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VI – Non avrai altro dio all’infuori della telecamera

Se hai una telecamera in mano, spera che nessuno ti spacchi l’obiettivo, spera che nessuno ti sequestri il nastro, e sentiti infinitamente potente. Sì perché – ricordatelo bene – in quel momento puoi fare quello che vuoi, tu sei la tv per cui lavori, sei il canale, sei la casa di produzione. Non ci credi?

Se hai una telecamera in mano, spera che nessuno ti spacchi l’obiettivo, spera che nessuno ti sequestri il nastro, e sentiti infinitamente potente.
Sì perché – ricordatelo bene – in quel momento puoi fare quello che vuoi, tu sei la tv per cui lavori, sei il canale, sei la casa di produzione.
Non ci credi? Te lo dimostro.
Prova a finire in un remotissimo – nemmeno troppo – paesello dell’Italia centrale, dove devi intervistare un’artista che si esibisce nei locali – nulla di hard, niente paura, stiamo parlando di cose che si vedono tutti i giorni in fascia non protetta voce e tastiera – quelli dove si balla, quelli dove si cena ascoltando l’ennesimo rifacimento di Io, Vagabondo che improvvisamente – fateci caso, capita solamente in un certo tipo ben preciso di locali – scivola in No Woman, No Cry. Come se fosse il più naturale amplesso melodico del mondo e nessuno gli avesse mai detto che quel mix fa schifo.

Ebbene. Tu stai lì, in quel locale, con la tua telecamera. E già hai avuto qualche sospetto quando, all’ingresso, ti hanno accolto con mille feste, ti hanno posizionato in un tavolo al centro del locale, ti hanno offerto da bere e da mangiare senza però portarti nulla e ti hanno detto un po’ troppe volte di riprendere per bene il locale. Fin qui nulla di strano, vero?
E’ perché ancora non ti si è avvicinato un signore insospettabile dall’abito gessato nero a dirti con tono perentorio che no, lui non vuole essere ripreso. Tutti gli altri sì, ché è una bella festa, ma lui no, eh?
Non importa se quel tizio proprio non avevi intenzione di riprenderlo: lui ha avuto la cortesia di dirti no, grazie a priori, anche se non ti eri presentato a lui con un opuscolo della Torre della Guardia, nè per la donazione degli organi. Ti sta dicendo che lo sa, che è un bel soggetto e vorresti proprio riprendere lui e la sua signora, ma sorride paterno e ti dice no, grazie. Riprenda la festa, piuttosto.
Festa? Ma quale festa?
Tu vuoi solo fare il tuo dovere, riprendi la tua artista e basta, senza guardare in faccia nessuno, ma ben presto ti accorgi che ora tocca alla signora del locale: è un po’ troppo insistente, diciamo così. Prima ti chiede di rivedere le immagini che hai girato, ma tu sei scafato e hai imparato a mentire col sorriso, a dirle che no, non si può se no si rovina il nastro. Poi ti dice che devi proprio restare lì con loro, perché, insomma, guardati intorno, non vedi?
Tu ti guardi intorno e, no. Non vedi. Non vedi nemmeno cosa dovresti vedere, se non tante teste che non hai ripreso mentre ballavano, perché non c’è il tempo di far firmare le liberatorie a tutti e quindi ti servono solo i piedi. E’ strano, pensi, vedere le teste che stanno attaccate a quei piedi, che ti osservano – e ti aspetti per un attimo che Selma Hayeck sbuchi da un angolo del locale, preludio a una trasformazione vampiresca che però accetteresti di buon grado, se solo potessi bere della tequila dal suo alluce. Ma non accade, sbuca soltanto l’ennesimo proprietario del locale (sì, sono almeno in sei) che ti fa i complimenti – mentre ti guardi intorno e non vedi.
Allora la signora insiste: non vedi che tutti si sono acchittati, tirati a lucido, vestiti bene?
Tu pensi che in fondo quella è una balera – ma no, percaritàdelsignore, non chiamarla balera, dancing, si chiama dancing – e che sia normale che siano acchittati, quei volti attaccati ai piedi. Invece non è normale, incalza la signora, perché l’abbiamo detto in radio che c’erano le telecamere di SKY.
Tu, a quel punto, bestemmi piano, e pensi a te, con una digitale in mano, le cuffie e null’altro, che in quel momento sei SKY. E loro, quelli del locale, poveracci, si sono venduti la serata promettendo SKY e al posto di SKY ci sei tu. E quegli altri poveracci che nel locale ci sono venuti, l’hanno fatto per te, Mr. SKY, I suppose.
Sei potente, perdio se lo sei, mi pare proprio di avertelo dimostrato: guarda che razza di casino hai smosso, solo con la tua telecamera.
Sei così potente che non ce la fai a sostenere la situazione. Ma adesso scoprirai che a un grande potere corrispondono grandi responsabilità, e che è proprio in quel momento che esponi il fianco al nemico, che inizia il tuo Golgota e il prezzo da pagare per il potere. L’imbarazzo. Accade quando finalmente fai capire che è ora di andare, perché devi proprio rientrare e hai materiale più che a sufficienza per il tuo servizio. Quella è la fine. Il cibo promesso non giunge e non giungerà mai più – e fortunatamente hai fatto firmare la liberatoria per la location appena entrato. L’hai fatto, vero? – e tu pensi solo che mangerai fuori, ma la signora ti ferma ancora un momento e corre via sui suoi tacchi da quindici centimetri che miracolosamente non si spezzano sul parquet.
E tu lo sai già che il fondo sta sempre un canale di SKY più in là: basta premere il + sul telecomando ed ecco che il brano – qualche lento da balera dancing, hai proprio la sensazione che si tratti di I Just Called To Say I Love You, e sai che comunque non importa, anche se non era quella prima o poi la faranno – finisce, la signora ha avvisato l’artista che tu te ne stai andando, e quella parla al microfono.
E ringrazia le telecamere di SKY – santamadonna, sono io, sono solo io con una digitale in mano e una persona di produzione a fianco – per essere lì, e si saprà presto, tramite la radio e la televisione, quando quelle riprese vanno in onda.
Applausi.
E tu ti senti che quello è il momento per sgattaiolare via, via verso la foresta pluviale, verso il deserto, Mr. SKY. Fino alla prossima avventura.