Negli ultimi mesi non s’è fatto altro che parlare di una sospensione, temporanea per carità, del canone Rai visti gli innumerevoli e ormai irracontabili disservizi capitati agli abbonati regolari in virtù di switch over, switch off, digitale terrestre, criptaggi, schermi blu e compagnia cantando. Ebbene, accade tutt’altro: il viceministro per le Comunicazioni Paolo Romani ha infatti testé firmato il decreto per la rideterminazione del canone Rai che, secondo quanto si apprende, passerà da 107,5 euro a 109 euro l’anno. L’aumento è stato varato tenendo conto dell’inflazione programmata. Nessuna sospensione, nessuno sconto, niente di niente.
Subito sono partite le contestazioni, come riferito dal quotidiano la Repubblica: in agitazione le associazioni degli utenti e il Consiglio nazionale degli utenti, organismo dell’Agcom, che in una nota ribadisce come tale aumento sia “assolutamente da evitare. Soprattutto a fine 2009, anno che ha visto il passaggio al digitale diverse aree, tra cui Roma, con notevoli difficoltà per i cittadini. Abbiamo più volte espresso la nostra contrarietà all’aumento del canone. Sarebbe, infatti, utile che i cittadini conoscessero con esattezza quali attività il canone va a finanziare e quali invece sono realizzate con la pubblicità. Una manovra inopportuna anche considerato il fatto che è stato ridimensionato il qualitel”.

Sono settimane oramai che veniamo bombardati da spot televisivi con il classico tema natalizio. Spot che, se visti un numero limitato di volte, risultano piacevoli, spesso divertenti, ma che se proposti centinaia di volte al giorno - come sta di fatto accadendo - portano lo spettatore “sull’orlo di una crisi di nervi”. Sarà capitato un po’ a tutti di sbuffare di fronte all’ennesima riproposizione giornaliera dello stesso spot e proprio per questo abbiamo deciso di regalarvi, cari lettori, questo “angolo di sfogo” nel quale, attraverso un game, eleggeremo il vero spot tormentone del Natale 2009.
Abbiamo scelto i 6 spot più trasmessi, quelli impossibili da non vedere anche a chi si limita a guardare la tv per pochi minuti al giorno. Tra quelli più in onda, ci sono senza dubbio quelli delle compagnie telefoniche: Tim, con la coppia delle nevi formata da Christian De Sica e Belen Rodriguez; Vodafone, con Francesco Totti che si trasforma in Babbo Natale pur di fare gli auguri a tutti; Wind, col presepe vivente in salotto e i Re Magi di Giorgio Panariello (Nababbo Natale) e Vanessa Incontrada.
Non sono però solo le compagnie telefoniche a riempire il nostro piccolo schermo di spot. Chi non si è mai imbattuto infatti nella pubblicità di Sky Full HD con la colonna sonora “Tomorrow”, nel motivetto “A natale puoi” che fa da sfondo allo spot del panettone Bauli o ad Antonella Clerici ed Enrico Montesano col loro Gran Soleil all’ananas? Sicuramente tra questi ce n’è almeno uno che non sopportate più, che vi fa venire voglia di cambiare canale appena ne scorgete i primi frammenti. Il più votato sarà il nostro tormentone del Natale 2009, il più trasmesso, l’insopportabile. Votate!
Avevamo parlato dei tagli al tetto pubblicitario che il governo-Mediaset (nell’ambito di quel mai risolto conflitto d’interessi tutto italiano) aveva previsto per mortificare (di nuovo, dopo l’iva al 20%) Sky. Dopo qualche giorno di lavoro, l’esecutivo ha trovato il modo, senza meno più intelligente e morbido, di edulcorare la pillola: la riduzione ci sarà, ma sarà progressiva. Si partirà dal 18% all’ora, dunque, per arrivare lentamente al 12, soglia alla quale era già curiosamente fissato il tetto Mediaset Premium alla luce delle direttive europee. Naturalmente l’opposizione non si è dimostrata contenta nemmeno questa volta. Il capogruppo del Partito Democratico in commissione Telecomunicazioni alla Camera, Michele Meta, ha dichiarato:
“Alla fine hanno prevalso le ragioni dei falchi e non delle colombe. Chiediamo, a questo punto, al viceministro Romani di venire in Parlamento a riferire sulla decisione di avviare sin dal prossimo anno un riequilibrio dell’affollamento pubblicitario per le pay tv senza rivedere l’intero sistema, e senza considerare le conseguenze sul settore oggi penalizzato dal calo di offerta pubblicitaria”.
