
Approfitto di un giorno di vacanza (almeno teorico) per provare a far prendere un po’ d’aria al cervello. Perché è bello, sapete, ricevere critiche e leggerle, soprattutto quando sono circostanziate. Lo è un po’ meno quando queste critiche vengono sparacchiate a caso da chi palesemente non legge una riga di quando scritto qui o non mostra alcuna consapevolezza su cosa sia la televisione o ancora viva di pregiudizi oppure si attacchi ossessivamente alla propria idea fissa. E’ il bello del tvblogging.
Poi uno chiude lo schermo del portatile, spegne, finalmente, la televisione - che a dirla tutta non ci sarebbe nemmeno bisogno di vederla, per parlarne - e ragiona sui fatti. E i fatti sono:
a) si parla di tv. Che è intrattenimento. E non si salvano vite umane nella contingenza. Ma tutti fanno finta di sì;
b) si parla di tv. E la tv è uno strumento di condizionamento potentissimo e di creazione del pensiero unico. Di “consensificazione”. Passatemi il neologismo. La definizione la trovate altrove.
Questo significa che la tv è divorata, dal suo interno, da un verme solitario bifronte: una delle due teste si prende troppo sul serio e non fa che guardarsi l’ombelico (i vermi hanno l’ombelico? Forse no, ma rende l’idea) e autoreplicarsi all’infinito, con una necrosi sempre più evidente. L’altra testa, invece è immersa in un concentrato di concetti-che-vanno-veicolati-al-pubblico. E’ in necrosi pure quella parte. In mezzo ci sono quelli-che-noi-siamo-diversi. Senza speranza.
Concetti rassicuranti e caldi. Anche tu ce la puoi fare a diventare famoso. Senza saper fare niente. Là fuori è pieno di mostri. Ma la tv troverà i colpevoli. Il melò nella famiglia di morti e assassini. Anche gli omicidi e le indagini possono essere soltanto una soap opera. Dai, torna a casa e spegni il cervello, hai tanto a cui pensare, rilassati. Ci siamo noi, siamo i paladini dell’antisistema: incanaliamo la tua indignazione e la facciamo diventare nostra. Ognuno, prima o poi, troverà in tv qualcosa che riterrà condivisibile.
Ecco che chi parla di tv si trova a dover parlare di questo oggetto divorato dall’interno dalla sua tenia (l’immagine è ributtante, chi dice di no?) e di fronte alle medesime contraddizioni. Se critichi e dici le cose come stanno, arriva uno che ti dice “sputi nel piatto in cui mangi”. Una roba per cui bisognerebbe togliere la patente del pensiero. Ma soprattutto, se critichi e dici le cose come stanno ti trovi di fronte all’empasse di non aver più nulla da dire, perché altrimenti devi dire sempre la stessa cosa. Se parli in maniera neutra, non prendi posizione. Se qualcosa ti piace, evidentemente sei pagato. Se parli tanto di qualcosa (e lo fai perché quel qualcosa è cliccatissimo) allora hai degli accordi commerciali. E’ faticoso. Genera assuefazione. E quando provi a spiegarlo, ti chiedi: cosa ti scriverà, il primo commentatore?
Continua l’approfondimento intelligente nella seconda serata domenicale di RaiTre, ma senza il traino di Report. Tema questa sera di Cosmo, condotto dall’affascinante Barbara Serra, è il potere della televisione (come potevamo non segnalarvi un contenuto metatestuale così imperdibile?).
Prima della seconda guerra mondiale le dittature erano pronte ad usarla. È la storia della tv nazista, degli esperimenti di Mussolini e della nascita della tv sovietica negli anni trenta: una preistoria della televisione ancora poco conosciuta, della quale Cosmo ha ritrovato immagini, documenti e testimonianze inedite.
E oggi? La tv può incendiare le piazze, come Al Jazeera in Medioriente. Cosmo (complice la conduttrice che ci lavora come giornalista) è entrato negli studi di Al Jazeera e ne racconta l’organizzazione, la struttura e il ruolo delle rivolte in Nordafrica.
