
Bruno Vespa potrebbe aver violato il Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione di vicende giudiziarie nelle trasmissioni televisive. Se lo ha fatto, lo ha fatto scientemente, consapevolmente, forse per dare nuova aria editoriale al suo ultimo libro, forse perché ha una trasmissione - Porta a Porta - a cui servono numeri forti e che ieri sera, su RaiUno, si è trasformata vergognosamente in un’aula di Tribunale anziché rimanere laddove sarebbe giusto che un programma tv rimanesse, cioè nei limiti della decenza deontologica: la ricostruzione, in sede televisiva e non giudiziaria, dell’omicidio di Brenda, il trans invischiato, suo malgrado, nell’affaire Marrazzo, è stato l’ultimo capitolo di una serie di leggerezze sfama-auditel di Vespa. Attenzione ai tempi, perché vi diranno che tanta “prescia” è dovuta all’esigenza della cronaca: Brenda muore giovedì notte. Ieri, lunedì, la trasmissione era pronta (è possibile rivederla per intero a questo indirizzo). Con tanto di plastico. Il plastico della casa di Brenda, luogo di una morte triste, solitaria e tuttora sotto l’embargo di un’inchiesta giudiziaria in corso. Il messaggio della puntata di ieri verteva su un’unica questione: dimostrare (attenzione ai termini: dimostrare) che la morte di Brenda si fosse verificata in seguito a un banale incidente domestico dovuto alla “dabbenaggine” della vittima. Sono state numerosissime (troppe: tre solo nei primi cinque minuti di trasmissione) le volte in cui sia Vespa che l’ospite in studio - di cui vedremo tra poco - si sono intrattenuti a discutere di quanto bevesse il trans morto. Può darsi, per carità, può darsi che Brenda sia deceduta per una svista o per suicidio o chissà come: ma questo spetta alla Giustizia dimostrarlo. Non ad altri. Certamente non a Bruno Vespa e non a Porta a Porta.
Il Codice di autoregolamentazione, entrato in vigore giusto cinque mesi fa, rappresentava un punto di arrivo non fraintendibile della gestione dei fatti oggetto di inchiesta: basta con le ricostruzioni, si diceva in sostanza, ci si limiti alla pura cronaca. Allora, giusto in proposito, Bruno Vespa aveva dichiarato ufficialmente:
“Poiché la distinzione dei ruoli tra accusa e difesa e il chiarimento di tutte le posizioni processuali è stato sempre alla base dei criteri di comunicazione di Porta a porta, se questa è la raccomandazione del documento varato dall’Agcom, siamo perfettamente d’accordo”.
Peccato che ieri sera, come detto, sia andata in onda una puntata vistosamente allergica al rispetto di tale Codice. Un plastico in scala dell’abitazione di Brenda campeggiava al centro dello studio.

Ospite di puntata anche “China”, una transessuale amica della vittima. Le domande rivolte da Vespa a “China” erano da pubblico ministero, dove non da giudice. Il conduttore ha fatto da accusa e da difesa, ha preso le parti del magistrato e della parte civile, ottenendo da “China”, cioè una potenziale teste importante di un caso di morte ancora sotto i sigilli dell’inchiesta giudiziaria, frasi e rivelazioni quanto meno dubbie, se non fuorvianti ai fini della stessa indagine. “China” ha raccontato della maestria di Brenda nell’usare il computer (computer trovato immerso in acqua sulla scena del crimine), ha dichiarato di essere sicura della non esistenza di alcun filmato, “altrimenti io l’avrei saputo” e ha detto di essere stata la prima ad essere informata dell’esistenza di foto compromettenti relative all’ex governatore della Regione Lazio. La puntata di Porta a Porta è stata un susseguirsi di domande dirette, atte a produrre rivelazioni e notizie sull’omicidio di Brenda. “China” rivolge anche precise accuse (a “Natalie” e “Giosy”) in merito alla vicenda Marrazzo: vale la pena ricordare che questi nomi fanno riferimento a soggetti potenzialmente a rischio, essendoci già stati, nell’arco di questa triste questione, due morti violente e sospette. L’ospite chiave di Porta a Porta ha anche detto, puntigliosamente incalzata dal conduttore, che l’ex governatore avrebbe consegnato a Brenda un assegno di 28mila euro: è stata questa una delle poche affermazioni contestabili (e infatti contestate), visto che il legale di Marrazzo era presente in studio.
