Da ieri Elena si trova in Puglia, per raccontarci – attraverso i suoi occhi – il disastro ferroviario avvenuto tra Andria e Corato. “Mi piace fare cronaca, ma farla senza eccessive sbavature para-emozionali o sensazionalistiche… Credo si possa raccontare quasi tutto, ma bisogna scegliere bene il modo e le parole”, dice la de Vincenzo, e questo la dice lunga su come prenda sul serio il suo lavoro. Forse anche perché lei è riuscita a realizzare il sogno di sempre, quello di fare del giornalismo il suo lavoro e la sua vita. E per adesso questo non solo le basta, ma la riempie di soddisfazione.

Come hai iniziato a muovere i primi passi in questo lavoro, in particolare quello di inviata?

Ho iniziato a fare questo mestiere con una gran voglia di mettermi in gioco, di realizzare un sogno. E non è banale dirlo perché anche solo un sogno a metà è un gran risultato, che dà ossigeno quando ce n’è poco. Ho iniziato accendendo una Sony 170, telecamera leggera e facile da usare, emozionandomi con la luce rossa del rec. Video-reporter. Poche ma chiare indicazioni iniziali di un direttore, Angelo Cimarosti, che è stato un maestro. Ero a Padova ed ero una stagista. Poi, non senza passare da strigliate e momenti di sconforto, sono diventata una giornalista professionista. La mia prima esperienza in Rai, come inviata, è stata per il programma Le Amiche del Sabato. Gli eventi, che nessuno dimenticherà mai, ma che mi hanno segnata anche dal punto di vista professionale, sono stati la tragedia della Costa Concordia e il terremoto in Emilia.

Cosa aggiungeresti o toglieresti a un programma di cronaca e attualità se fossi autore?

E’ una domanda difficile, perché molto dipende dal pubblico che si ha di fronte. A volte i tecnicismi degli addetti ai lavori annoiano chi non è esperto; d’altro canto l’approssimazione di certi non addetti ai lavori può fare confusione e creare imbarazzo a chi è sul campo, ha studiato le carte e ci mette la faccia. Un commento superficiale o una presa di posizione senza conoscere bene la materia è un danno per chi fa questo mestiere. Soprattutto se si tratta di casi di cronaca nera e giudiziaria.

Quali sono per te le tre regole da seguire per essere un buon inviato?

Oltre alle regole deontologiche del nostro ordine? Credo, innanzi tutto, le regole del buon senso. Io sono una sincera sostenitrice della semplicità. Piedi per terra. Non raccontiamo di pere e mele, ma di persone. Le news, lo intuisce anche il lettore o il telespettatore distratto, sono spesso un rincorrersi di indiscrezioni e una caccia allo scoop, per la cronaca nera, poi, non ne parliamo. Ricordarsi sempre che la “gloria” di un istante – perché è quanto dura una notizia – non vale l’affidabilità e la serietà che si raggiungono con tante e magari meno clamorose ma realistiche “indiscrezioni”. Dunque: guardarsi attorno e ascoltare, verificare le notizie e studiare le carte, ricordare sempre che ci sono di mezzo persone vere.

C’è un limite che non deve essere superato?

Forse ce n’è più di uno. Quando si fa cronaca nera, dare una notizia in diretta significa darla anche a chi quel dramma lo sta vivendo sulla pelle. A mio avviso dovrebbe bastare questo per evitare di oltrepassare il limite generico, ma non per questo di poco conto, del rispetto dell’essere umano.

Quanto è importante la sintonia con il conduttore della trasmissione?

E’ importante. Soprattutto quando il copione salta perché magari c’è una notizia dell’ultimo minuto. E allora il conduttore o i conduttori – nel mio caso Cristina Parodi e Marco Liorni per Vita in Diretta, Eleonora Daniele e Salvo Sottile per Estate in Diretta – devono fidarsi dell’inviato e seguirlo. Solo così l’inviato può lanciare la notizia senza timori, perché i suoi conduttori ne capiranno valore e sviluppi. Accade. E’ accaduto. Con ogni singolo conduttore c’è qualcosa di diverso, ma alla base ci sono quella fiducia e quella stima che permettono di lavorare in modo fluido.

Quanto margine di autonomia ha un inviato?

