Voyager: Giacobbo e il documentarismo ad effetto

Voyager

Se vedere la Carrà può rappresentare un'esperienza mistica non indifferente, tra continui dejà vu e una certa senzazione di smarrimento, la 13sima edizione di Voyager che ha avuto ieri inizio su Raidue in prima serata ha il potere di competere e vincere in disorientamento, ma con la potente arma della cultura (cosiddetta) documentaristica.

Se scomparissero le api, moriremmo tutti? Le scie chimiche rilasciare dagli aerei possono essere dannose per l'uomo? Cosa c'è davvero nell'Area 51? Sono questi alcuni dei poco attuali e poco scottanti temi trattati da Roberto Giacobbo, 46 anni, che senza paura e una certa sfacciataggine esplora i territori del mistero utilizzando fatti triti come un passato di zucca e presentati al pubblico come un ragazzino messo di fronte alla sua prima ecstasy. La manda giù, mille effetti speciali, ma l'utente non ha idea di cosa stia assumendo.

Teorie opinabili senza l'uso di grandi condizionali e l'atteggiamento sensazionalistico di chi vuole creare inquietudine e sospetto. La bella (davvero bella) regia di Pier Paolo Cattedra e un certo taglio che effettivamente crea un senso avventuroso e di viaggio non si negano. Ma dietro le mille parole, le "esclusive", non si denota alcuno spessore. Andrebbe visto, anzi sembra, come una fiction. Eppure di questioni più contingenti, attuali e aperte sul mondo del misterioso ce ne sarebbero: perché non usare i potenti mezzi Rai per uno spettacolo che sia un po' più sul pezzo? Per un punto di vista molto diverso, vi rimando alla recensione dello scorso anno di Debora.

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