Vespa, a un certo punto, ha anche assunto il ruolo dell’investigatore quando ha ipotizzato che le porte doppie dell’appartamento di Brenda - visualizzate comodamente sull’apposito plastico presente in studio - potessero servire “per far uscire qualcuno mentre qualcun altro entrava”.
Checco Zalone che sputtana Silvio Berlusconi su Canale 5 che cos’è? Un presidio democratico o uno strumento furbacchione del regime? No, perché bisogna capirlo. O, quantomeno, dobbiamo domandarcelo, noi che trattiamo il materiale televisivo per lavoro o per passione e che per settimane e mesi ci siamo indignati con ferocia sul presunto bavaglio posto dal Governo sulla bocca della libertà d’espressione. Checco Zalone che in casa del Premier, in prima serata, parafrasa De André e sostituisce Patrizia D’Addario a Marinella, che cos’è? Forse una furbata, l’ennesima mossa geniale, acuta, senza precedenti, di un “padrone” allo sbando e senza più sudditi fedeli che è costretto a cavalcare la stessa onda dei suoi avversari e piazzare un bel braciere ardente sotto gli occhi di tutti per poi dire - anzi, senza nemmeno dirlo, lasciandolo sotteso, percettibile, individuabile: ecco, avete visto? Altro che censura! O forse davvero, Checco Zalone, all’anagrafe Luca Medici, è un reale presidio democratico, cioè la prova, spontanea e sincera, che la libertà d’espressione non è affatto messa in discussione nella televisione italiana e che un comico geniale e appuntito possa davvero prendere, presentarsi su un palcoscenico davanti a milioni di elettori e dire, con la voce posticcia di Silvio Berlusconi: “Furono baci e furono sospiri/ci ho altri mille euro se ti giri”.
Per la prima volta - la prima volta - dall’inizio di questa oscena querelle che ha gettato nella spazzatura il Paese intero agli occhi di tutto il mondo tranne quelli di Minzolini ed Emilio Fede, un essere umano ha fatto menzione alle escort del Premier su una rete Mediaset. Senza contraddittorio, senza Ignazio La Russa, senza Ghedini. Solo, tra gli applausi a scena aperta e le risate della folla, cioè quella stessa massa che, sostiene il presidente del Consiglio, è tutta quanta con lui. Pazzesco, a ben pensarci: “Venne da Bari un imprenditore/Con delle sventole da paura/Lui le guardò, chiamo il dottore/Prepari subito una puntura”. Ecco, nemmeno una bestia mitologica con il corpo di Santoro, la testa di Travaglio e le mani di Vauro avrebbe potuto concepire un’apologia simile senza temere l’intervento dell’esercito in diretta televisiva. Perciò, viene da domandarsi, spero legittimamente, che cos’è e che cos’è stata la performance di Checco Zalone su Canale 5 l’altra sera? Un presidio democratico, la prova che l’Italia è un paese libero fondato effettivamente sull’articolo 21 della Costituzione, oppure una manovra politica, la più geniale e popolare, messa a punto dallo staff di chi comanda?
(dopo il salto, l’argomento trattato dalla stampa “di sinistra” e da quella “di destra”)
Continua a leggere: Analisi sul Checco Zalone Show. Presidio democratico o strumento di regime?
Prima era prevista a fine settembre, poi è stata rimandata a metà ottobre e infine anticipata a stasera: una bella sudata, ma sembra che Italia 1 si sia decisa e la seconda stagione di “Californication” partirà stasera alle 23 con un episodio a settimana.