Analogamente Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Pd, definisce così il provvedimento:
“Un decreto Mediaset, che consente alle reti del premier di incrementare la loro quota pubblicitaria che già raggiunge il 64% della torta tv. Invece i canali sulla piattaforma Sky subiranno una riduzione di un terzo della pubblicità in tre anni”.
Il definitivo passaggio alla quota del 12% all’ora verrà raggiunto nel 2012.
Vista dall’esterno, Mediaset sembra una di quelle anziane signore un po’ scorbutiche sempre arrabbiate con il vicino di casa rumoroso. Così, dopo il famoso rialzo dell’Iva per al 20%, il Biscione, nelle persone dei suoi strateghi più politicamente fini, sta orchestrando un nuovo sistema per portare al silenzio il fastidiosissimo vicino di casa, cioè Rupert Murdoch, papà di Sky. Come? Ritoccando i tetti di raccolta pubblicitaria verso il basso. Tradotto: se fino a oggi Sky poteva piazzare spot per il 18% di ogni ora, da domani dovrà scendere al 12. Una botta niente male per le casse della tv satellitare. Come può Mediaset, una “semplice” azienda televisiva, fare questo? Facilissimo se il proprietario della stessa è, nell’ambito di uno dei più irrisolti e inconcepibili conflitti d’interesse della storia politica mondiale, anche il presidente del Consiglio. Il decreto legge è stato messo a punto dal viceministro Romani e approderà in Consiglio dei Ministri questo stesso giovedì, compatibilmente con le condizioni di salute di Silvio Berlusconi.
Questa norma, insieme ad altre, arriva in conseguenza di una precisa volontà dell’Unione Europa in merito alla direttiva “Tv senza Frontiere”. Mediaset non ha perso tempo, naturalmente, dimostrando al contempo grande solerzia nell’obbedire ai piani alti e colossale furbizia? Perché? Anche questo è semplice a spiegarsi: la raccolta pubblicitaria di Mediaset Premium non supera ancora il tetto del 12% e quindi non subirà alcuna contrazione. Viene perciò da pensare che se tale tetto di Mediaset non avesse superato, per dire, il 15%, o il 7, la nuova norma avrebbe avuto anch’essa un numero diverso. Insomma, le leggi sulla televisione in Italia, le fa Mediaset. Che è un po’ come se nel campionato di calcio italiano le leggi le facesse, per dire, la Juventus. Quando è successo qualcosa di simile, sappiamo tutti cos’è successo: processi. Condanne. Sanzioni. Nel calcio, fortuna loro, non esiste né immunità parlamentare né Lodo Alfano: giustizia vuole che qualcosa (qualcosa) stia cambiando anche nel Paese.
Tra le altre norme ne spicca un’altra che riguarda i permessi per la trasmissione via parabola. In sostanza da questo momento in avanti l’autorizzazione ai servizi audiovisivi o radiofonici via satellite è rilasciata dal Ministero, quindi dal Governo, e non più dall’Autorità per le Comunicazioni. Cosa significa? Che Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset deciderà come, quando e CHI potrà entrare a competere con l’establishment televisivo attualmente in auge. La vicenda Cielo vi dice qualcosa?

Cos’è Casa Coop? Un esperimento? Una sit comedy? Una fiction? Un reality show? Un cortometraggio? Tutto e niente: di certo c’è che esordisce oggi questa nuova proposta del social network del gruppo Coop, un connubio frizzante tra potenziale televisivo e Internet con attori veri e professionisti, telecamere e le stimmate dell’autentico tormentone catodico. Dal sito www.casacoop.net si può interagire attraverso tre aree tematiche fondamentali: la storia della pubblicità Coop dagli anni Settanta a oggi, la campagna ambientalista Risparmia le energie, i progetti di solidarietà internazionale. Gli iscritti e i navigatori possono scegliere se seguire la trama della sit com vera e propria (sei puntate di sei minuti ciascuna trasmesse con cadenza settimanale), dialogare tra loro e interagire. Unitamente a ciò, è possibile rivedere i vecchi e storici spot televisivi di di Ugo Gregoretti, del Tenente Colombo, di Woody Allen accompagnati dagli interventi del professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Bologna Roberto Grandi, al fine (anche) di ottenere consigli ambientalmente corretti sul risparmio energetico.
