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Sanremo 2009 – Dopo il verdetto ma prima di Maria

Ritengo da sempre che una delle più grandi manifestazioni di coerenza sia la capacità di astrarsi dalle proprie posizioni e valutare in maniera quanto più possibile obiettiva. Ecco perché mi sento perfettamente in pace con me stesso, oggi, nello scrivere che quella di ieri è stata la serata del[…]

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Ritengo da sempre che una delle più grandi manifestazioni di coerenza sia la capacità di astrarsi dalle proprie posizioni e valutare in maniera quanto più possibile obiettiva. Ecco perché mi sento perfettamente in pace con me stesso, oggi, nello scrivere che quella di ieri è stata la serata del 59° Festival della Canzone Italiana che mi è piaciuta di meno, eccezion fatta per il risultato finale delle proposte – la vittoria di Arisa – e un ottimo inizio.

Non ho amato particolarmente la maggior parte dei duetti – salvo, su tutti Francesco Renga con Daniela Dessì: un percorso musicale che porta Renga verso altri lidi e che parte, giustamente, da Sanremo.

Patty Pravo ha letteralmente sprecato una formidabile triade di musicisti, ingabbiando in un tempo pari banalissimo un batterista straordinario e concedendo 15 secondi di a solo 15, che fossero stati di più avrebbero anche reso il brano rock. Marco Carta si è nascosto fra i vocalizzi dei Tazenda.

Povia ha dato vita a un terribile affresco visivo della sua canzone, con bacio finale fra gli sposi: agghiacciante, così come agghiacciante è il messaggio consolatorio e democristiano Serenità è meglio di felicità – non sono d’accordo. Chi lo è? – che emerge dal cartello finale. Italico. E da ronda notturna.

Sorvolo su Sal Da Vinci e Al Bano, Teocoli porta un po’ di movimento al duo Alexia-Lavezzi, ma niente di che. Leali-Moro sono come i cavoli a merenda. I Gemelli Diversi si accompagnano alla BMB Marching Band: a me convincono – vocoder a parte -, ma non piacciono a giurie e pubblico. Dolcenera non l’avrei eliminata, e non mi è dispiaciuta con Syria. Il terzetto Pupo-Belli-NDour, per complicar le cose si gonfia con Gianni Morandi.

Questo per quanto riguarda il lato musicale. Dal punto di vista dello spettacolo è stata quasi – lo ha detto lo stesso Bonolis, portando via uno dei microfoni dal palco – una fiera di paese.

Problemi tecnici, solita piattezza registica che non è aiutata nemmeno dall’imprevisto (previsto?) della streaker Laura Perego, contenuti poco interessanti, momento Onlus (encomiabile, ma forse da sfruttarsi in alta sede), siparietti con Laurenti un po’ fiacchi e stantii.

Il momento conigliette, poi. Sono più interessanti le battute – altrui – che cita Bonolis dei vecchi interventi del povero Hugh Heffner, che, in rosso, rifiuta ancora di cedere Playboy, quello sì, un old media, considerata la facilità con cui oggi ci si possono procurare contenuti altamente più erotici di quelli offerti da una rivista patinata. Con tutto che Dasha Astafieva vista da vicino è uno spettacolo della natura.

Belle – non c’è che dire – le quattro americane. E belle anche le tre italiane.

Bonolis, invece, lui va salvato se non altro come intrattenitore-improvvisatore, anche quando non è supportato da una scaletta forte.

La musica, per finire – dopo averla usata per aprire -: la cosa più incredibile resta il fatto che la serata di ieri, con i big e i loro duetti, è stata decisamente meno interessante della serata di giovedì, in cui le proposte duettavano con i big. Gli altri big.

Ma stasera, c’è Maria. E la musica passerà ancora più in secondo piano.

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