Torna quindi il singolare personaggio di Hank Moody, interpretato dall’ex Mulder David Duchovny, da tre anni ormai nei panni dello scrittore sregolato sessodipendente, alle prese anche in queste nuove puntate con i tentativi di mettere ordine alla sua vita per amore di Karen (Natascha McElhone), che era riuscito a riconquistare proprio nel finale della prima stagione.
Stasera vedremo quindi la famiglia Moody unita sotto lo stesso tetto: Hank, Karen e Becca (Madeleine Martin) cercano di essere una famiglia normale, ma quando il capofamiglia ha dei trascorsi come quelli del protagonista, “normale” è una parola da rivalutare. Dopo il salto, spoiler sui nuovi episodi.

Sarà il gioco dell’inverno: prova anche tu a bloccare una puntata di Annozero! Ricchi premi e cotillons: in palio il regime dell’informazione italiana. Niente di nuovo sul fronte occidentale, cioè il nostro, sebbene di “occidente” sembra che se ne abbia sempre di meno, almeno quanto a democrazia e libertà: il numero dei SUV, per carità, quello è in costante crescita, parimenti a quello dei falsi in bilancio. Niente di nuovo, si diceva: perciò, al Gioco dell’Inverno ha pensato bene di partecipare anche Gianpaolo Tarantini - o Tarantino (cit.) - il quale ha inviato una tosta lettera di diffida ai vertici della Rai, al governo, al garante delle Comunicazioni e alla Commissione parlamentare di vigilanza “perché prendano provvedimenti riguardo alla trasmissione del 24 settembre scorso e perché nella nuova trasmissione non vengano tenuti ulteriori comportamenti antigiuridici, in alcuni casi anche penalmente rilevanti”. Ne dà menzione in questi minuti il Corriere della Sera.
Vale la pena di sottolineare che il signore che parla di “comportamenti antigiuridici” e di “casi penalmente rivelanti” è attualmente in regime di arresti domiciliari con l’accusa di corruzione, cessione di cocaina e favoreggiamento della prostituzione per aver reclutato escort da portare alle feste di Silvio Berlusconi. Questo tanto per fare una cosa che la stampa minzolinizzata non fa più da alcuni mesi, cioè dare pane al pane e chiamare le cose col loro nome.
Il ricorso di Tarantini, firmato dai difensori Nico D’Ascola e Nicola Quaranta, stigmatizza, in particolare, “la lettura di un lungo brano dell’interrogatorio la cui pubblicazione su un quotidiano era già stato oggetto di una specifica denuncia”. In più: “L’intervento del dottor Marco Travaglio si è concretizzato in una sorta di assolo durato quasi dieci minuti e di altrettanto notevole durata è stata l’intervista rilasciata dalla signora D’Addario. L’intera trasmissione ha seguito una strada precostituita senza che vi fosse alcuna possibilità di ribaltare o comunque modificare una sorta di realtà precostituita. Gli ospiti invitati per ragioni di par condicio, il dottor Maurizio Belpietro e l’onorevole Italo Bocchino, non erano infatti in al cun modo in grado di interloquire sulla posizione processuale del dottor Tarantini dal momento che la ignorano del tutto”.
Quindi il colpo finale:
“Quanto accaduto rende evidente la disinformazione e la strumentalità politica della trasmissione e, di rimando, il contrasto con la finalità del pubblico interesse che è propria della televisione pubblica. In altri termini, così facendo, si finisce per utilizzare il denaro pubblico per fini di parte perseguiti mediante un’attività che è illecita nella parte in cui la trasmissione è retta su atti non conoscibili e non pubblicabili”.
Questa sera alle 21, su RaiDue, scopriremo coi nostri occhi se Anno Zero sarà in onda o se sarà sostituito da un pluralissimo cartone animato.