La fiction, Casa Coop appunto, è visualizzabile esclusivamente sul Web ed è stata affidata a volti noti della televisione e del cinema. Tratta della vita di tre famiglie e quattro ragazzi: tutti interpretano ruoli realmente esistenti all’interno della grande distribuzione Coop, per esempio il capo negozio, il responsabile della sezione soci, la socia ambientalmente corretta, eccetera. Tutto è girato in un condominio in zona Prati, a Roma, e in un supermercato: tra gli attori Andrea Tidona (I cento passi e La meglio gioventù), Sergio Sgrilli (il comico con la chitarra di Zelig). La regia è di Francesco Falaschi (Emma sono io e il mediocre Last minute Marocco con Valerio Mastandrea). Un esperimento interessante che coniuga i linguaggi televisivi a cui siamo ben abituati con quelli colpevolmente più distanti del risparmio energetico e del rispetto per l’ambiente.
Per sponsorizzare una serie in cui i protagonisti sono degli alieni che dal cielo scendono sulla terra cosa c’era di meglio se non fare una bella pubblicità…all’aperto? Questa è l’ultima trovata della Abc per promuovere “V”, che ricordiamo partirà il 3 novembre ed andrà in onda in due parti (le prime 4 puntate quest’autunno, le restanti 9 in primavera).
Da venerdì prossimo, infatti, degli aerei sorvoleranno 26 tra le località storiche e non più famose d’America, disegnando col fumo un’enorme V che sarà visibile dai cittadini diverse volte nell’arco della stessa giornata. La Abc non ha comunicato quali saranno i luoghi in cui lo spettacolo sarà visibile, ma tra questi potrebbero esserci la Statua della Libertà e gli edifici della Capital Record.
Forse non proprio una pubblicità coi fiocchi, ma sicuramente molte persone saranno col naso all’insù per vedere se i Visitors avranno invaso anche la loro città. Noi, invece, accontentiamoci del nuovo poster promozionale della serie (in alto), che aumenta la curiosità e la voglia di confrontare una serie storica con il suo moderno rifacimento.
[Via TheHollywoodReporter]
Va bene, in confronto alle star americane, facciamo ridere i polli. Abbiamo visto quanto i vari protagonisti delle serie tv a stelle e strisce riescano a percepire di cachet per ciascuna puntata. In Italia le cose vanno un tantino più al ribasso, ma comunque ci si difende niente male. Tv Sorrisi e Canzoni ha stilato una classifica, grazie alle rivelazioni di agenti, produttori e responsabili, dei più pagati della nostra televisione. Al primo posto assoluto figura il signor Luca Zingaretti, volto del Commissario Montalbano, una delle fiction di punta della Rai. A ruota Raoul Bova, Sabrina Ferilli, Lino Banfi e Claudio Amendola. Rivela Carlo Degli Esposti, produttore de “Il Commissario Montalbano”:
“Zingaretti prende tra i 200 e 300 mila euro a film. Un compenso quasi inferiore ad altri se si considera quanto renda Montalbano: a livello pubblicitario tra messe in onda e repliche la Rai ha guadagnato 150 milioni di euro. E poi ci sono anche attori italiani che costano più di lui”.
Interviene l’agente Giancarlo De Simone:
“In generale nel fissare i cachet degli attori vige la regola di mercato: quanto più mi fai incassare in termini di ascolti e pubblicità tanto più ti pago. Discorso diverso per la lunga serialità: un attore medio è pagato sui 50 o 60 mila euro a puntata”.
Una multa di 440mila euro comminata a Rai e Mediaset, ree di pubblicità occulta durante alcuni dei programmi di punta della rispettiva programmazione. La decisione è dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato: l’inchiesta, invece, partì grazie a una segnalazione di Striscia la Notizia che ospitò la testimonianza dello stesso Calabrò, il quale assicurò gli spettatori che si sarebbe adoperato per agire quanto prima. Promessa mantenuta, evidentemente.
