Luca Sofri: la tv non è interattiva. Nemmeno Rai4

Parlando di Rai 4, Luca Sofri su Vanity Fair critica duramente le linee guida della rete digitale tracciate dal direttore del nuovo canale, Carlo Freccero. Dopo averla pugnalata definendo il palinsesto una “gioiosa gestione del disordine e degli avanzi”, si scatena l’indignazione su un tema caldissimo, l’interattività: “Un mito fallito e morto: oggi ne restano

di aleali

rai4Parlando di Rai 4, Luca Sofri su Vanity Fair critica duramente le linee guida della rete digitale tracciate dal direttore del nuovo canale, Carlo Freccero. Dopo averla pugnalata definendo il palinsesto una “gioiosa gestione del disordine e degli avanzi”, si scatena l’indignazione su un tema caldissimo, l’interattività:

“Un mito fallito e morto: oggi ne restano solo i tasti colorati di SkyTg24 – buona idea, ma si tratta solo di altri canali: fine – o gli sms per votare i concorrenti del Grande Fratello”.

Per essere più chiari, in conclusione scrive:

“Interattivo vuol dire ben altro, e la televisione non lo è. Non lo dite più”.

E in effetti Sofri non ha tutti i torti. Provate a riflettere su tutti quegli esempi di tv (anche digitale e satellitare) nella quale si cerca di essere “interattivi”. Provate ora a pensare se regge il confronto con il suo più profondo connotato (per definizione): la reciprocità.

L’interattività vera, quella dello scambio continuo e costruttivo, non può di certo ridursi a scelte sui contenuti da parte dell’utenza, spesso comunque pilotate, o con l’inserimento di materiale auto prodotto in un mega contenitore dai connotati dispersivi.

Eppure oggi tutti cercano finestre d’apertura del canale al pubblico. Ma la sensazione è che dietro l’interattività si nasconda una modernissima volontà di guadagnare (vedi i soldi spesi negli sms) o risparmiare (con contenuti pensati e realizzati dall’esterno).

L’interattività non deve essere solo una scusante, una finta calcistica caricata d’entusiasmo, non un motore umano che nasce dalla volontà di presunti professionisti di creare un mezzo partecipativo, coprendo palesi carenze in idee e soldi e sfruttando le idee e l’entusiasmo del pubblico in modo passivo e utilitaristico. Impariamo a chiamare le cose con il loro nome.