Giorgio Marchesi: “La fiction italiana? In atto un cambiamento…”

La fiction italiana conservatrice e bacchettona si sta modernizzando? Marchesi è cauto, ma ottimista.

Giorgio Marchesi, volto amatissimo della fiction di RaiUno e protagonista di alcuni dei principali successi della rete – da Un Medico in Famiglia a Una Grande Famiglia – è intervenuto (forse suo malgrado) nel dibattito sulla qualità della fiction italiana, o meglio sulla sua natura conservatrice e restia alle innovazioni tematiche e di formato.

Ospite di Tv Talk, Marchesi si è ritrovato, dunque, a discutere della narrativa tv domestica: da tempo oggetto di critiche e accuse per la sua sostanziale ‘vetustà’, almeno sulle generaliste. C’è chi, come Paolo Virzì, l’ha definita ‘camomilla per anziani’, chi come il produttore Taodue Pietro Valsecchi la considera per buona parte stereotipata (e adatta a quella parte di pubblico italiano ‘arretrato’) o ancora chi, come il produttore di Una Grande Famiglia Rosario Rinaldo, sottolinea la difficoltà di diversificare il prodotto in un ‘mercato’ con un solo committente forte, la Rai, che produce più ore di prodotto domestico di qualsiasi concorrente.

Giorgio-Marchesi_TvTalk

“La fiction italiana sta cominciando a cambiare? Diciamo che c’è un cambiamento in atto. Certo non è una rivoluzione, però si sta cercando di cambiare”

dice l’attore rispondendo a Massimo Bernardini. Qualche spiraglio Marchesi lo individua nelle storylines di ispirazione sociale presenti nei titoli di prime time e ovviamente in Una Grande Famiglia che ha introdotto temi come l’omosessualità di uno dei protagonisti, l’integrazione sociale e religiosa con Jamal, giovane egiziano che trova lavoro presso i Rengoni e che diventa la cartina al tornasole per gli stereotipi sugli immigrati extracomunitari musulmani, o ancora il rapporto coni diversamente abili.

“Cambiati i copioni? Beh, un po’ sì, sicuramente. Va anche detto che alcuni temi non sono neanche troppo enfatizzati, ma li scopri leggendo il copione o guardando la puntata. Secondo me alcuni passaggi non vanno neanche sottolineati troppo, l’importante è che ci siano per dare modo di parlarne anche a casa. Penso al personaggio di Jamal che si sente estraneo al Paese e che pensa che mai sarà accettato in Italia. E vederlo in onda dopo i fatti di Parigi mi ha fatto pensare. […] Credo che il vantaggio della fiction sia quello di avere un pubblico trasversale e familiare, che permette di discutere temi all’interno della famiglia su un dato argomento “.

La forza della fiction come luogo di discussione e di normalizzazione, di costruzione dell’immaginario e del sentire collettivo è indubbio. Diciamo che in Italia si procede con estrema calma, soprattutto nei titoli di prime time. E vale la pena ricordare che esiste una produzione day che prove a smuovere qualcosa per temi e formati – e si pensi alle ‘web-series’ o a Un Posto al Sole, da sempre legata a doppio filo a temi sociali e proprio per questo oggetto spesso di critiche e polemiche. Rispetto alla media della fiction di prime time, comunque, sembrano ormai più ‘avanti’ show e varietà, che raccontano spesso un’Italia che non trova ancora posto nella narrativa tv; d’altro canto, la serialità domestica sembra ‘avanguardia’ rispetto ad alcuni dibattiti politici in certi talk show. Una via di mezzo, insomma… per non scontentare nessuno. E soprattutto non agitare committenti e mercato nazionale.

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