Ma la tv può anche alimentare l’immaginario di un popolo, come in Albania, dove va in onda tutti giorni un programma in tutto e per tutto simile a “Striscia la notizia”. Ma che forma avrà la tv del futuro, tra internet, tablet, schermi 3d e applicazioni? E saremo noi a guardarla, o sarà la tv a guardare noi? Questi gli interrogativi a cui si cercherà di dar risposta questa sera.
Continua a leggere: TvBlog consiglia Cosmo - Puntata sulla televisione
Dopo la prima parte che abbiamo pubblicato ieri di questa nostra lunga ed esclusiva intervista a Renzo Arbore, in cui ci siamo concentrati sul passato, in questa ricchissima seconda parte parleremo invece della televisione di oggi e di quella che potrà essere la televisione di domani. Tratteremo di un genere molto caro al grande showman pugliese quale l’intrattenimento, in particolare di quello Rai. Giudizi e riflessioni molto interessanti sui meccanismi che regolano la tv del varietà di oggi, sullo strapotere dell’Auditel e su tutto quanto rende l’attuale televisione italiana un territorio poco attraente per Arbore. Ci spiegherà i motivi del suo scarso feeling verso la TV di questi tempi in una serie di considerazioni che giriamo alla vostra attenzione. Buona lettura
Parlavamo del tuo interesse verso la televisione digitale terrestre e satellitare, passando alla tv generalista invece cosa salvi ?
“Ho riveduto un po’ il mio giudizio sui programmi a quiz, in particolare i preserali, sia di Carlo Conti che di Gerry Scotti che apprezzo molto. Quando io feci la satira dei programmi di quiz in “Indietro tutta” era perché in Tv imperavano i giochini dei fagioli, qui invece si aguzza l’ingegno, questi format di adesso non possono essere paragonati a quelli di cui io satireggiavo. Cominciando dal format di Chi vuol essere milionario, fino all’Eredità dell’ottimo Conti, sono programmi vedibili, perché in qualche maniera non sono ne prettamente nozionistici come i vecchi quiz di Mike, ne sono sciocchi come quelli che ho preso in giro in Indietro tutta, quindi li salvo decisamente.”
Veniamo all’intrattenimento della tv di oggi, cosa ne pensi ?
“Devo dire una cosa che so mi farà fare dei nemici, l’intrattenimento oggi è troppo asservito all’auditel. Io capisco che le ragioni dell’auditel siano le ragioni della pubblicità, che è il motore della televisione di oggi, però che i numeri dell’auditel e solamente quelli siano i parametri di giudizio di un programma non mi trova assolutamente d’accordo. Io sono nato in un periodo in cui c’era l’ascolto ed il gradimento. Il gradimento il più delle volte premiava un programma un po’ più colto, un po’ più difficile, un po’ più elegante. Se l’ascolto era elevato perché il programma era pedestre allora il gradimento moderava questo atteggiamento del pubblico. E’ chiaro che se il programma contiene una rissa, il pubblico si affretta a vederlo. Però il pubblico meno numeroso considera quella rissa fastidiosa, di cattivo giusto e non la guarda. La parola lustro, eleganza rimane ormai ristretta a pochissimi che riescono a contrabbandarla nella tv di oggi, non voglio fare nomi. Alle volte rivedo la televisione del passato, non parlo della mia e senza essere per forza un lodatore della tv di ieri, dico che era una televisione che si sforzava di fare dei bei programmi. Ora non ci si sforza di fare una buona televisione ma una televisione di successo. Io posso capire che è più importante il successo della bontà ma darei davvero un incoraggiamento a chi tenta di fare della buona televisione.”
Come si può arrivare, secondo te, a proporre oltre che dei programmi di successo anche dei buoni programmi ?