L’avevamo detto, ieri. Si parla del niente, ladies and gentleman. Del niente fatto tubo catodico: ci permettiamo, allora, di riprendere l’argomento, se non altro per dovere di informazione, mentre avvenimenti ben più importanti e drammatici per la libertà d’espressione e la democrazia in Italia, avvengono tutt’intorno. Dopo meno di 24 ore dall’ultima dichiarazione che sbugiardava Mediaset, la prima non-valletta d’Italia, Maria José Lopez, rea d’aver scapezzolato a Controcampo, torna sui suoi tacchi 12 e smentisce se stessa (e Tv, Sorrisi e Canzoni):
“Ho deciso io di andarmene e per ragioni personali. Non sono stata cacciata: avevo avvisato con anticipo di cercare una sostituta”.
Sempre ieri sostenevamo che la signorina Maria José Lopez sembrava aver capito al capello l’Italia che per poco tempo l’ha ospitata e oggi ce ne dà ulteriore ragione: l’arte, si sa, del negazionismo ad ogni costo è diventato sport istituzionale già da alcuni anni. Smentire categoricamente se stessi è la panacea per tutti i mali dialettici. La verità non esiste più e questo la fotonica cilena sembra averlo compreso al dettaglio. A questo punto, comunque, i vari passaggi dovrebbero essere stati esauriti, dal bacchettonismo cattolico (”Cielo un capezzolo!”) a quello sentimental-pecoreccio (”Ha lasciato il suo fidanzato appena raggiunto il successo!”): naturalmente sta passando sotto silenzio l’ennesimo ruolo osceno, patinato, pornocrate e delittuoso dato alla donna, quest’involucro sempre più futile, televisivamente parlando, atto solamente all’eccitamento sessuale della parte maschile dell’auditel, evidentemente quella predominante. In bocca al lupo a Melissa Satta: nella speranza che la tengano vestita per più di tre minuti d’orologio.
Si parla del nulla, beninteso, perciò ci andiamo volentieri a nozze. Maria José Lopez, la prima non-valletta della televisione italiana - una che è riuscita in un sol colpo a presentarsi in studio a Controcampo, annunciare la fine di un amore con un calciatore e semi-denudarsi (“Con un po’ di premeditazione”, ammette adesso) per dovere di auditel - sbugiarda Mediaset. Il nulla, appunto: l’apologia del niente. Una tizia bionda, brava a fare pochissime cose, fatta eccezione per l’acconciarsi strepitosamente bene i boccoli, unita a una rock star del pallone, di cui si parla per due settimane consecutive a tutte l’ore, grazie a - o per colpa di - un capezzolo ribelle. Certo, quando stanno così le cose verrebbe voglia di ricacciarsi dentro tutti i ringraziamenti fatti in questi giorni a Mike: la televisione commerciale, signori miei, certe volte non è poi questa gran cosa.
Com’è e come non è, la signorina Lopez ha voluto significare a Tv, Sorrisi e Canzoni la propria dipartita catodica, smentendo l’ex datore di lavoro che aveva addotto “motivi sentimentali” e rincarando la dose sul perbenismo italiota:
“Non ho lasciato Controcampo per motivi di cuore come dicono a Mediaset. L’allontanamento dal programma è una questione che ancora devo capire, ma smentisco che c’entrino questioni sentimentali. Ora tornerò a vivere in Cile. Possiedo una catena di ristoranti e riesco a mantenermi senza lavorare nella tv italiana”.
Sembra quindi avvalorata l’ipotesi che il Capezzolo della Discordia sia effettivamente alla base dell’epurazione. Svela la bionda:
“C’era un po’ di premeditazione ma mi sembra di non aver ucciso nessuno. Nemmeno in Cile sono così morbosi”.
La signorina ha già capito l’Italia: il paese dove si fanno le ronde contro gli immigrati ma si fa vincere un rumeno al Grande Fratello; il paese dove non esistono infrastrutture per disabili ma si premia il cantante cieco; il paese dove si respingono gli stranieri ma si esalta la Miss Italia nera; il paese dove si avvalora il falso in bilancio ma si condanna un capezzolo.
