
C’era ancora il sipario chiuso sul Festival di Sanremo e gli addetti ai lavori stavano con tanto di occhi a raccogliere le ultime carte da terra, prima che la lucetta rossa sulla telecamera irrorasse di sangue le pupille degli astanti e le corde vocale dei cantanti cominciassero a gonfiarsi. Da queste parti, nel mondo normale, quello dei contratti a progetto e del 27 del mese cerchiato sul calendario, si parlava, fatalmente, del Milione di Bonolis.
Personalmente mi schierai completamente dalla parte del conduttore: era, ed è tuttora, mia opinione che un anno intero di lavoro, in televisione, aggiunto a cinque giorni di diretta sul palcoscenico più massacrante d’Italia, corrisponda, in fondo alla fattura, sulla linea tratteggiata del totale, ad una cifra tanto immane. That’s show business, my dear.
Il Codacons, con un’invadenza prossima solo a quella della Chiesa Cattolica, prima del varo del Festival, durante quella fase di cui dicevamo prima, quando il sipario era chiuso eccetera eccetera, promosse se stesso ai giornali dicendo che se Bonolis non avesse sbancato l’auditel, avrebbe dovuto restituire il Milione. Dove sono adessi questi signori, mi verrebbe da domandare? Perché non riprendono la parola, davanti ai cespugli di microfoni di tutta Italia, e domandano, giacché il Festival ha sbancato eccome, scalzando record storici, che tipo di penitenza dovrebbero pagare? L’unico che si è dimostrato capace di percorrere un minimo passo indietro, rispetto alle dichiarazioni iniziali, è stato finora il ministro Brunetta, il fustigatore dei perditempo, non certamente uno capace di ingraziarsi, in genere, il grande elettorato con frasi smaccatamente brillanti, eppure almeno lui ha avuto l’ardire di rimetterci la faccia dopo le grandi polemiche della vigilia:
“Viva Sanremo e viva anche il milione di euro che si e’ preso Bonolis se ha fatto quello share. Se l’e’ guadagnato tutto. Siamo di fronte a una manifestazione di sano liberismo economico: uno deve essere pagato a seconda del contributo che porta”.
L’ideale, a mio modo di vedere, sarebbe che ciascuno si facesse gli affari propri.

Dice che i lettori de IlSole24Ore hanno scelto X Factor, come loro programma preferito, anziché Sanremo. Allora mi sono messo lì a pensare, occhieggiando il Festival forse migliore degli ultimi trent’anni: c’è un comune denominatore tra le due trasmissioni, al di là della musica e del marchio Rai?
Prime cose che mi sono venute in mente: Sanremo tiene i quattrini e gli effetti speciali, X Factor, che certo povero non è, punta sui cantanti gggiovani che fanno presa sul pubblico. Sanremo si è acchiappato il conduttore con le palle più cubiche d’Italia, X Factor c’ha il meccanismo dei tre giudici incazzati che funziona anche più delle Conigliette di Playboy. E poi? Mi sono spremuto le meningi e ho capito che un paragone, sebbene difficile e strumentale, forse potrebbe azzardarsi. Se non altro perché, volendo proprio tirare la corda intorno al sacco, a mio parere sono soltanto due gli elementi di raccordo che stanno decretando il successo dell’uno e dell’altro e questi due elementi sono il talento delle nuove proposte e la sincerità della confezione televisiva.
X Factor è un programma “sincero”, in cui succede quello che deve succedere senza il filtro dello spettacolo pecoreccio, come, per esempio, avviene in Amici. X Factor non nutre velleità pedagogiche, non ha “maestri”, ha agenti discografici; non porta sul palco Platinette varie o De Filippi, nani da circo e mangiatori di fuoco; X Factor inizia con una canzone e finisce con una canzone. Al massimo si concede il lusso di un superospite alla settimana, lunedì ci sarà la Pausini, una che con Sanremo, guarda caso, ha molto da spartire; per il resto niente concessioni alle distrazioni, nessun ammiccamento alle esigenze di share. Almeno apparentemente ma è ciò che conta. Ci sono i ragazzi sul palco, che devono cantare, e tanto succede. I giovani cantano. Punto e basta. Uno dopo l’altro, divisi in due manches, introdotti dal rispettivo “allenatore” e fatti seguire da un breve dibattito, questo sì, ogni tanto farcito di appuntiti litigi. Non a caso, alla luce di tutto questo, X Factor, contrapposto ad Amici, perde inesorabilmente la gara dell’audience. E’ normale. Perfino il “daytime”, in X Factor, è sincero: dura una manciata di minuti durante i quali si vedono, ancora una volta, i ragazzi cantare, i ragazzi provare, i ragazzi suonare. Fine. Altro non c’è. L’originalità assoluta di X Factor sta lì, nella sincerità.
La notizia - diciamocelo - e’ probabilmente da catalogare nella categoria del “chissene”, pero’ siccome non ci piace prenderci troppo sul serio (come dovrebbe fare la tv, del resto), vi riporto quanto sta accadendo qui a Los Angeles, dove e’ in corso Los Angeles - Italia, manifestazione promossa dal “Capri in the World Institute” in associazione con il gruppo Cim-USA e sotto il patronato del Ministero italiano della Cultura, il Ministero degli Affari Esteri, l’Ambasciata italiana negli Stati Uniti, la Regione Campania e la Regione Lazio (e qui prendo fiato).