Ci sono certe sere, in cui ti prende una voglia pazzesca di televisione e di varietà. Di fermarti davanti a quella scatola magica, che nel tempo ha cambiato spesso veste e dimensioni e tentare di divertirti. Di passare due ore vedendo persone, una volta li avremmo chiamati artisti: ballare, cantare, a farci sorridere e arrivo persino a dire a farci riflettere ridendo, penso al grande ed indimenticabile Giorgio Gaber . Persone, professionisti che divertendosi ci divertono. E’ cosi difficile rivedere un spettacolo televisivo in cui sentire un Vittorio Gassmann che duetta con un Corrado in una scenetta divertente, oppure una Mina che canta una canzone di Lucio Battisti? Mina, un primo piano che vale uno spettacolo, un magnetismo racchiuso in quel volto, in quella voce che ti cattura e non ti lascia andare. Che fine ha fatto quella televisione? Che fine ha fatto quella Rai? Perché dobbiamo accontentarci di programmi il cui unico scopo è accompagnare il telespettatore a nanna oppure fra le braccia del giornalista di turno che conduce la seconda serata. Già direte di Mina, Gassman, Corrado o Gaber non è che ce ne siano moltissimi ed avete ragione.
Perché un genere come il reality o la sua declinazione canora chiamata talent, per altro degni di andare in onda, ma non di avere l’esclusiva quasi 7 giorni su 7, ci devono essere propinati in tutti i luoghi ed in tutti i laghi, per fare una citazione in tema? Ed avere quasi l’esclusiva dell’intrattenimento sul piccolo schermo? Si dice dei costi, si dice di ristrettezze economiche, ma siamo sicuri che negli anni sessanta in cui imperava il grande varietà, si stava tanto meglio? Oppure è solo mancanza di coraggio? Chiedere un varietà degno di questo nome alla settimana è cosa folle? In tutto questo è la Rai, ovviamente, che dovrebbe avere un ruolo centrale, invece come è sotto gli occhi di tutti, è lei stessa ad essere vittima e carnefice, non sempre per colpa sua, di un sistema che alla fine potrebbe inghiottirla.
Si parla di Fiorello a Sanremo, ma siamo sicuri che uno spettacolo alla Stasera pago io non abbia più l’opportunità di andare in onda su una televisione pagata da tutti, restituendo le luci del varietà al teatro delle vittorie, ora ridotto quasi ad uno sgabuzzino?Fiorello stesso aveva dichiarato che gli sarebbe piaciuto tornare a fare un Fantastico, ma subito dopo aveva anche detto che al giorno d’oggi produrre un varietà di quel tipo sarebbe stato complicatissimo nella televisione di oggi. Davanti a questa tv, spesso, gli occhi si chiudono e riaprirli per esempio davanti ad uno spettacolo come quello condotto da Fiorello sarebbe un bel risveglio, peccato che al risveglio ci troviamo di fronte al plastico di turno e tutto rimane un sogno. Perchè per vedere della buona televisione e non parlo solo di varietà, bisogna per forza ricorrere alla pay tv? Dobbiamo arrenderci ad una televisione di serie A per chi ha possibilità economiche e ad una di serie B per chi non le ha?
Ricordate il documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo? Ebbene, il progetto è cresciuto e al filmato si è aggiunto un libro e un corso di formazione di 8 ore in media education intitolato Nuovi occhi per la Tv e rivolto a docenti e ragazzi.
La Zanardo, in questi mesi, sta viaggiando lungo la Penisola di scuola in scuola per portare avanti, grazie al suo corso, la battaglia contro il mercimonio in Tv del corpo delle donne. L’idea della Zanardo è insegnare, con approccio scientifico, a guardare i programmi che la Tv ci propone. L’obiettivo è che poi questa sapienza sia trasmessa un po’ a tutti per far si che si possano sviluppare robusti anticorpi, con una critica percezione delle immagini, ai messaggi scorretti che arrivano dalla Tv.
Il corso, articolato in 8 ore, propone sia una parte storica della comunicazione in tv sia moduli riservati proprio al linguaggio delle immagini. Tra l’altro i moduli sono anche disponibili sul sito di Lorella Zanardo e sono intitolati: Chirurgia estetica, Il corpo oggetto, Un sondaggio irreale.
Scrive la stessa Zanardo:
Chi è in grado di criticare la televisione, non guarda più la televisione, o la guarda distrattamente. Lo sapevamo e lo si evince dalle mail che arrivano al blog.
Sul suo blog, trovate il calendario completo degli incontri.