Ieri era nell’aria, ma avevo deciso di non scriverlo per evitare strumentalizzazioni aprioristiche. Oggi il caso di “Videocracy” è definitivamente scoppiato su tutti i giornali: il documentario di Erik Gandini sulla televisione sarà “censurato” dalla televisione. E’ incredibile come un’eventualità tanto assurda possa, invece, essere del tutto pronosticabile, in questo meraviglioso Paese ridotto a una larva da una successione di classi politiche moralmente, intellettualmente e umanamente indegne.
La Rai è diventata isterica anche solo a sentir parlare del trailer. Figuriamoci il resto. Idem per Mediaset: entrambe hanno rispedito al mittente le promozioni del lavoro di Gandini. A differenza di quanto detto dal direttore della mostra del cinema di Venezia, Marco Muller, stavolta la motivazione è completamente di stampo politico. Spiega Domenico Procacci, distributore del film:
“Come sempre abbiamo mandato i trailer all’AnicaAgis che gestisce gli spazi che la Rai dedica alla promozione del cinema. La risposta è stata che la Rai non avrebbe mai trasmesso i nostri spot perché secondo loro, parrà surreale, si tratta di un messaggio politico, non di un film”.
Idem in casa del Biscione:
“Ci hanno detto che secondo loro film e trailer sono un attacco al sistema tv commerciale, quindi non ritenevano opportuno mandarlo in onda proprio sulle reti Mediaset“.
La Rai, questa la motivazione ufficiale, non può prescindere dal pluralismo (una parola aberrante che fa il paio solo con un’altra: “par condicio”). Nel film, secondo Viale Mazzini, esiste una critica diretta ad una precisa parte politica e, per questo, si rende necessario un contraddittorio, diciamo così, nello specifico un film di “messaggio” opposto. “Attraverso il collegamento tra la titolarità del capo del governo rispetto alla principale società radiotelevisiva privata - si legge nel comunicato ufficiale della Rai - si potrebbe pensare che attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso”.
Curiosa sfida a distanza tra due programmi “preserali” di cui si è ampiamente parlato qui su TvBlog: Sarabanda e Reazione a Catena. Secondo i dati elaborati dall’Osservatorio Tv del MOIGE - Movimento Italiano Genitori - è proprio la trasmissione condotta da Teo Mammucari e Belen su Canale5 la portatrice della bandiera nera per quanto riguarda le segnalazioni giunte al numero verde 800.93.70.70. Apprezzatissimo, invece, il programma di Pupo su RaiUno.
Il problema, secondo i genitori, sarebbe dato dalla figura di Belen che annienterebbe ogni possibilità di concepire Sarabanda come un gioco per famiglie: “Le inutili riprese legate a Belen impediscono alla sua bellezza di essere una cornice alle sue capacità di intrattenimento televisivo attraverso una continua, eccessiva, fastidiosa e volgare messa in mostra del suo corpo con arricchimento di doppi sensi, ammiccamenti e sensuale tuffo in piscina in chiusura”. Colpevolizzati anche le numerose battute svilenti di Mammucari.
Bene Reazione a Catena: “A differenza di Sarabanda - spiega Elisabetta Scala, responsabile dell’Osservatorio Media del Moige, ripresa da DigitalSat - che potenzialmente potrebbe essere un programma per famiglie ma che invece viene declinato in maniera del tutto opposta, ‘Reazione a catena’ è divertente e senza volgarità o eccessi. La conduzione di Pupo è simpatica e la trasmissione riesce a coinvolgere da casa pubblico di ogni età, adattandosi così alla visione familiare”.
Ancora una volta, insomma, il sesso, l’ammiccamento, il doppio senso, e il trash vincono sul fronte degli ascolti ma perdono dal punto di vista “morale”: il che interesserà davvero pochissimo gli investitori.
Poi uno dice la crisi. Per carità: la recessione c’è ed è seria. Una tragedia economica che ha nomi e cognomi alla voce “colpevoli”. Fa solo specie constatare come le teorie e le tecniche di risparmio dei cittadini vadano a farsi benedire di fronte alla chimera del sesso.