Le trasmissioni di riferimento sono “Questa Domenica”, “Pomeriggio 5″ e “L’Isola dei famosi 6″. I marchi reclamizzati in modo “non trasparente” sono, per quanto riguarda il Biscione, “Monella Vagabonda”(società Gielle) mentre per la Rai si tratta dei gioielli della collezione MyMara (società Assteria), disegnata da Mara Venier, e Europe Assistance: tutto ciò nel corso dell’Isola dei Famosi. Sanzionata anche la casa di produzione del format Magnolia (che ha presentato ricorso con la seguente motivazione: “Magnolia ribadisce di essere totalmente estranea a qualsiasi ipotesi di illecito. Magnolia pertanto ricorrerà nelle opportune sedi per far dichiarare la correttezza del proprio operato”.
Spiega l’Antitrust, come riportato da Il Corriere della Sera, relativamente ai gioielli di Mara Venier:
“La sponsorizzazione occulta della linea di gioielli MyMara è avvenuta nel corso di diverse puntate durante le quali la testimonial e alcuni ospiti indossavano i preziosi, inquadrati ripetutamente. Dai documenti acquisiti nel corso degli accertamenti ispettivi è emerso che tra la programmazione pubblicitaria della società Asteria, produttrice dei gioielli, compaiono anche le 13 puntate del programma L’Isola dei Famosi con Mara Venier. Tale elemento, pur in assenza della prova di un rapporto di committenza formalizzato tra Rai, Magnolia e Asteria, conferma che l’inserimento del logo commerciale nel corso dello spettacolo rispondeva solo ed esclusivamente ad una logica essenzialmente pubblicitaria, che le società Rai e Magnolia hanno consentito, attraverso un comportamento omissivo e non vigilante, e che ha avvantaggiato Asteria”.
E’ Sky il secondo operatore televisivo italiano per ricavi. Con buona pace di Piersilvio Berlusconi, verrebbe da dire, con simpatia, è chiaro: giacché sono loro stessi, gli addetti ai lavori, a rendere il “giochino” tra reti una specie di gara tra eminenze grigie, noialtri non possiamo fare a meno che adeguarci alle regole. D’altra parte il vicepresidente di Mediaset aveva ribadito entusiasticamente, giusto pochi giorni fa, che se la piattaforma di Murdoch era “ferma”, il merito andava attribuito tutto al Biscione.
Oggi la redazione annuale presentata al Parlamento dal presidente dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazione, Corrado Calabrò, ha ufficializzato che Sky ha sorpassato proprio Mediaset, piazzandosi giusto dietro la Rai, sempre stabile al primo posto: lo scorso anno la tv di Stato ha ricavato 2723 milioni di euro, Sky Italia 2640 milioni e RTI 2531 milioni di euro. L’azienda di Berlusconi, c’è da dire, ha però consolidato l’offerta a pagamento, salendo da 125 milioni a 199.
“La Rai è ancora la principale media company italiana con oltre 2,7 miliardi di euro di ricavi, anche se in decremento rispetto al 2007 a causa della flessione della pubblicità (-3,6%). Sky Italia consolida la sua posizione, divenendo addirittura il secondo gruppo televisivo per ricavi. Il gruppo Mediaset (che scende al terzo posto, con un calo della pubblicità dello 0,3%) vede il rafforzamento della propria offerta a pagamento sulla piattaforma digitale terrestre (passando da 125 a 199 milioni di euro)”.
Queste le parole di Calabrò che aggiunge:
“RTI è leader della pubblicità e nuovo concorrente nelle offerte a pagamento; Sky è di gran lunga leader nella pay tv e nuovo concorrente nella pubblicità; Rai mantiene le classiche posizioni attraverso una quota di rilievo nella pubblicità e prelevando le risorse residue dal canone di abbonamento”.

A più riprese, doverosamente, abbiamo parlato su TvBlog del rapporto tutt’altro che incestuoso tra Internet e Televisione. I due media si stanno compenetrando in una maniera che è del tutto naturale, del tutto simbiotica, del tutto propedeutica. Uno degli esempi italiani di esperimento azzeccato è quello promosso dalla tv di Stato con Rai.tv: un portale che è concretamente un’alternativa moderna, funzionale e organica al piccolo schermo propriamente detto.
