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VII – Il vil denaro e i neuroni

Ci sono periodi della vita del videomaker in cui si cullano i sogni e intanto si accettano lavori che vanno a rimpolpare un po’ il portafogli – ma a novanta giorni, non temete, niente ricchezza immediata, per carità. Un lavoro che potrebbe fare una scimmia ammaestrata, forse, ma non un computer, perché un computer non

Ci sono periodi della vita del videomaker in cui si cullano i sogni e intanto si accettano lavori che vanno a rimpolpare un po’ il portafogli – ma a novanta giorni, non temete, niente ricchezza immediata, per carità. Un lavoro che potrebbe fare una scimmia ammaestrata, forse, ma non un computer, perché un computer non capisce se un audio è basso perché si sussurra o perché è sbagliato (pare essere l’argomento del giorno, la rivincita dei neuroni). Un lavoro che accetti solo perché culli dei sogni.
Per esempio, io sto cullando due sogni due.
Uno è quello di un film che ho in testa da un paio di mesi, per il quale – chiamatemi pazzo – ho già registrato il dominio, tanto ci credo. L’altro è quello di una serie di format tv web based. Ma per farli ci vogliono i soldi. Non che i lavori accettati siano sufficienti a pagare progetti simili, ma almeno si mette qualcosa da parte per quando – quando? – finalmente si potrà dedicarsi a quel che si vuole fare veramente.

Ecco che in quei periodi capitano, puntualmente, lavori che sembrano una passeggiata e che invece nascondono tagliole e mostri di fine livello a ogni piccolo passo. Il lavoro che ho accettato – l’avrete già capito, non si può nascondere nulla a voi – è di questo genere, ma al cubo.
E’ allora che per il povero videomaker inizia lo scoramento e le notti insonni, e partono i countdown. Sì, una delle mie tecniche quando sto per iniziare una giornata di cui già prevedo i bioritmi e gli oroscopi senza bisogno di consultar Pizie, è quella di pensare tra dieci ore è finita. Solo che in questo caso mi tocca pensare tra un mese è finita. E dico mese perché contare le ore in questo caso sarebbe atroce, spaventoso e soverchiante.
Fatto sta che il videomaker all’occasione si fa montatore. E il montatore professionista non si occupa solo di fare i tagli. Li rifinisce, li riguarda, li coccola e soprattutto – come avrete inteso da un paio di post nei giorni passati – si occupa dell’audio.
Controlla che tutto moduli fra i -18 e i -6 dB, livella, fa in modo che i passaggi da una clip all’altra siano naturali e ben sfumati, separa gli stramaledettissimi canali e poi si avventura nel magico mondo dei keyframe.
Sapete come funziona? Si guarda la forma d’onda da una parte e i volumi dall’altra e ogni volta che c’è un picco o un audio troppo basso si agisce modellando, in qualche modo, la forma d’onda frase per frase, a volte parola per parola, a volte nel singolo frame in modo tale che la modulazione sia non solo nei range tecnici ottimali ma anche gradevole all’udito. E tutto ciò viene fatto quando in teoria il regista ha finito il suo. E porta via tempo, e ragione. Ragione e tempo. Perché lo devi fare per una puntata di cinquanta minuti. E per altre tre, dopo che avrai finito la prima. Il pensarci ti fa venir voglia di scriverci su, mentre stai attendendo che il tuo computer – che usi come un muletto da giorni, ormai – finisca di caricare le immagini – e l’audio. l’audio, perdio – della prossima puntata, e non riesci a partorire che un piccolo delirio insignificante che va a arricchire una nuova puntata del diario del videomaker. Una puntata in cui si voleva parlar di soldi e si è finiti per parlare di qualsiasi altra cosa, perché alla fine amo anche questo lato del lavoro, e cerco di applicare quelle nozioni che mi sono care del montaggio, il movimento, il battito degli occhi tanto caro a Murch, tutto quello che vorrei mettere un giorno in uno dei miei sogni.
Se poi a qualcuno pungesse vaghezza di vedere il risultato di queste farneticazioni, non dovrà fare altro che attendere le puntate 13, 14, 15 e 16 di Una Lunga Estate, in onda su Leonardo Tv
Alla prossima.