I numeri di Nitegate, la prima tv digitale terrestre a pagamento con contenuti solo per adulti, lanciata dal gruppo Profit di Raimondo Lagostena, parlano chiaro: 100mila smart card già prevendute e un obiettivo di 500mila card da raggiungere entro il primo anno di attività. Un boom che riempie di fiducia gli investitori e, tutto sommato, anche i nostri animi. Parafrasando il principe Fabrizio, de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, il quale faceva riferimento alla Morte, potremmo dire, nel caso nostro, che finché c’è sesso c’è speranza.
Il costo? Contenuto: sostanzialmente un euro a notte per vedersi garantito l’accesso a sei ore di programmazione, dalle 24 alle 6, su quattro canali (Sexo Exclusive, Sexo Exotica, Sexo Amatorial e Sexo Trasgression). Quattro film per notte, 7 giorni su 7, per una library che prevede un totale di circa mille film. La smart card richiesta è del tutto anonima e ricaricabile. Insomma, signore e signori, c’è da perdere la vista.
Queste le offerte previste per il consumatore:
Bronze con 30 giorni consecutivi di visione per i quattro canali a 30 euro;
Silver con 90 giorni consecutivi di visione a 60 euro
Gold con 180 giorni consecutivi di visione a 110 euro.
Il segnale è ricevibile sulle frequenze dei multiplex del Gruppo Profit e affiliati: Odeon Tv, Telecampione, Telereporter, Canale 10, Telegenova, Telereporter Roma, Telereporter Sud, Arezzo Tv, Nova Tv, Odeon Sat, Telecolor, Canale 8, Telecentro, Canale 24.
E’ stata una delle fiction promosse in maniera più strana, quella su Moana Pozzi, in programmazione su SkyCinema1 a novembre: le voci sull’attrice protagonista, il cambio di regista in corsa per motivi tuttora abbastanza inquietanti, lo svenimento di Maurizia Paradiso da Chiambretti, adesso ci si mette anche Vanity Fair. Il celeberrimo settimanale ha rubato alcuni scatti piuttosto osè dal set e ha proposto sulle proprie patinatissime pagine le belle attrici impegnate in una prova, per così dire, in costume. Anzi in lingerie: Violante Placido e Giorgia Wurth, rispettivamente Moana e Cicciolina nella finzione, elegantemente svestite durante le riprese. Un bel vedere per gli occhi, certamente: resta da vedere come questo lato “forte” della vicenda saprà mescolarsi con quelle drammatico.
Voci suggerivano che alla base della rimozione dalla regia di Cristiano Bortone, ci fosse proprio una scelta produttiva di puntare più sul pecoreccio, sul soft porno, piuttosto che sulla trama e sul racconto cronachistico della vita della celeberrima star dell’hard; su questo punto le parti non si sarebbero più trovate d’accordo e per questo sarebbe stato chiamato a dirigere Alfredo Peyretti. Le foto in questione non lasciano grandi spazi ai dubbi: il lato erotico esiste eccome, ma d’altra parte in una fiction che racconta le gesta e la vita della più nota pornostar vissuta sarebbe folle aspettarsi il contrario.
Ricordiamo anche che Fausto Paravidino (il “Ranocchia” di “Romanzo Criminale”) interpreterà Riccardo Schicchi ed Elena Bouryka sarà Baby Pozzi.
L’articolo di Vanity Fair correda le foto da questo testo:
“Non occorre essere dei cultori della materia per capire che le scene in questione ‘citano’ Moana e Cicciolina ai Mondiali, il film di Italia ‘90 che fece scalpore”.
Vedremo se questa fiction sarà in grado, nuovamente, di scatenare “scalpore” in un’epoca, la nostra, in cui niente porta più all’indignazione.
Allora parlano!
Le Veline parlano. Ridotte a costumini e ciccia al vento dal loro “papi” putativo Antonio Ricci, ci eravamo dimenticati che Madre Natura le aveva provviste anche di pratiche corde vocali, oltre che di tutto l’altro bendiddio.