Si può vivere tutta la vita senza guardare la Tv? Secondo il saggio Pas très cathodique (Editions Eres) scritto da Bertrand Bergier, sociologo, docente presso l’Université catholique de l’Ouest, associato l’université de Sherbrooke e direttore delle ricerche a l’Université de Nantes, c’è proprio una generazione, quella che lui definisce digitale, nata dal 1975 in poi che non guarda la tv. Preferisce il computer. Dunque, la domanda è: chi guarderà allora la tv in futuro se non vi è più ricambio generazionale?
Lo studio è durato 3 anni e Bergier ha incontrato 566 gruppi familiari che vivono senza televisione. Li ha definiti generazione digitale. Ma chi sono? Spiega Bergier nell’intervista a L’Expansion:
Hanno tra i 25 e i 35 anni. Non sono affatto tagliati fuori dal mondo. Sono superconsumatori di intrattenimento e cultura e hanno un agenda piuttosto satura di incontri e avvenimenti. Il fatto che non abbiano una tv non significa che rifiutino la cultura dello schermo. Per loro è semplicemente caduta in disuso. Sono dei precursori.
Nota che alcuni di loro leggono anche Télérama (il corrispettivo francese di Sorrisi) ma per tenersi informati anche sul mondo della Tv non come guida ai programmi.
Continua a leggere: Ai giovani francesi la Tv piace sempre meno

Nella prima parte di ieri abbiamo iniziato una interessante chiacchierata con Jocelyn, figura chiave di tanti successi indimenticati della tv italiana e regista dell’ultima edizione del quiz di Raiuno “Reazione a Catena”, con cui sta ogni giorno incassando ottimi risultati. Ora proseguiamo l’intervista, in questa seconda parte, affondando i ricordi nella tv del passato che, come ci confessa Jocelyn, potrebbero forse ritornare a far capolino nei prossimi palinsesti televisivi. Buona lettura!
Un programma del tuo passato che riproporresti oggi?
“Un programma che potrebbe funzionare ancora secondo me è “Il Grande Gioco dell’Oca”.”
Il Grande Gioco dell’Oca” fra i tanti titoli proposti nella nostra rubrica della “Tv che c’era“, è quello che i nostri lettori ha giudicato riproponibile con successo al giorno d’oggi. Con un’edizione 2010, a tuo giudizio, avrebbe la forza di tornare in onda ?
“Proprio in questo periodo sto cercando di coinvolgere più nazioni, per ammortizzare i costi, in una nuova edizione del “Grande Gioco dell’Oca”. Per cercare cosi di avere due o tre co-produttori, per realizzare cosi nel medesimo studio le versioni della trasmissione per le varie nazioni coinvolte. Avendo cosi sul palcoscenico solamente i conduttori e i concorrenti diversi. Tutto il resto, scenografie, personale tecnico, figuranti rimane della nazione che ospita le riprese, in modo così di abbassare i costi. “
Quindi c’è una possibilità che a breve “Il Grande Gioco dell’Oca” possa tornare in onda?
Direttamente dagli studi di via Tiburtina a Roma, in attesa della partenza di una nuova puntata di “Reazione a catena” incontriamo Jocelyn, regista della nuova edizione del game show di successo di questa estate di Rai1. Incontrando un personaggio come Jocelyn è impossibile non ripassare la sua storia professionale che è anche la storia di parte della nostra televisione. Un excursus che è già partito in alcune puntate della nostra rubrica della “Tv che c’era” con alcuni fra i suoi più bei programmi, come “Il grande gioco dell’oca“, “Caccia al tesoro” e “il milionario“. Ma non di solo passato abbiamo parlato con il grande autore, conduttore e regista tunisino, ma anche di futuro. Non sembrano davvero mancare a Jocelyn idee per nuove trasmissioni, oppure riedizioni di format vincenti di un recente passato. Tutto questo e altro ancora nella prima parte della nostra lunga conversazione. Buona lettura.
Come mai troviamo Jocelyn a “Reazione a catena” ?