La Simo nazionale, recentemente al centro di una polemica in cui e’ stata coinvolta dalle dichiarazioni di Maria De Filippi, e’ giunta infatti in California quest’oggi, come gia’ anticipato ieri mattina da TvBlog, per presentare - nell’ambito della rassegna - il film La fidanzata di papa’, cinepanettone 2008 con Massimo Boldi in cui lei stessa recita una parte da protagonista. L’ottimizzazione del calendario della Ventura le consentira’ di saltare da una costa all’altra degli States per non perdere l’occasione di presentare anche la sua nuova collezione di tute (sic) durante la settimana della moda di New York e quindi di tornare giusto in tempo in terra italica per la puntata di lunedi’ sera di X-Factor. Come gia’ detto, niente San Remo per la Ventura (si guardera’ forse qualche puntata di American Idol per prendere spunto?!) e nemmeno niente divano per guardare la De Filippi ospite sabato sera: e’ troppo impegnata a “aiutare l’Italia a mostrarsi nel miglior modo possibile nel mondo”, come ha gia’ notato il nostro grande vignettista Massy.
Ma la Ventura non e’ l’unico personaggio televisivo italiano ad essere spuntato a Los Angeles in questi giorni. Lunedi’ sera, durante la prima del film di Brando De Sica (figlio di Christian) la cui proiezione era gratuita e ad ingresso libero (e - ve lo giuro - seduto accanto a me in platea c’era un barbone!) si aggiravano diversi e curiosi ospiti del calibro di Tony Renis (completo color corda e scarpe da ginnastica Nike blu e bianche), Franco Nero (con gli immancabili occhialoni da sole), Mariagrazia Cucinotta (che si e’ mostrata 10 minuti per poi dileguarsi nel nulla), Randi Ingerman, Pupi Avati e lo stesso Christian De Sica. Ma il migliore in assoluto, gente, e’ Sebastian Harrison. Uhm, forse il nome non vi dice nulla… ma se vi dico SATOMI dei Bee-Hive, does it ring a bell?!
Il titolo dell’articolo uscito sul Variety Weekly di ieri ricalca quello del celebre film Bend it like Beckham e diventa Bend it like Berlusconi. Bend it, riferito al pallone da calcio nel film originale, significa qualcosa come “piegalo al tuo volere”, “assoggettalo”. Il sottotitolo e’ Silvio segna con Beckham. Riportiamo una veloce traduzione integrale dell’articolo, scritto da Michael Day.
Sulla carta dice Brillante giocatore di calcio. Ma aggiungete l’incredibile sponsor appeal globale di David Beckham, la moglie ex popstar Victoria e una lista di amici di serie A nello showbusiness e otterrete tutto cio’ che fa parte del pacchetto. E il mondo dello showbusiness, della politica e della moda si sono incontrati in grande stile con l’arrivo di Beckham a Milano, capitale italiana del calcio, della finanza e dello stile.
La citta’ e’ inoltre la personale base operativa del media-mogul Primo Ministro Silvio Berlusconi. Becks, come meglio e’ conosciuto dai suoi fan, giochera’ nell’ AC Milan di proprieta’ di Berlusconi anche con l’obiettivo di migliorare le vendite dei biglietti per lo stadio e il merchandising legato alla squadra. Ma la vera competizione ha gia’ preso il via lontano dai campi di calcio con i colossi televisivi italiani di Berlusconi e Murdoch pronti a contendersi la presenza di Beckham per un cameo in uno dei loro show.
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Ne avranno di difetti questi americani. Ma se c’e’ una cosa che riesce loro molto bene e’ organizzare eventi televisivi che riuniscono il paese davanti al piccolo schermo, celebrando riti, ricorrenze e lo scorrere delle stagioni. Stabilendo e rinnovando grazie a queste occasioni un’importante identita’ nazionale.
Presentato dal mitico Al Roker (Today) e dall’attrice Jane Krakowski (30 Rock), ieri sera e’ andato in onda in tutta la nazione un mega-show realizzato totalmente in esterna, presso il Rockefeller Center a New York, quartier generale della NBC. Tre diversi palchi, di cui uno posizionato sulla celebre pista di pattinaggio sovrastata dal Prometeo d’oro e uno sul tetto di uno dei grattacieli del centro. Madrina d’eccezione della serata nonche’ ospite d’onore, Britney Spears, che di fatto si e’ prestata solo per un cameo iniziale, senza esibirsi. Lo spettacolo si e’ svolto tutto in diretta (anche se io che mi trovo nella costa californiana l’ho visto in differita in virtu’ dei diversi fusi orari della nazione) e ha totalizzato piu’ di 10 milioni di spettatori, posizionandosi al secondo posto dei programmi piu’ visti ieri sera.
“Christmas in Rockefeller Center” celebra per l’undicesima volta su NBC (ma per la 76esima volta nella storia) l’accensione del gigantesco albero di Natale a New York e prevede una serata musicale a cui partecipano molti ospiti che interpretano dal vivo per il numeroso pubblico (e nonostante il vento freddo pungente!) i piu’ grandi successi natalizi di sempre: Miley Cyrus, Tony Bennett, Neal Boyd, Jonas Brothers, Kristin Chenoweth, David Cook (vincitore dell’ultima edizione di American Idol), Rosie O’Donnell and The Broadway Kids, Faith Hill, Rascal Flatts e Beyonce’ che ha cantato una bella Ave Maria di Schubert in chiave moderna. In aggiunta a loro, i comici Stephen Colbert e Jimmy Fallon. Dopo il “salto” trovate una sintesi video della serata.
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