Dipende. Ci sono circostanze in cui un inviato ha moltissima autonomia, soprattutto quando ci si trova sul posto per qualcosa che è appena accaduto o sta accadendo. E’ chiaro però che ogni decisione viene presa insieme agli autori o ai conduttori.

Come ci si regola se un inviato dissente rispetto a una scelta editoriale?

Uno scontro diretto non mi è mai capitato. Quello che può succedere – almeno per quanto riguarda la mia esperienza – è un confronto serio e sereno su decisioni da prendere. Dunque no, non mi è mai capitato di “subire” una decisione.

Questo tipo di lavoro porta spesso a stare lontani da casa: quanto è difficile conciliare carriera e vita privata?

Qui mettiamo il dito nella piaga (ride, ndr)! E’ difficile. Forse per una donna – ahimè mi tocca dirlo – più che per un uomo. Non significa però non poter avere una vita privata. Si tratta forse di saper sfruttare le occasioni. Ci sono pause e momenti meno intensi. E’ lì che bisogna approfittarne, per stare col proprio compagno, seguirlo, aspettarlo o raggiungerlo, vedere famigliari, organizzare una vacanza con un’amica del cuore, come mi è appena successo.

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Che consiglio daresti a un giovane che vuole intraprendere questo lavoro?

E’ fantastico. Non è una favola. Cercare l’occasione, perché difficilmente pioveranno dal cielo, e saperla sfruttare. Senza eccessi. Senza strafare. Umiltà e costanza. Poi, beh, è un po’ un’eterna gavetta, non ce la raccontiamo. Ma una notizia è una notizia, un bel pezzo vale e viene apprezzato.

Come si gestisce al meglio un problema tecnico del collegamento?

Calma e collaborazione con la squadra. A volte, semplicemente dichiarandolo. Un classico, l’audio in cuffia che salta. Inutile tirare a indovinare facendo magari una figuraccia. E allora, per esempio, si può dire: “C’è qualche momentaneo problema con l’audio, ma crediamo sia importante dire che ecc…”, e si caccia la notizia principale o quelle collaterali ma importanti per la pagina; nel frattempo i tecnici cercheranno di ripristinare l’audio e i conduttori sapranno che sarà meglio prendere tempo per passare alla domanda successiva.

L’inviato deve mantenersi equidistante o può lasciar trapelare il proprio punto di vista?

Io credo che un inviato debba restare fedele al suo ruolo: fare il cronista, non l’opinionista. E il racconto deve essere il più chiaro possibile. Se chi mi ascolta non capisce bene ciò che dico allora posso dire di aver “fallito”. Ricordo un appunto di un mio direttore: “Elena scusa ma secondo te tua nonna (avevo 26 anni) se leggi in diretta questa roba che hai scritto, capisce qualcosa?”. Una semplice domanda che ancora oggi è un valido suggerimento, soprattutto se si lavora per un pubblico generalista e non di settore. E’ poi chiaro che possono essere dati tagli diversi a uno stesso servizio, ma la notizia, i “fatti”, restano tali. Diverso invece se un inviato, che magari per mesi o anni ha seguito un caso di cronaca, viene invitato come “esperto” in studio. In quest’ultima circostanza ci si può forse concedere qualche commento.

Esiste la competizione sul campo tra colleghi? In particolare, c’è la competizione tra colleghi di programmi diversi e reti diverse?

C’è, come in altri settori. Ciò non significa detestarsi o farsi i dispetti. Può accadere di avere a che fare con colleghi “esaltati”: in questo caso si mantengono le distanze, e via. Quando invece si ha che fare con colleghi seri e capaci, ci si fa la guerra sì, ma con rispetto. E si può persino diventare amici. E’ una questione di professionalità.

Nella cronaca giudiziaria a volte è facile correre il rischio di mancare di rispetto alle persone coinvolte nelle vicende. Come si riesce a non cadere in fallo?

Tenere sempre a mente che si parla di vite vere, non personaggi da romanzo. E poi, fare il proprio mestiere: verificare le notizie e valutare con coscienza se possano davvero aggiungere qualcosa alla storia o siano solo “gossip” senza valore. Posso fare un esempio, banale ma efficace, se vuoi: ho seguito e sto seguendo il caso del piccolo Lorys Stival; cominciò a girare con forza il nome e cognome di un presunto ex amante di Veronica Panarello. Dicerie, o forse no, ma coinvolgere esplicitamente quell’uomo avrebbe avuto un effetto sulla sua vita privata. E quella relazione, anche se reale, non era rilevante rispetto al dramma del 29 novembre. Con questi elementi, d’accordo con gli autori, si scelse di non parlare di quell’uomo. Detto questo, credo si possa raccontare quasi tutto, ma bisogna scegliere bene il modo e le parole; termini e aggettivi che non offendano, non creino imbarazzo, non trasformino un testimone in un sospettato, non si dimentichino delle vittime.