“Per la voglia di lavorare insieme al mio amico Pino Insegno, siamo entrambi new entry per questa trasmissione e per la chiamata del direttore di Rai1. Con Pino la cosa ci piace, prima di tutto perché ci conosciamo da anni, poi abbiamo un grande rispetto uno dell’altro e c’è una bella complicità fra di noi, nata anni fa con la Premiata ditta e con il mio programma “Vita da cani”.”
Il ruolo nella trasmissione si limita alla cabina di regia, non ti spiace di non avere un coinvolgimento più diretto anche nella struttura della trasmissione ?
“Non mi spiace per niente. Per me è importante la fabbricazione del programma. Il mio stile si vede attraverso le mie immagini. Oltretutto io non sono autore della trasmissione. “
E’ un ritorno al preserale dopo il grande successo di “In bocca al lupo”..
“Certo, devo dire che “In bocca al lupo” è un bellissimo ricordo ed è stata una fantastica avventura. “
Hai un aneddoto particolare da raccontarci di quell’esperienza ?

Ospite oggi delle colonne di TvBlog è il vice direttore generale della Rai con delega sul coordinamento delle offerte Antonio Marano. Con lui abbiamo fatto una lunga chiaccherata partendo dall’origine della sua passione per la televisione, nata sulla fine degli anni ’70 a Varese. Iniziando da lì ripercorreremo la sua storia professionale, passata attraverso una piccola televisione locale fino all’ingresso dalla porta principale in Rai alla direzione di Rai2, culminata ora con l’arrivo al suo importante ruolo di coordinatore dell’offerta di tutte le reti del servizio pubblico radiotelevisivo. In questa nostra chiaccherata non mancano inoltre aneddoti e confessioni inedite, che vi invitiamo a scoprire, buona lettura.
Come nasce la passione per la televisione ad Antonio Marano ?
Fu una cosa strana. Io allora facevo l’architetto, lavoravo a Varese e a Como avevo 26 anni. Mi capitò di costruire nel Luinese un albergo per un imprenditore edile. Lui aveva la passione del ciclismo, in quel periodo aveva partecipato ad una gara ciclistica da Gornate fino al Passo della Forcora e un dipendente di una minuscola tv locale gli disse “se ci da 50 mila lire le facciamo un bel servizio televisivo”. Lui con il classico discorso da imprenditore molto varesino disse “ma quanto costa tutta la tv, perché io me la compro”. Allora lui invece del servizio comprò tutta la televisione. Si parla della fine degli anni ’70, era il periodo pioneristico dell’emittenza locale in Italia.
E poi ?
Io gli misi in piedi questa piccola televisione, gli disegnai anche il marchio e devo dire che fra me e la televisione fu amore a prima vista. Entrai in quegli studi televisivi e non tornai più negli uffici. Tutti mi diedero del pazzo, lasciare i miei uffici da architetto per entrare in questo mondo era davvero come fare un salto nel buio, ma la passione che sentivo crescere dentro in me era davvero tanta.
Passione che poi nel tempo si trasformò in lavoro vero e proprio, come furono quei primi tempi ?
Cominciai appunto con Rete55 che era una piccola televisione di Varese e che tuttora c’è. Nell’arco di pochi anni la portai da 1/2 frequenze a 50. Era una televisione provinciale e la portai a diventare una televisione regionale. Tutto in autofinanziamento. Poi diventai direttore di Rete A, quindi fondammo FRT, associazioni, Super Six, ne abbiamo fatto davvero tantissime di belle cose in quegli anni.
Dalle Tv locali alla politica, sottosegretario alle telecomunicazioni del primo governo Berlusconi, perché quella scelta?
Parto dall’inizio, era il periodo 1982-84, c’era un personaggio che nella provincia di Varese iniziava a parlare di politica. La nostra essendo ovviamente una televisione locale era naturale che desse voce alle realtà del posto. Quell’uomo era Umberto Bossi. Personaggio eclettico ancora di più di quanto si potesse pensare. Da allora nacque questa nostra amicizia personale che dura tuttora. Per la verità all’inizio non fu un amicizia politica, io venivo da un altro back ground politico, io lo consigliavo su alcuni aspetti della comunicazione. Poi man mano mi affascinò questo uomo, fino a quando mi ha candidato per le elezioni del 1994. Durò poco, restai per due anni a Roma sottosegretario alle telecomunicazioni, feci delle belle cose, ma quello della politica non era il mio mondo. Infatti poi tornai a fare il mio lavoro in televisione, ma nel frattempo Rete55 mi era diventata stretta, mi guardai in giro e feci tante cose, diventai consulente di Cecchi Gori, fondai Stream News e molti canali del bouquet di Stream, fra cui Viaggi, Sport, in quel periodo mi appassionai al mondo dei canali tematici.