Le Veline parlano. E sono anche piuttosto inacidite. Costanza Caracciolo e Federica Nargi si sono infatti rivoltate contro il direttore di Vogue Italia Franca Scozzani e il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, due donne, esattamente come loro, coulotte a parte.
Perché tanta rabbia?
E’ presto detto. La Sozzani aveva detto ciò, parlando alla stampa delle due giovani showgirl:
“Sono sempre nude, non so, sono volgari, si muovono in maniera volgare”.
Non un gran punto di vista, effettivamente. Inevitabile allora la replica, sempre a mezzo stampa, della Bionda:
“Quanta ipocrisia nelle parole della Sozzani. Strano che lei non abbia mai ingioiellato e vestito all’ultima moda per un servizio fotografico Lucia Annunziata, continuando invece a utilizzare modelle anoressiche di cui Vogue è piena. E’ questo il prototipo che i giovani dovrebbero seguire?”.
Ben assistita dalla Mora:
“Non c’è nulla di più volgare dell’avere pregiudizi e stereotipi. Non sono mai andata in onda nuda, anzi, decisamente più vestita di certe modelle che appaiono su Vogue”.
E questo sarebbe il sesso debole?
Unghie e grinta, altro che storie. Non è finita: la polemica è proseguita sulle colonne di Tv Sorrisi & Canzoni del 25 maggio, dove le due ragazze di Striscia non l’hanno mandata a dire nemmeno alla Marcegaglia (la quale, a sua volta, aveva dichiarato: “Io una Velina? Preferisco essere considerata una persona seria”). La risposta delle chiamate in causa:
“Le Veline non sono forse serie? Siamo ragazze semplici e con un cervello. Opinioni così si basano su vecchi pregiudizi, su un’idea sbagliata che qualcuno si può fare di noi. E poi basta con questa storia delle Veline sceme. Una Velina è una bella ragazza che può avere anche un cervello e una testa. Generalizzare è sbagliato”.
Maurizia Paradiso ci ricasca. Nel senso: al tappeto, k.o., svenuta. Dopo “l’esibizione” al Chiambretti Night (definita dai lettori di TvBlog una farsa, secondo apposito sondaggio), la showgirl si è ripetuta nel corso di una puntata di “Betting Blog”, andata in onda l’altro ieri su Betting Channel (canale 847 di Sky e digitale terrestre).
Stavolta niente Moana Pozzi a far bollire gli animi della Paradiso ma una amena discussione sui cavalli e sui pericoli del doping equino e dello sfruttamento di tali animali. Maurizia è intervenuta, prendendo molto a cuore la questione, addirittura troppo, visto che nel bel mezzo della querelle è crollata al suolo priva di sensi. Lei stessa si è poi ripresa rifiutando il ricovero in ospedale.
Da quel momento si è scatenata in studio una polveriera: gli ospiti presenti, tra allevatori e altri tizi interessati all’argomento “cavalli”, hanno dato contro l’editore di Betting Channel, accusandolo di aver inscenato appositamente l’episodio. Da lì intervento in diretta di Gabriele Caliandro in persona, editore del canale, che ha smentito specificando che l’invito della Paradiso era stato organizzato - questa è bella - perché gli spettatori si lamentavano del fatto che le discussioni sull’ippica erano troppo noiose (il canale stesso si occupa di scommesse, da qui l’interesse per l’argomento). Insulti e battibecchi, fino all’allontamento dallo studio di chi aveva sollevato la polemica.
C’è qualcosa che vada più di moda, in Italia, dei reality show? Certo che c’è e questa cosa si chiama censura bacchettona. Valerie Tasso, autrice del libro-scandalo “Diario di una ninfomane” - da cui è stato tratto l’omonimo film con Belen Fabra - non parteciperà a “Quelli che il calcio” di domani, domenica 26 aprile, nonostante fossero stati già definiti tutti i dettagli e l’ospite inserita nella scaletta definitiva. L’appuntamento a 24 ore dalla diretta è stato definitivamente cancellato con un colpo di penna. Questa la motivazione data all’ufficio stampa del film nelle parole di Alberto Manca, uno dei produttori della trasmissione condotta da Simona Ventura.
