Tutti pazzi per amore: una fiction anticrisi che finge di osare e si accontenta di un (bel) po’ di miele

Sulla carta. Queste due parole mi sono tornate in mente parecchie volte mentre seguivo su Raiuno le prime due puntate di “Tutti pazzi per amore” (gallery), che in 13 prime serate, sulla carta appunto, prometteva una commedia brillante basata sui sentimenti e sulle più belle canzoni d’amore italiane, con sprazzi di citazioni cinematografiche.Non si tratta

Tutti pazzi per amore
Sulla carta. Queste due parole mi sono tornate in mente parecchie volte mentre seguivo su Raiuno le prime due puntate di “Tutti pazzi per amore” (gallery), che in 13 prime serate, sulla carta appunto, prometteva una commedia brillante basata sui sentimenti e sulle più belle canzoni d’amore italiane, con sprazzi di citazioni cinematografiche.

Non si tratta certo della “solita commedia all’italiana”, bisogna ammetterlo: i tentativi di realizzare qualcosa di nuovo si notano, soprattutto in alcuni dialoghi molto moderni e nella scelta di un cast fatto di personaggi con una loro storyline ben definita. L’idea alla base, dunque, era più che buona: eppure, qualcosa ha rotto l’incantesimo. Cosa?

Innanzitutto, un eccessiva dose di fiabesco, di clima da “tanto prima o poi andrà tutto bene“: una storia che ha così tanto di didascalico che ci fa sentire come dei bambini a cui viene raccontata la storiella della buonanotte con tutti i dettagli necessari per farci fare i sogni d’oro. Una calma ed una rassicurazione che sicuramente faranno piacere a chi, poco tempo fa, aveva chiesto una tv meno aggressiva e più tranquilla.

Certo che, però, per fare della tv tranquilla non c’è bisogno di rendere una trama alla partenza intrigante -un uomo e una donna che, non essendosi mai incontrati, subiscono il colpo di fulmine senza sapere che sono l’una per l’altra il vicino di casa che detestano- una melensa storia fatta di sorrisi che solo a vederli fanno venire il diabete.

Il cinema che compare sotto forma di citazioni illustri interpretati dai protagonisti perde di senso, sa troppo di autocelebrazione e viene mal inserito nel contesto narrativo. In poche parole, viene da dire “ma era necessario?”.

Il pretesto di voler raccontare il sentimento per eccellenza, inoltre, non basta come giustificazione ad un’eccessiva romanticizzazione della realtà. E l’idea di inserire delle canzoni nella sceneggiatura? Proposta come idea innovativa, si è rivelata un mezzo flop: le canzoni ci sono, ma restano ancorate a semplice colonna sonora della vita dei due protagonisti, due mediocri -e dispiace dirlo- Emilio Solfrizzi e Stefania Rocca, che si limitano a cantare qualche frase di “Fotoromanza”.

Sarebbe stato più bello ed originale vederli interpretare nuovi brani, scritti appositamente per la serie. Non si pretendeva un musical vero e proprio, ma si poteva osare. Un brano qua e là, qualche coreografia azzardata tra una scena e l’altra, e l’idea sarebbe stata sicuramente più innovativa di quanto sia stata presentata in questi giorni.

Un po’ come in “Pushing daisies”, che al clima surreale e favolistico aggiunge elementi musicali senza troppo rifletterci sopra e gioca con i personaggi e le loro emozioni. Da noi invece, una buona premessa con una curiosa campagna su internet e poi il calo. E tutto rimane, appunto, sulla carta.


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