Arrivò poi la nomina a Rai2, come fu entrare in Rai?

Dopo aver ospitato su queste pagine quasi tutti i partecipanti dell’Isola dei Famosi 7, arriva oggi su TvBlog il vincitore del reality di Raidue. Daniele Battaglia, entrato alla terza puntata come concorrente del gruppo dei “figli di..”, nel corso delle settimane si è guadagnato la simpatia del pubblico che lo ha poi portato alla vittoria. Una vittoria, come ci racconta Daniele nell’intervista, che corona un percorso professionale iniziato silenziosamente qualche anno fa e che mette ora buone basi per nuovi progetti futuri.
L’isola dei Famosi è stata veramente vinta da un bravo ragazzo o è tutta una leggenda?
“Non so se sono davvero un bravo ragazzo. Ho pregi e difetti che non so in quale categoria mi fanno rientrare. Diciamo che io sono in pace con la mia coscienza e sono molto simile ai miei coetanei. Ho momenti eccentrici e riflessivi. Ho sfatato il mito che un bravo ragazzo non sappia divertirsi.”
Ora sei già pronto a candidarti come inviato della prossima edizione?
“Io sinceramente ho fatto quella che per me era la fase 1 cioè dimostrare chi è Daniele Battaglia come persona. Ora dovrei mostrarmi come professionista, lasciandomi passare il termine anche un po’ troppo pesante. Sono io che aspetto le chiamate più che propormi in prima persona. Mi sento di dover fare ancora un po’ di sana gavetta televisiva e tutto ciò che mi verrà proposto sarà accettato.”
Prima dello sbarco su Raidue come naufrago avevi già lavorato in tv. Un percorso essenziale per esser pronto al vero salto professionale?
“La chiamo una gavetta silenziosa perché nessuno se ne è accorto, giustamente. Prima di “Stranamore” ho fatto per un periodo il Vj a Videoitalia. Ho qualcosa alle spalle ma bisogna migliorarsi mettendosi alla prova. Vorrei avere la possibilità di fare qualcosa nelle mie corde senza ostentare. Ok che ho vinto L’Isola dei Famosi ma riconosco di dover fare ancora un percorso lungo e tortuoso fatto di piccoli e medi programmi per arrivare a grandi programmi.”
Quale è stato il tuo vero inizio?
Più o meno mentre Michele Santoro tuonava nel suo monologo d’addio nell’incipit di Annozero, la televisione di Stato emetteva una sorta di comunicato ufficiale più o meno definitivo in merito all’affare “buonuscita”. Si sa che niente e nessuno riesce a smuovere gli italiani dalle loro poltrone quanto la notizia di una grossa cifra di danaro somministrata nelle tasche di un concittadino. Allora sì che noialtri siamo bravissimi a scattare in piedi con un colpo di reni degno di Buffon e a catechizzare il catechizzabile. Il fatto che, da giorni, si parli quasi esclusivamente di questi milioni di euro piovuti addosso a Santoro, piuttosto che del fatto stesso, cioè di uno dei migliori giornalisti della nostra televisione (sicuramente il più libero) convinto a togliersi dallo schermo per non dover subire più determinate angherie e limitazioni. Due milioni di euro, tre milioni di euro, dieci milioni di euro: qualcuno, nella giornata di ieri, ha parlato di 17 milioni di euro. Domani si scoprirà che Santoro ha preso 400 milioni di euro da Viale Mazzini e che moriremo tutti ancora più poveri per colpa di questa specie di mini manovra finanziaria ad uso e consumo di un singolo.
