Ieri mattina al Telefilm Festival si è tenuta la prima sessione di Workshop che ha visto dibattere i maggiori produttori italiani e i top manager sulla produzione e programmazione dei telefilm in italia e all’estero. Hanno preso parte al tavolo Alessandro Ippolito (Videomedia Italia), Elisa Ambanelli (All Music), Paolo Bassetti (Endemol Italia), Giorgio Gori (Magnolia), Marina Loi (Raiuno), Giovanni Modina (RTI-Mediaset), Lorenzo Mieli (Wilder) e Jonathan Shiff (H2O ). Il moderatore dell’incontro è stato Paolo Martini, giornalista de La Stampa.
Il primo relatore che ha preso la parola è stata Elisa Ambanelli, direttore di All Music, la rete del Gruppo Espresso in forte espansione di pubblico che negli ultimi tempi ha dedicato una fetta della propria programmazione alla docu-fiction autoprodotta:
“Su All Music, oltre alle serie di oltreoceano abbiamo deciso di programmare un genere a metà tra documentario e fiction, per l’appunto docu-fiction. E un altro contenuto presente è quello dei cartoon. Il motivo per cui abbiamo scelto la docu-fiction è presto spiegato: due anni fa volevamo affrontare la tematica dei sentimenti però volevamo parlare di sesso e di amore non attraverso un talk ma semplicemente a partire dalle testimonianze del nostro pubblico. Abbiamo costruito così con l’autore-regista di film Alberto d’Onofrio un’idea che si basava sulla raccolta di una serie di testimonianze in giro per l’Italia e il rapporto con il sesso nel mondo odierno, tre per ogni puntata. Abbiamo recentemente trasmesso e va tutt’ora in onda un’altra docu-soap, Albakiara, e l’ultimo esperimento è stato Cash, una docufiction che ha per protagonista una banconota. Abbiamo raccolto un reportage che abbiamo montato con le modalità tipiche del film. Abbiamo preso due banconote da 10 Euro, impresse le impronte digitali del regista e poi mandate in giro per l’Italia. Li abbiamo chiamati Romeo e Giulietta e abbiamo seguito il loro percorso nel passaggio di mano in mano“.
Prende la parola successivamente Paolo Bassetti, presidente e amministratore delegato di Endemol Italia.
“Facciamo i produttori di mestiere, non decidiamo dove vadano i prodotti nè contro cosa vadano. Da tempo ci chiediamo come mai in America i telefilm funzionino e da noi no: c’è una differenza sostanziale soprattutto di programmazione della prima serata, che risulta più spezzettata rispetto al mercato italiano (sitcom-comedy-drama). E’ colpa dei produttori se da noi ci siano ancora miniserie da 1 ora e mezza o più che non permettano questa frammentazione. Tra l’altro in Italia solo Raiuno e Canale 5 usano il prodotto nazionale, produce qualcosa Raidue ma Italia 1 e le altre reti non hanno il budget per realizzare queste serie.”
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E’ stata pubblicata quest’oggi su La Stampa un’intervista a Paolo Bassetti, Presidente e Amministratore delegato di Endemol Italia, particolarmente degna di interesse. Superfluo ricordare la grandezza di una delle società di produzione televisiva più importanti del nostro Paese (prima in Europa e nel mondo), che a parte i più famosi Grande Fratello, Chi vuol essere milionario, Affati tuoi, Che tempo che fa, Le invasioni barbariche, ecc., ha prodotto e sta producendo un numero di programmi di intrattenimento, fiction, game show e talk che oramai sono difficili da contare.
Interessante la visione di Bassetti della tv (generalista) italiana, la cui rigidità mal si sposa con la politica della società, che vorrebbe invece dedicare un’ampia fetta della propria attività produttiva alla sperimentazione di progetti innovativi. Diverso invece il caso delle tv tematiche e dei nuovi media (telefonia, internet), dove è facile testare prodotti nuovi e più originali:
La tv italiana preferisce andare sul sicuro, sul garantito; e i budget delle reti diminuiscono. Dunque c’è poco spazio per le novità. Non così nei paesi anglosassoni dove, peraltro, la stampa non si accanisce ad enfatizzare le sperimentazioni che non decollano
Non sono solo Rai e Mediaset ad avere una scarsa “apertura mentale”:
Anche i produttori. Entrambi ne traggono benefici: una prima serata breve è più dispendiosa. Allungandola, le reti coprono anche la seconda serata e ammortizzano i costi, mentre i produttori hanno programmi con migliori performance. Però così sparisce la seconda serata, e con lei lo spazio per sperimentare. Lancio una proposta: discutiamo insieme sulla opportunità di condividere l’orario del prime time. La contraddizione è pesante soprattutto per la Rai, continuamente divisa tra spirito commerciale e quello di servizio pubblico
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Soltanto fino a qualche tempo fa ci si accaniva un po’ tutti a tacciare il reality di trash, un appellativo abusato ma fortemente vitalistico. Il reality era trash quando Katia Ricciarelli accettava una lauto cachet per co-abitare coi lelemoriani in Fattoria (canto del cigno con l’atto finale del Triccheballacche), era trash quando il naufrago Al Bano veniva mollato dalla Lecciso in diretta tv, era trash quando Taricone fermava l’Italia con il suo manuale da tombeur de femmes di nuova generazione. E ora, invece, accogliamo ancora una volta l’appello di Walter Siti, docente universitario e personaggio di cultura nonchè esperto di piccolo schermo, che sull’ultimo numero di Vanity Fair sentenzia sulla morte del reality chiedendosi se c’è ancora una possibilità per salvarlo come genere di nicchia, con meno profitto e più scandaglio sociologico.
Nello specifico, non poteva che prendere ad esempio il caso di Uno due tre… stalla! che ha scongiurato il rischio di chiusura anticipata con un totale stravolgimento della formula originaria:
“Le prime due puntate avavevano offerto alcuni buoni spunti di confronto tra culture… C’era speranza che perfino le ragazze avrebbero cominciato a differenziarsi, e che… sarebbe emersa qualcuna con una stora più individuale e un abbozzo di personalità. Poi è accaduta la catastrofe, perchè sia la Endemol che Mediaset hanno interpretato come catastrofe la perdita di quattro punti di share. Il programma ha cambiato fisionomia, è diventato un talk-game… La D’Urso, in affanno, ha dovuto spiegare che il cambiamento è avvenuto per ragioni interne alla vita della fattoria. Non ci credeva neanche lei a quello che stava dicendo, si vedeva chiaramente. Gli autori si sono trovati prigionieri di un cast messo insieme per altri scopi, e nella necessità di utilizzarlo contropelo”.
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