Il passaggio successivo è quello di sfruttare le potenzialità della Rete direttamente sul televisore di casa: la Apple ha introdotto sul mercato già da tempo la sua “Apple Tv”, uno strumento wireless in grado di far ottimamente comunicare computer e piccolo schermo tra di loro e fruire così sul secondo dei contenuti video del primo. Non staremo a dire, ora e in questa sede, delle innovazioni, in tal senso, portate dai videofonini e dai telefoni di ultimissima generazione, perché non è la sede.
Qualcosa di molto grande, invece, e più prossimo a noi, lo sta proponendo YouTube. Il colosso di Google, che non abbisogna certo di presentazioni, ha varato una sorta di “spin-off” chiamato YoutubeXL, nato appositamente per rendere possibile, e più godibile, la visione dei video caricati dagli utenti sui maxischermi casalinghi. Il nuovo sito è molto più scarno, minimale e leggero dell’originale ed è stato studiato apposta per una consultazione comoda direttamente da telecomando: caratteri più grandi, assenza dei commenti e delle barre di scorrimento. Il servizio offerto - come fa notare giustamente il Corriere della Sera - è molto interessante soprattutto per i filmati ad alta definizione, già diffusissimi sul Tubo. Sembra, invece, che per una questione di licenze e diritti, molti dei film e dei programmi televisivi regolarmente presenti nella versione tradizionale, mancheranno, almeno per il momento, su XL. Qualcosa di molto simile lo hanno già sperimentato gli utenti di PlayStation 3 e Nintendo wii. Adesso tocca a un pubblico più “generalista”, per così dire, e potenzialmente di una fascia d’età differente e anche più avanzata. L’addio ai supporti fisici, quali i dvd, per esempio, nelle varie tipologie, è sempre più vicino; i contenuti online accessibili dal Web a portata di mano di una maggioranza sempre più probante.
Il prossimo passo sarà comprendere meglio come potrà inserirsi in questo biblico affare economico la questione pubblicità. Chissà che il vero primo polo televisivo non diventi Sky, ma Internet…
Non sarà più l’affascinante faccione di George Clooney a rappresentare la nota marca “Martini” negli spot televisivi. Dopo otto anni di consolidata collaborazione, le due parti prenderanno le distanze per il lancio dei nuovi prodotti previsto il prossimo autunno. La collaborazione tra l’attore di Hollywood e l’azienda ha coniato uno degli slogan più penetrativi della storia della pubblicità televisiva, vale a dire quel “No Martini, no party” che ha dato il “la” per decine, se non centinaia, di surrogati, imitazioni e quant’altro il potere del tubo catodico e della pubblicità riescano ad architettare.
“Non sappiamo - dice Stefano Leonangeli, amministratore delegato di Martini & Rossi, a Pubblicitàitalia - quale sarà il concetto della prossima comunicazione perché è in corso una competizione internazionale che, al momento attuale, ha lasciato sul pitch due agenzie, Momentum di New York e Armando Testa. Ormai siamo nella fase conclusiva perché gli scambi sono cominciati a inizio anno ed entro giugno avremo definito i temi e lo sviluppo. La nuova comunicazione, che sarà integrata su tutti mezzi, partirà probabilmente a settembre 2009, e avrà comunque come tema di fondo “la bellezza della vita”, infatti lo spot di fine 2008 “Il bello della vita” aveva proprio la funzione di fare da ponte, da tramite per un nuovo concept virato sul piacere di gustare Martini nei momenti belli”.
Proprio in questi giorni sono in corso le riprese dello spot “Martini Soda”, nuovo drink da aperitivo di fresca immissione sul mercato, che debutterà in televisione il 28 giugno e girerà per tutto il mese di luglio. Sentire, in proposito, le parole di Lenangeli, è interessante anche per capire il meccanismo con il quale queste piccole perle commerciali vengono studiate e poi trasmesse sul piccolo schermo. Dalla natura delle riprese alla scelta della colonna sonora: tutto è in funzione del telespettatore.
“Il filmato da 15 avrà le stesse caratteristiche glamour del brand-madre ma avrà una allure più giovane e frizzante in quanto è un drink da aperitivo, di soli 8 gradi, più leggero quindi del Martini pur avendo lo stesso inconfondibile sapore. Sarà centrato sul prodotto e su personaggi che consentiranno una rivisitazione glamour degli anni ’80, in quanto già la moda e la musica stanno proponendo lo spirito gioioso di quell’epoca. Punteremo molto anche sulla colonna sonora dello spot, che sarà inedita e creata ad hoc, con una forte personalità, perché vogliamo che diventi un elemento memorizzabile e caratteristico del prodotto”.