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Quanto pesa emotivamente trovarsi quotidianamente a contatto con storie spesso terribili?

Pesa. Perché si entra in contatto con la sofferenza e il dolore, si leggono carte che a volte sono descrizioni dell’orrore. Sarebbe gravissimo restare indifferenti. E poi c’è l’effetto “mistero”: le domande non finiscono mai, i dubbi si rincorrono, anche quando pare sia stata raggiunta una verità in terra.

Una donna trova più difficoltà rispetto a un uomo nel lavoro di inviata di cronaca? Ti è mai capitato, ad esempio, di trovarti in una situazione tale da avere paura?

Facendo televisione sono quasi sempre accompagnata da una troupe, un cameraman o un regista. Quindi anche quando mi sono trovata in situazioni poco piacevoli, fortunatamente non ero quasi mai sola. Molti anni fa invece, era il 2006, un episodio che non dimenticherò mai. Ero a Padova, i tempi del “muro” di Via Anelli. Stavo filmando con la telecamera, quando sentii un urlo poi vidi arrivare un uomo “armato” di bottiglie rotte. Ho avuto paura. A pochi metri c’era il collega dell’Ansa, in auto. Mi ha subito raggiunta e sono salita in macchina con lui.

C’è un servizio, tra quelli che hai girato, di cui sei particolarmente fiera?

Questa è troppo difficile! Giriamo e montiamo tantissimi pezzi ogni mese. Come sceglierne uno soltanto?! Sono fiera di essere riuscita, qualche volta, a dare una mano a persone in difficoltà. A portare nel piccolo schermo testimonianze che da quella esperienza in tv hanno ricavato forza e coraggio. Spesso si pensa che sia un atto di debolezza “andare in tv”; la mia esperienza racconta qualcosa di diverso. E’ coraggioso ed aiuta. Non sono una psicologa, ma a volte trasformarsi da vittime passive ad attori protagonisti può essere un’iniezione di fiducia.

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C’è un programma, tra quelli in cui hai lavorato, di cui conservi un particolare ricordo?

Per quanto riguarda la Rai prima di Vita in Diretta, Le Amiche del Sabato e Domenica In sono state esperienze importanti. Facendo le news per emittenti locali mi sono divertita, ho imparato molto ed ho trovato amici. Il primo Tg per cui ho lavorato più che un ricordo è ormai una sensazione, ma è ancora meravigliosa sotto la pelle.

E, se non fossi un’inviata de La vita in diretta, c’è un programma Rai o Mediaset in cui ti piacerebbe lavorare?

La Vita in Diretta è un programma che sento appartenermi. Mi piace fare cronaca, ma farla senza eccessive sbavature para-emozionali o sensazionalistiche. Sono una di quelle, però, che il mercoledì sera – quando c’è Chi l’ha Visto – e il venerdì sera – c’è Quarto Grado – non si dispera se la serata prevede divano e tv.

Tra le colleghe giornaliste ce n’è una che stimi e a cui magari ti ispiri nel tuo lavoro?

Ho avuto raramente a che fare con colleghe o colleghi che non stimo. Con qualcuno può esserci più o meno feeling, ma penso si possa imparare sempre qualcosa dagli altri.

Alcune volte si assiste a un ‘cambio di ruolo’: inviate che diventano conduttrici. Ti piacerebbe passare dall’altra parte?

C’è un momento giusto per ogni cosa. Mi piaceva condurre i telegiornali e mi interessa stare “sul campo”. Si può fare la giornalista con soddisfazione in molti modi.

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La vita in diretta è il rotocalco che presidia il daytime pomeridiano di RaiUno dal 2000, ma l'esperimento era iniziato su RaiDue nel 1994 con La cronaca in diretta di Alessandro Cecchi Paone, diventato nel 1995 L'Italia in diretta con Alda D'Eusanio.

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