Lorenzo Richelmy: “Quando avrei preso a schiaffi Marco Polo…”

La seconda stagione di Marco Polo approda su Netflix dal primo luglio. Abbiamo fatto due chiacchiere con i protagonisti Pierfrancesco Favino e Lorenzo Richelmy…

di grazias

Il primo luglio partirà su Netflix la seconda stagione di Marco Polo, la serie che ha per protagonisti due attori italianissimi, Lorenzo Richelmy e Pierfrancesco Favino. Li abbiamo incontrati oggi a Milano per farci dare qualche anticipazione su ciò che vedremo nelle prossime dieci puntate tra la via della Seta e una mossa di kung fu. Il primo a prendere la parola è Richelmy, classe 1990, grato al coraggio dimostrato da Netflix per averlo scelto, a detta sua, pur non padroneggiando a dovere l’inglese. Il discorso parte però dall’evoluzione del suo personaggio, Marco Polo, nel corso della imminente seconda stagione:

La storia riprende dalla fine della prima stagione con solo qualche mese di differenza. Le prime dieci puntate si sono dovute prendere il tempo di introdurre lo spettatore in un mondo completamente nuovo, la Cina orientale medievale. Una volta raccontato questo e fatti capire per bene meccanismi e dinamiche, è possibile entrare nel vivo di questo mondo all’interno del quale Marco polo è sicuramente più uomo, è cresciuto. Ha un incarico, è un uomo fidato del Khan, potrà finalmente scegliere cosa fare e crearsi un’identità propria. Nella prima stagione avete visto un giovane ragazzo diventare un giovane uomo, ora vedrete la sua evoluzione da giovane uomo ad adulto.

Pierfrancesco Favino interviene nel corso dell’incontro con la stampa per stemperare il paragone tra Marco Polo e Game of Thrones, la serie HBO a cui verrebbe da pensare per le scene di sess0 e violenza che le due produzioni hanno in comune:

Il sesso e la violenza non sono alla base di questa serie. Sono due componenti che facevano veramente parte di quel mondo lì. Le orge orientali erano integrate all’interno del loro sistema di valori. Dal punto di vista culturale e antropologico, per i mongoli mantenere la virilità, o addirittura il seme, era considerata una ritualità che consentiva di avere più forza in battaglia. Anche tra gli antichi romani e i nativi indiani esistevano credenze di questo tipo. Quindi capite bene che avere la furbizia di far vedere culi è un’altra cosa. In Marco Polo viene sviluppata proprio una questione antropologica, sarebbe molto più fiction mettere sesso e violenza in un ambiente cristiano, come è successo in altre serie tv.

Una delle new entry della seconda stagione sarà Michelle Yeoh, attrice malese di origini cinesi che, oltre al talento recitativo, ha fatto suo anche quello del kung fu. È ancora Richelmy a parlare di lei:

La cosa più bella è vedere come più sono grandi e più sono belle persone. Lei è la prima donna a fare arti marziali. Già quando mi hanno detto che avrei recitato al fianco di Favino per me è stato un sogno e devo dire che combattere con lei, sul set, è stata un’esperienza incredibile.

La domanda di TvBlog, invece, verteva su un aspetto molto più “umano” della questione. Visto che si parla di kung fu, sesso e violenza, a Pierfrancesco e Lorenzo è mai venuto da prendere a schiaffi i propri personaggi? Si sono mai trovati in disaccordo con le loro azioni?

Favino: No perché il tentativo è di abbracciare il personaggio che devi interpretare. Cercare di capire cosa lo muove e imparare a ragionare come lui. Niccolò Polo all’inizio della prima stagione abbandona suo figlio Marco alla corte del Khan, è vero, ma è anche vero che, a causa dei suoi lunghi viaggi, ha saputo di avere un figlio poco prima, quando il ragazzo aveva già diciassette anni.

Richelmy: Essendo io un attore molto meno bravo di Pierfrancesco (ride, ndr) mi sono trovato spesso in disaccordo con Marco. L’avrei proprio preso a schiaffi, ad esempio, nel finale della prima stagione quando non è scappato con la principessa per seguire il Khan. Lì ha scelto la famiglia invece dell’amore, ma è una scelta con cui gli toccherà fare i conti, anche nel corso della seconda stagione…

Il discorso, poi, non poteva che virare su Netflix e sulle possibilità, anche “solo” a livello produttivo, che offre:

Richelmy: A me di Netflix piace la varietà. Per realizzare tutto ciò che realizza ci vuole coraggio dal punto di vista produttivo che non abbiamo qua in Italia. Per questa serie, ad esempio, hanno scelto come protagonista me che non sapevo nemmeno parlare in inglese!

Favino: Non si tratta solo di coraggio, Netflix ha 180 milioni di abbonati nel mondo, qui se fai un film di successo al cinema incassi sei milioni. Oggettivamente, lo sforzo produttivo non è paragonabile.

Ma cosa vuole fare Richelmy “da grande”? Quali sono i suoi progetti?

Da tre anni Marco Polo mi porta via 9/10 mesi l’anno, non ho avuto il tempo nemmeno di doppiarlo! Mai avrei pensato di arrivare a questo così in fretta. Comunque mi sento e sono ancora un attore italiano. Non voglio scappare, sono molto legato a Roma che è casa mia e le sono parecchio affezionato. Mi rendo conto che avendo fatto Marco Polo, avrò poi la possibilità di scegliere cosa fare ma diciamo che non ho fretta nè di andare in America né di fare la prima cosa che capita qui perché ho acquisito un po’ di popolarità. Voglio soltanto fare cose per cui vale veramente la pena, naturalmente qualcosa di diverso. Il mio sogno sarà produrre qualcosa a teatro a Roma, ma finché c’è Marco polo di sicuro non ne avrò il tempo.

Infine, una considerazione: Richelmy e Favino hanno 22 anni di differenza, sono padre e figlio nella serie. Il “padre” non si sente “minacciato” nel suo “ruolo” di sex symbol? Epica la risposta di Favino:

E perché dovrei? I padri adesso non c’hanno più il pisello?