Dopo il salto alcuni tra gli spot della Martini che hanno fatto la storia della televisione recente.
Non tutto è oro ciò che luccica. Intorno a Fiorello, per carità, di lustrini e bagliori ce ne continuano ad essere a profusione. Tuttavia il suo “Fiorello Show” non s’è rivelato questa specie di miracolo mediatico che doveva essere: una media di 300mila spettatori che è perfettamente in linea con le aspettative - niente di più niente di meno - e, probabilmente, un impatto con il satellite meno roboante del previsto. Le colpe, se così possiamo definire gli esiti incerti di una scommessa da pazzi, sono tutte qui. C’è di peggio, è vero.
Di certo Fiorello non ha cambiato niente dal suo avvento in terra santa australiana: gli abbonati sono rimasti quelli (secondo le ultime stime si rimane sui 4 milioni e 700mila circa: il che non è poco, intendiamoci: restare a galla con l’aumento dell’iva al 20% è comunque un buon risultato per una tv a pagamento), la critica è stata piuttosto tranchant e, tutto sommato, diciamoci la verità, lo spettacolo in sé e per sé non è che sia stata questa gran manna dal cielo. Come filler va bene, un piacevole riempitivo tra un programma e l’altro ma niente a che vedere con i fasti del periodo Rai: a parere del sottoscritto l’unica vera novità di questo inizio stagione, SkyUno la deve a “Cash Taxi”, il quiz on the road con Marco Berry, cioè un prodotto che costa, più o meno, quanto un faretto del “Fiorello Show”.
Nel frattempo, un articolo de L’Espresso in edicola oggi rivela come il momento del Rosario Nazionale non sia propriamente idilliaco anche da un altro punto di vista. Sembra, infatti, che la Fiat sia molto scontenta del lavoro fatto dallo show man in sede di promozione, al punto da non volergli più rinnovare il contratto. Il tutto potrebbe finire in Tribunale. Lo storico brand torinese, come si sa, aveva individuato in Fiorello il volto giusto per promuovere, tra le altre cose, il lancio della gamma “Natural power” a benzina e metano. Tutto ciò per un contratto - riporta sempre L’Espresso - da oltre due milioni di euro all’anno che gli lascia, per giunta, totale libertà d’azione e di scrittura. I testi pubblicitari, però, prodotti dall’artista stesso e dal suo staff, sono risultati niente affatto in linea con le aspettative della Fiat che ha fatto partire una campagna nuova di zecca: l’accordo scade in autunno e quasi certamente non verrà rinnovato. (segue in calce la precisazione dellUfficio stampa Fiat Group)
In tempo di crisi economica ci sono programmi televisivi che continuano - eccome - a fruttare bene. Almeno secondo la famosissima rivista di economia e finanza Forbes che ha stilato la classifica delle trasmissioni americane più produttive dal punto di vista degli introiti pubblicitari. Lo studio è stato effettuato prendendo a campione le principali serie tv e reality show che, durante la rispettiva messa in onda, generano più incasso grazie alla vendita di spot.
Al primo posto il talent show dei talent show, cioè American Idol: qui, un passaggio di 30 secondi costa in media 623mila dollari e genera un guadagno stimato in 7 milioni di dollari ogni mezz’ora. Questo se ancora qualcuno si stesse domandando perché pagare tanti soldi i conduttori carismatici o i superospiti di puntata.
In seconda posizione c’è la serie tv 24 che fa guadagnare 3,7 milioni di dollari ogni trenta minuti, a fronte di un costo di 366mila dollari a spot (sempre di mezzo minuto). Terze le Casalinghe Disperate che “fanno” 2,9 milioni di dollari ogni trenta minuti. Segue Grey’s Anatomy con 2,7. Altre produzioni convenienti per gli investitori sono il programma “Dancing with the stars” (il nostro “Ballando con le stelle“), le serie tv Heroes e Brothers and Sisters, il reality show Survivor: Gabon e CSI. Alle ultime posizioni Extreme makeover: Home edition, e i telefilm Worst week, Dr House e Private Practice.
Incredibile ma vero: nelle prime 14 posizioni non figura Lost. La serie di Abrams comincia forse ad accusare un filino di età?