“Quando gli autori hanno, come di consueto, presentato ai vertici Rai la stesura definitiva della scaletta, l’editore ha fatto una valutazione preventiva complessiva della puntata e per la delicatezza del tema ha deciso di soprassedere per il momento alla partecipazione delle due ospiti alla puntata”.
E’ dunque di Antonio Marano la decisione definitiva di cassare l’intervista. La stessa autrice, Valerie Tasso, durante la conferenza stampa del film, in uscita il 30 aprile, ha parlato di “complotto mass-mediatico”. La pellicola, d’altra parte, era stata già colpita da qualche problematica di tipo, come dire, morale. Perfino il manifesto del film - nonostante un ritocco puntuale, con l’inserimento di una banda nera a coprire una mano femminile infilata in una mutandina di pizzo - non è stato affisso, né lo sarà, per le città italiane.

Parliamo di donne. Parliamo di sessualità e ghettizzazione. Da ieri, su Cult, canale 131 di Sky, sta andando in onda una nuova e interessante serie Tv in quattro episodi dal titolo, già esplicativo, “Uomini nati donna”. Il serial racconta la realtà, amara, onesta e dignitosa, di quattro donne desiderose di cambiare sesso e corpo; le difficoltà, naturalmente, di questo processo operativo, le chiusure e i malanimi che hanno dovuto affrontare le stesse per tornare a sentirsi bene in una società che non va granché d’accordo con il diverso.
Nidia, Serena, Rosanna e Rosalia sono i nomi delle quattro protagoniste della serie: il programma testimonierà il viaggio di cambiamento attraverso altrettanto fasi distinte: la rivelazione alla famiglia, i primi effetti del testosterone, la falloplastica e la protesi per l’erezione.
Nidia ha 28 anni, è nata a Bogotà ma vive a Roma: la puntata dedicata a lei ci mostrerà come ha affrontato l’incombenza di dover parlare ai suoi genitori. Serena, invece, adesso si chiama Gabriele ed è in attesa dell’autorizzazione del tribunale per sottoporsi all’intervento di asportazione di seno, utero e ovaie: davanti alle telecamere, tra le altre cose, racconterà il disagio del dover accettare che debba essere lo Stato a decidere della sua vita futura. Rosanna è di Latina e fa il cantante ma da quando ha iniziato a prendere il testosterone nel 2004, la sua voce è cambiata. Oggi attende il passo finale, cioè la falloplastica. Rosalia, infine, si chiama Davide e legalmente è un uomo anche se ancora in attesa di protesi e di un intervento. A convincerlo al grande passo è stata la ex sua fidanzata.
“Uomini nati donna” è prodotto da Greed per Fox Channels Italy e va in onda di mercoledì alle 22 con repliche di domenica e lunedì.
Dopo il salto parliamo di un’altra serie “al femminile” che comincia stasera, giovedì 19 marzo.

L’incursione della pornostar Laura Perego sul palco dell’Ariston è stata una mossa di Gabriele Paolini il noto “disturbatore” televisivo, passato alla storia per il calcio nel didietro concessogli in diretta tv anni addietro da Paolo Frajese.
“Ho organizzato io tutto. Ho già parlato con la questura di Sanremo e me ne sono assunto la responsabilità legale”.
Due gli oggetti della sua “protesta”:
“La lotta contro l’uso delle pellicce e il contrasto alla speculazione che la tv italiana fa della cronaca nera. E’ meglio l’immagine di una bella donna nuda, con la parte pubica coperta che la crudeltà dei personaggi della cronaca nera. Laura Perego è entrata legittimamente nel teatro con un biglietto regolare e ora si trova in stato di fermo presso la questura di Sanremo: non ha avuto neanche il tempo di manifestare le motivazioni dell’atto che si è resa disponibile a fare. Altre persone di cui non posso fare il nome sono coinvolte nell’organizzazione dell’incursione”.