La Rai ha parlato di cifre “fuorvianti e prive di riscontro con la realtà”, confermando i tre milioni di euro e precisando che tale trattativa “è in linea con casi analoghi e conforme alla normativa vigente in materia giuslavoristica e alla governance aziendale. La risoluzione del contratto di Santoro è stata regolata secondo la normativa generale sull’esodo incentivante per i dirigenti d’azienda, affiancata da un accordo commerciale del tutto vantaggioso per Rai che acquista da un professionista prestigioso programmi e prodotti televisivi di qualità a prezzi inferiori a quelli medi di mercato e per almeno due anni”.
Questo, nonostante i consiglieri di minoranza, Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, in una nota congiunta, abbiano smentito e ricordato che “Annozero è inserito nei palinsesti di autunno e se mancherà sarà solo per una “decisione finale di Santoro”.
Altro che misteri di Lost…

L’abbiamo scritto e riscritto e va bene: inizia il programma di Belen Rodriguez, Stiamo tutti bene. Ma stiamo tutti bene per davvero? Avviso per i lettori: questo articolo può contenere snobismo. Proseguire nella lettura? Benissimo, allora il mio ragionamento è questo, semplice semplice: com’è possibile che Belen Rodriguez (Belen Rodriguez!) abbia una trasmissione tutta sua e Daniele Luttazzi no? Per dire un nome, uno qualunque, il primo che m’è venuto in mente. Com’è possibile che Belen Rodriguez conduca un programma in proprio - in tarda serata, va bene - ed Enzo Biagi abbia dovuto aspettare di morire per tornare legittimato in televisione? E’ normale, volendo abbassare il livello, che Belen Rodriguez conduca senza problemi e Daria Bignardi venga scartata dalla Rai, relegata, ghettizzata, controllata e rispedita al mittente? Belen Rodriguez che conduce un programma tutto suo è un fatto strano, anzi normalissimo della nostra televisione: culo e tette tirano più di un pelo di cervello. Possibile, tuttavia, che ciò debba essere così palese, avvenire in maniera tanto scontata e luminosa, senza nemmeno farci il piacere - a noi poveri telespettatori vogliosi di scoprire cose nuove e interessanti - di nascondercela un po’, di edulcorarcela quel minimo sindacale? Evidentemente ci sono logiche commerciali che non comprendiamo: l’ennesimo, già vecchio in partenza, comedy show, condotto da una tizia bellissima incapacitata a fare qualsiasi cosa di passabile, lanciato in pompa magna con notevoli investimenti di tempo e denaro. Quasi quasi Report ha rischiato di non andare in onda. Quasi quasi è probabile che non vedremo mai più una puntata di Annozero, il prossimo anno. Molto probabilmente Il Commissario Montalbano non vedrà più nuove puntate. Non parliamo di come si sente ultimamente il Commissario Manara, tagliato, anche lui, ridicolizzato, chiuso e limitato. Fiorello è scappato a Sky, la Carrà se ne sta depressa in Spagna, Marco Travaglio c’ha il bavaglio, Aldo Busi l’hanno radiato da tutti i canali del mondo, Michele Santoro dovrà aprirsi un ristorante a Saxa Rubra, una volta qui era tutta campagna e Pippo Baudo è un gran professionista.
Insomma, povera Belen Rodriguez. Non è che adesso uno possa incarnare in questa povera ragazza tutte le colpe di una televisione fatta a casaccio. Benissimo ha fatto lei, l’ex (l’ex?) signora Corona ad accettare la possibilità - roba importante per la sua carriera - ma il punto è certamente un altro ed è quello di cui s’è sottilmente parlato finora, cioè la necessità e l’opportunità di continuare ad affollare i canali televisivi italiani di paccottiglia (abbiate pazienza, ma questo è, volendo dare un significato ai significanti: paccottiglia, cioè ciarpame, fondo di magazzino, merce di scarso valore). Perché? Possibile che la soluzione sia sul serio la più scontata tra tutte, la solita, quella da cui siamo partiti? C’è un modo per uscire dalla dittatura del culo e delle tette in questo Paese?
Toto-giudice per X Factor 4. Scene già viste e riviste: non a caso di questo nome, Miguel Bosè, se ne parlò già per la terza edizione del talent show di RaiDue, dopo che lo stesso era stato gradito ospite per una serata. Su Excite - ma la notizia viene data contestualmente anche da altre fonti e agenzie di stampa, Leggo per esempio - si legge che lo stesso cantante e presentatore potrebbe vestire i panni del giudice per questa imminente quarta edizione. Fermo restando la presenza (spettacolare) di Elio al posto di Morgan, la firma di Miguel sarebbe già stata apposta in calce a un contratto. Per lui un ritorno nella televisione che conta dopo la non particolarmente fortunata esperienza con Operazione Trionfo.
Bud Spencer, fresco vincitore del David di Donatello alla carriera assieme al suo compagno di mille avventure cinematografiche Terence Hill, è uno di quei personaggi immortali della cinematografia e della televisione italiana. Ogni volta che una rete televisiva programma un suo film realizza sempre, immancabilmente, ascolti molto alti. E’ quindi praticamente impossibile dire che Bud manca dalla televisione, ma da domani sera su Canale5 avremo l’occasione di rivederlo dopo oltre 10 anni in un prodotto nuovo, il titolo della serie è “I delitti del cuoco” diretta da Alessandro Capone ed andrà in onda per sei serate, la domenica ed il giovedi sulla rete ammiraglia Mediaset.
La storia è ambientata nella splendida isola di Ischia e le riprese sono durate 22 settimane. Le vicende dei protagonisti ruotano attorno a Bud, alias Carlo Banci , ex-poliziotto in pensione, ora chef del ristorante “Polipo allegro” che risolve i gialli che si propongono puntata dopo puntata aiutando il commissario di polizia locale Francesco, quest’ultimo interpretato da Enrico Silvestrin , domani protagonista di una intervista qui su Tvblog.
Sul fatto di tornare sul set dopo così tanti anni Bud Spencer dice:
“Io in realtà non sono mai uscito. In 42 anni di carriera il pubblico non mi ha mai abbandonato. Il mio successo e’ dovuto solo e unicamente al pubblico: me l’ha dato e puo’ togliermelo quando vuole. Ho quasi 81 anni ma il cervello è ancora giovane”.
Sulla possibilità poi di tornare con il suo compagno di tanti film di successo Terence Hill:
“L’intenzione c’é stata in passato, ma siamo vecchi, anche se lui è di 10 anni più giovane. Non saremmo credibili. Sarei patetico io, in particolare. Abbiamo fatto 16 film, ma non siamo una fabbrica. Continuano a chiederci se torneremo insieme, ma accadrà solo se ci sarà un progetto valido ”

Un duello televisivo all’americana è roba nuova per la tv britannica. Questo primo esperimento ha fatto sconquassi in terra d’Albione: si vede che i protagonisti, in vista delle elezioni, non sono abituati. Gordon Brown, ritenuto forse spento un microfono che invece era bello vispo ha definito la pensionata Gillian Duffy - supporter del suo partito - “una fanatica” e “una bigotta” in diretta televisiva creando una ridda di polemiche inaudita: la donna è stata presente all’ultimo dibattito televisivo, quello decisivo, l’ultimo prima dello scontro elettorale tra i tre candidati previsto per il 6 maggio e ha ricevuto le scuse di rito. Lo stesso Brown ha ammesso di conoscere meglio la materia economica che quella televisiva, giustificando così la brutta figura commessa.
Differentemente che in Italia, sembra che il sistema del dibattito in televisione smuova molto l’opinione pubblica: “E’ un momento molto importante dell’elezione”, ha detto alla stessa BBC il conservatore David Cameron. Il candidato liberal-democratico Nick Clegg, da par suo, ha visto crescere vertiginosamente la sua popolarità nei sondaggi, proprio in seguito alla sua apparizione televisiva. Difficile capire se questo dato sia sintomatico della maggiore forza penetrativa del mezzo televisivo o della maggiore penetrabilità del ricevente. Probabilmente in Inghilterra l’informazione televisiva è percepita come una materia più pulita, cristallina e onesta di quanto non accada da noi: in questo modo i cittadini e telespettatori sono più propensi a lasciarsi “convincere” dai faccioni inscatolati dal tubo catodico.